Il Capitano Mario (I)

di
Maria Frasson

Il memoriale è un genere letterario che esprime, nella sua (autentica o simulata) immediatezza, il carattere sociale della letteratura, nella sua genesi, nella destinazione, nel consumo. Nasce spesso da esigenze “spontanee”: un bilancio esistenziale, un bisogno di evocazione, il desiderio che il passato torni a essere per un istante presente, il bisogno di giustificazione o di dissimulazione, una ricapitolazione personale e collettiva, un contributo al senso di identità di una famiglia e di una comunità, la trasmissione di conoscenze e valori tra generazioni, e mille circostanze diverse. Ha per scopo principalmente la comunicazione tra il tempo passato del ricordo, il tempo presente della narrazione, e il tempo futuro di chi leggerà la pagina. Ha per funzione l’insegnare, l’ammonire, il tramandare: in breve, operare in qualche modo sulla coesione della comunità a cui principalmente si rivolge.

Predominante nei memoriali è il carattere documentario: l’intreccio degli elementi autobiografici del racconto in prima persona, del tono diaristico, del pathos della confessione, con alcuni fatti storici, e le conseguenze nella vita di tutti. È questo il motivo principale di interesse per un lettore.

Maria Pezzini Frasson (1905-2004) ha messo per iscritto i suoi ricordi di giovane donna, di sposa, di madre, ordinandoli secondo la sua sensibilità e cultura, con l’intento di dedicarli ai suoi cari. Era consapevole tuttavia che al lato privato della sua scrittura corrispondeva una dimensione storica che da sola ne avrebbe giustificato la circolazione al di là dell’ambito famigliare. Da ciò la sua scelta di stampare nel 1994 alcune centinaia di copie delle sue memorie. Il Capitano Mario è il ricordo di un amatissimo marito, Mario Pezzini (1912-1977), che è un uomo fuori dal comune, un autentico eroe, medico, patriota, combattente partigiano; una piccola storia che da sola può illuminare il sostrato morale che ha retto in alcuni difficili periodi la nostra nazione.

I

MARIO

Mario, da quanto tempo mi hai lasciata, e quanto lunga è l’attesa di ritrovarti per camminare ancora insieme, verso la fine del mondo.

Filemone e Bauci: la favola antica così bella e così vera, balena a tratti al mio spirito: invecchiare insieme, spegnersi insieme come fiammelle di un piccolo cero consunto davanti all’altare. E al posto loro due piante vive, della vita dell’universo. Eppure no: non so se avresti voluto invecchiare. Sapevi che è triste perché avevi compassione dei vecchi, e perché amavi più l’umanità che la vita, io invece non so, perché forse non conosco nemmeno me stessa, non so: forse, a volte, non amo né una né l’altra, e ne chiedo perdono a Dio, ma rifuggo – assolutamente – da ogni esame di coscienza. Lui solo mi accetterà come sono, perché Lui vede e Lui sa. Sa anche che cerco di amare gli altri, come amo e come ho sempre amato Lui: Gesù. E capisco la passione dei santi. C’è una tomba laggiù col tuo nome scritto in alto: non mi dice gran che. E neppure se la visitassi tutti i giorni, come faceva la Dina, a Redondesco. Sento invece un’indistinta presenza che comprende senz’altro la tua, specialmente quando faccio – da sola – i soliti due passi che facevamo insieme lungo il viale delle rose, dove mi chiamavi con insistenza se tardavo a raggiungerti. Il viale delle rose potrei chiamarlo il viale della pace se fossi sempre serena. Ho letto – quando ero ragazzina quindicenne – un’iscrizione all’ingresso del parco Nuvoloni (ora Sigurtà: com’è cambiato il mondo!) a ricordo di una certa contessa Anna Maffei (non quella del famoso salotto milanese che si chiamava Clara) la quale “usava ogni dì venire solettamente” in quel luogo “caro al meditare solingo e alla preghiera” ecc. Espressioni ottocentesche, non solo ottocentesche però, se anche il Petrarca, non lontano di qui, ne ha di molto simili. “Solo e pensoso i più deserti campi – vo misurando a passi tardi e lenti”. Come me. Ma dove vado a finire? ai soliti ricordi letterari. No: la voce del passato è troppo triste: non mi fa compagnia. Devo immergermi nella vita di oggi, ed infatti posso scoprire ogni giorno qualche cosa di nuovo ad accompagnare i miei passi: un ciuffo d’erba che nasce, un fiore nuovo.

C’era un seme, ieri, sepolto nel fango della terra: il seme che muore, come noi, anche noi fango della terra. Eppure, oggi, del seme non c’è più che il tenue rivestimento esteriore accanto ad un’altrettanto tenue radice ed ecco il filo d’erba venuto alla superfice, nuovo, di un verde così tenero che commuove, che vibra, che vive. Così nasce un fiore, meraviglia della creazione, nella sua bellezza muta, così si elevano gli alberi. Come sono cresciuti, Mario, da quando non sei più con me! So che sentono la nostra presenza, come gli animali di cui conosciamo così poco, ma li sentiamo vivere accanto a noi, frementi di vitalità, vivaci così che pare che ci insegnino a cogliere l’intensità dell’attimo di questa vita breve. Vita dell’universo, di cui facciamo parte; in questo mondo così piccolo e così grande. Se alzo gli occhi verso il cielo mi sento immersa in quella profondità misteriosa che è tanto lontana eppure ci avvolge da vicino, perché Dio è nella Creazione ed è in noi, come dice San Paolo, e accanto a noi, come ci ha detto Gesù: “Sarò con voi fino alla fine del mondo”: le ultime parole del Vangelo di Matteo.

Eppure “il mio piccolo corpo è stanco di questo gran mondo”, sono parole di Shakespeare, e “Sono stanchi i miei occhi di guardare in alto”, leggo nei Salmi. Ma devo vivere, anche sola. Secondo la tua volontà, Signore.

Mario,

il mio colloquio con te è di ogni giorno, e si fa più intenso nel silenzio e nella solitudine che interiorizza i miei pensieri non lieti di fronte al fiume della vita che scorre inesorabile e che ci trascina verso il mare infinito, e pur tuttavia calmo ed azzurro, del mistero di Dio che ci attende.

Io mi sento come sulla riva, ad aspettare, muta.

Quanto diversi i miei pensieri, allora, in quelle limpide sere in cui, affacciati al nostro ponte che rivedo nella memoria e nell’immagine che ho qui davanti a me, guardavamo estatici lo scorrere lieve di quell’acqua che, attraverso il ponte, va dal lago di mezzo ad espandersi nel lago inferiore.

“Rilucevan le stelle…” come nella Tosca, anzi mi pareva che si facessero più lucenti e più grandi, come più luminoso appariva ai miei occhi il riflesso lunare sull’increspatura dell’acqua distesa quando tu mi dicevi che mi volevi bene e io mi sentivo perdutamente felice.

“Naufragar m’è dolce in questo mare” diceva in uno dei più bei versi della nostra letteratura il povero Leopardi, per esprimere una felicità che smentisce il suo tradizionale errato appellativo di poeta infelice.

Ab initio

Ora dovrei scrivere queste cose ab initio, ma come troverò il coraggio di fissare sulla pagina l’amore e il dolore che non si riesce a dire?

Comunque la pagina rimane muta e non mi rimprovera la citazione letteraria che mi risale forse troppo spesso alla memoria. Anzi direi che mi aiuta ad esprimere quello che citazione letteraria non è, ma soltanto aprirsi del cuore.

“Infandum – (regina) – iubes renovare dolorem”

(continua…)

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