Ricordare, dimenticare

di Riccardo Ferrazzi

Qualche anno fa, su un muro pieno di manifesti incollati uno sopra l’altro e ormai mezzi stracciati ne ho visto uno che portava due nomi e sotto una scritta che diceva: “Milano non dimentica!”. E ho ricordato che i nomi erano quelli di due ragazzi uccisi durante gli anni di piombo. Erano ragazzi di destra e il manifesto era, immagino, di AN o di qualche gruppo estremista.
Mi sono domandato se è più civile ricordare o dimenticare. Mi sono risposto subito: no, ricordare si deve. Altrimenti bisognerebbe dimenticare tutto e tutto insieme: la stazione di Bologna e il rogo di Primavalle, oppure l’olocausto, il gulag e le foibe.
Questo significa che bisogna ricordare certe cose e certe altre no? Si fa un gran parlare di revisionismo storico, ma è una faccenda che sinceramente non ho ancora capito. Uno storico scova documenti che, per esempio, mostrano un lato poco piacevole di un “padre della patria”. Mai una volta che si legga una smentita con altri documenti che dicano il contrario, oppure una dichiarazione del tipo: “Sì, Tizio era anche questo. E allora?”. Nessuno oppone documenti a documenti, nessuno è disposto a contestualizzare i miti. Invece ci si indigna, ci si stracciano le vesti perché, in buona sostanza, si pretende che la storiografia non intacchi il marmoreo monumento che ci è stato consegnato dalla cronaca.

Dunque, cosa si deve ricordare? Solo ciò che ha ricevuto un imprimatur, e solo nella versione approvata? Ma questo equivale a consacrare l’idea che la Storia la scrivono i vincitori. E cosa dovremmo concludere, che bisogna ricordare per evitare di ricascare negli errori del passato o che bisogna ricordare per mantenere accesa la fiamma dell’odio?
Ecco una piccola esperienza personale. Quando scoppiò la bomba a Piazza Fontana la prima impressione fu che era scoppiata troppo presto per un errore degli attentatori. Poi, senza un motivo preciso, si affermò la tesi della strage voluta e dolosa. Ma che differenza fa? Come siano andate davvero le cose non lo sapremo mai. Ricordo che mio padre accolse la notizia con una tristezza che sconfinava nella paura. Disse: “È l’attentato al Diana”.

Neanche lui ricordava l’anno in cui successe. Doveva essere stato nel 1919 o nel 1920. Una bomba scoppiò nel cinema Diana, a Milano, e fece un sacco di vittime. Da quel momento tutti i contrasti si radicalizzarono, si innescò lo squadrismo, la politica fu destabilizzata e l’Italia si avviò a un regime totalitario. Nei giorni successivi all’attentato si parlò di anarchici. Anni dopo, alcuni anarchici furono condannati ma la sentenza non convinse.

Ai tempi di Piazza Fontana nessuno ricordò il Diana (salvo Nenni, una sola volta, a botta calda). Ma sono convinto che i politici l’avessero ben presente. Se gli anni di piombo, per quanto penosi, non sono sfociati in una rivoluzione o in un colpo di stato è probabilmente perché i politici di allora pensarono sempre al Diana e non ne parlarono mai.

E allora, ricordare o dimenticare? Ricordare, direi. Ma senza monumenti, fiaccole e cortei. Ricordare per spegnere l’odio, non per riattizzarlo. Che senso ha condannare le guerre altrui e perpetuare la nostra guerra civile? C’è una parte che ha vinto e una che ha perso: è la Storia. Ebbene, la Storia si scrive guardando indietro, ma si fa guardando avanti. Lo sapeva bene quel ministro della giustizia che firmò l’amnistia per tutti, fascisti e antifascisti (si chiamava Palmiro Togliatti).
Quando un fanatico commette una fesseria possiamo dargli una lezione con metodi legali e fargli capire che è meglio se la pianta lì, oppure possiamo metterci a fare i fanatici anche noi (di segno opposto, naturalmente). Il primo metodo tende a instaurare una società civile, il secondo a incistare gli odii sul modello delle faide.

Sono più  di sessant’anni che la guerra è finita. Il muro di Berlino è caduto vent’anni fa. Non esistono più né il fascismo né il comunismo. Ma c’è ancora chi impernia il dibattito politico sulla contrapposizione fascismo-comunismo, come se il mondo fosse fermo al 1945, come se non avessimo di fronte problemi completamente diversi: la recessione mondiale, la spinta demografica dei paesi islamici, il petrolio e il nucleare, la crisi dei sistemi previdenziali, il mancato decollo della Europa politica, l’impotenza dell’ONU, ecc. ecc.

Abbiamo bisogno di guardare al futuro, e di pensare in grande.

12 pensieri su “Ricordare, dimenticare

  1. Grazie Riccardo, ci voleva.
    A parte l’ultima frase, che rischia di parere leggermente surreale, ma non certo per colpa tua.
    Ciao,
    Roberto

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  2. scusi riccardo: il mondo fa solo finta di essere cambiato, mentre le contrapposizioni sono le stesse: chi ha tutto e tutto fa e distrugge a suo piacimento e chi ha poco o niente del tutto e vale meno del due di picche quando la va a spade. parole per definire chi sta con chi di nuove non ne abbiamo: e io continuo a chiamare fascisti quelli che la mettono in quel posto al prossimo. non odio nessuno, ma nel gran calderone vorrei ancora poter distinguere carote patate e fagioli e pomodori. ciascuno col suo bel nome e la sua identità. di guardare avanti si dice da almeno vent’anni: anche questa è una tiritera ammuffita. io personalmente guardo indietro e mi scelgo in base a quel dietro le persone e le voci con cui fare il resto di strada in avanti. i problemi mutati sono la performance di una struttura profonda che è sempre la stessa e si chiama avidità e si chiama ingiustizia. io queste non le dimentico.

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  3. caro Riccardo, tema scottante quello che affronti, nel senso che sta, senza caderci, sull’orlo del baratro di un pangiustificazionismo motivato da contestualizzazione e necessità di andare avanti. A me, d’istinto, viene di essere d’accordo con Lucypestifera, quando cerca di vedere anche nelle mutatissime condizioni dell’oggi, le categorie non poi così invecchiate, per quel che riguarda il loro significato centrale, di fascismo e di antifascismo.
    Sostengo fermamente che se si scopre un “lato poco piacevole di un padre della patria”, come tu dici, questo vada denunciato, sempreché, naturalmente costituisca reato, altrimenti è puro pettegolezzo. E condivido completamente la tua osservazione che a tutt’oggi non esiste accusa cui si risponda con documenti o querele motivate: quando un presidente del consiglio riceve accuse di qualsiasi tipo le bolla come attacchi personali, magistratura rossa e meccanismi a orologeria, ma argomentazioni contrarie ciccia.

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  4. Cari amici, vi ringrazio per i vostri interventi. Ognuno ha, ovviamente, il suo modo di affrontare la Storia. Forse ricorderai, Sparz, che da tempo sto meditando sul fatto che la Storia, a priori, appare caotica, mentre a posteriori sembra mostrare un senso. Ebbene, io resto attaccato all’idea che questo senso debba essere rintracciabile nell’azione di ciascuno (e anche se così non fosse, l’agire sarebbe comunque un imperativo morale). Per questo motivo credo che il dovere di ciascuno sia progettare l’avvenire. Questo comporta la necessità di non dimenticare, ma anche quella di voltare pagina. Lucy non vuol farlo? Pazienza. Io mi permetto di continuare a pensarla come ho scritto nell’ultima riga (per quanto surreale possa apparire, Roberto).

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  5. @ Lucy

    Scusa, cara, ma devo proprio fartelo notare: il tuo commento è veramente frutto di un pensiero assolutamente antiquato, che ormai non ha più ragion d’essere…
    Perché non provi ad iscriverti al “partito dell’amore”? Come fai a non accorgerti che solo l’amore può vincere l’odio?
    E poi, benedetta donna, non ti hanno ancora avvertita che “non esistono più né il fascismo né il comunismo”? Mi sa che non guardi nemmeno il tg di Minzolini…

    Cosa? Dici che al governo ci sono fascisti che menano pubblicamente quale titolo di vanto la loro appartenenza? Che in alcune caserme delle forze dell’ordine si venera ancora il ritratto o il busto del duce? Che molti politici e amministratori delle pubbliche istituzioni ricoprono quei ruoli grazie ai voti dei gruppuscoli nazisti benedetti e sponsorizzati dall’alto?

    Ma dài, cosa vuoi che sia, sono sono dei burloni che si divertono a prendervi un po’ in giro, tanto per animare un paesaggio discretamente smorto… Pensa piuttosto al pericolo islamico: quelli sì che attentano alle basi della nostra civiltà!

    E poi, suvvia, ci manca solo che adesso, magari, ti metti pure a “insinuare” che certi discorsi sulle “pietre sopra” saltano fuori, come a comando, invariabilmente, in occasione di ben precise “ricorrenze”. Convinciti, è solo un caso che oggi ricorra il trentaseiesimo anniversario della strage di Brescia…

    Che malfidente che sei, Lucy! E’ solo una delle tante epifanie dell’assoluto: e l’assoluto è amore, amore, amore… Ricordalo!

    fm

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  6. questa tendenza così accomodante nel passare innanzi, voltar pagina, così… un po’ snob, un po’ buonista, vagamente dandy e un po’ superficiale, chic e un po’ alla moda…. è esattamente quello che tutti comodamente ed *esteticamente* vogliono.
    Tuttavia, *mi consenta*, per guardare avanti, bisonga aver coscienza piena e concreta delle proprie fondamenta… ammesso che si abbiano fondamenta… ma poi leggo autodefinentesi intellettuali di sinistra [cosa che in sè già mi sollazza] che – in effetti, qui in un certo senso le dò atto – di sinistro probabilmente posseggono solo un lato del corpo, e una voluttuosa *maniera* d’estetico dire … mentre d’altro canto, leggo piccoli invasati – sempre autodefinentesi – intellettuali cottolici che affermano (tra le tante cose) che il novecento è stato in assoluto il secolo delle peggiori persecuzioni ai cristiani…
    dunque mi chiedo dove sono, dove sono stata tutto questo tempo? … vacillo, vacillano le mie fondamenta… oddio!

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  7. Lo scarafo nella brodazza, era il titolo di un libro di Mario Marenco, le storie della Sagarambona, del colonnello Buttiglione :-), è sempre la solita brodazza, volemose bene che anche i partigiani erano cattivi ma anche no e i ragazzi di salò magari anche no, e poi non si sa, bisogna vedere, bisogna capire, bisogna ascoltare, che il 25 aprile è anche retorica, ma anche no, ci sono già i pansa, e quei “bocchino”, gli agit prop dell’amore e della libertà, ma anche no, perché bisogna capire e ascoltare,

    ah, potere finalmente versare la brodazza nel water e riprendersi un po’ di resistenza, di forza, di vero amore, e ads by google fuck off!

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  8. Gentile Ferrazzi,
    capito per caso sul suo post, leggo e, pur non conoscendo nulla di lei, che magari sarà un ottimo democratico, quattro cosette antipatiche mi sento in dovere di scrivergliele.
    Il revisionismo storico è una faccenda che non capisce, per la semplice ragione che lei è un “revisionista storico” spontaneo, si potrebbe dire naif.
    Come fa a sostenere che uno storico scova un documento e gli altri storici zitti e acqua in bocca? Non dico i libri di storia, ma almeno qualche sito di storia lo frequenta ogni tanto? Solo per fare un esempio se andasse a questo indirizzo (uno dei tanti, altri gliene potrei suggerire)
    http://www.historiamagistra.it/hm/index.php?option=com_lyftenbloggie&view=lyftenbloggie&category=0&Itemid=147
    troverebbe materiale sufficiente per liberarsi da certe cattive e astrattissime elucubrazioni, non si affiderebbe così candidamente alla sua «piccola esperienza personale», non direbbe moralisticamente che si ricordare deve servire «per spegnere l’odio, non per riattizzarlo», non confonderebbe la storia con la futurologia («la Storia si scrive guardando indietro, ma si fa guardando avanti»).
    E capirebbe forse che è più complicata di un’assemblea di condominio.
    Se, quando «un fanatico commette una fesseria» nel suo condominio, lei può, sì, cavarsela forse con «una lezione con metodi legali», quando i fanatici sono in tanti, armati di cannoni e di ideologie, e la loro «fesseria» consiste, ad es., nel liquidare milioni di ebrei in campi di concentramento, più presto si ricrede sull’efficacia dei suoi «metodi legali» e diventa un pochino «fanatico» anche lei, e meglio è per tutti.
    Se non vuol lasciar fare, ovviamente, e nonvorrà trovarsi a «guardare il futuro» preparatole da bande organizzate di assassini, che contro il suo astratto desiderio di «pensare in grande», costringeranno lei e gli altri a pensare in piccolo o addirittura a non pensare più.
    Cordiali saluti

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  9. “Questo comporta la necessità di non dimenticare, ma anche quella di voltare pagina. Lucy non vuol farlo? Pazienza”.

    mi sono sentita, come altre volte qui, una perfetta imbecille: sono felice di scoprire che siamo in tanti a non capire ed essere meno soli è già un vantaggio.

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