Lost – la Morte è attraversamento.

Per sei anni la serie televisiva Lost ha accompagnato milioni di telespettatori nel mondo, anche in Italia.  Ora che è andata in onda l’ultima puntata – in contemporanea in tutto il mondo – di questa monumentale opera, è possibile trarre sommessamente qualche considerazione.

Lost è un’opera importante perché è una profonda riflessione sulla morte.

Sì, la morte.  La morte, che abbiamo imparato, generazione dopo generazione, a esorcizzare o rimuovere. Ma che sempre segna il limite della nostra vita, e di conseguenza, il limite di senso della nostra vita.

Cosa è la morte ?  Che senso ha morire ? Cosa significa non esserci più ? C’è qualcosa oltre, o tutto finisce ?

Lost – con il suo immane apparato di tecnologia industriale (dello spettacolo), attori, e menti creative – ha osato tentare una risposta a queste domande.

Secondo ‘Lost’ morire – e questo lo abbiamo scoperto negli ultimi dieci minuti della serie durata 6 anni – non è scomparire del tutto.  La morte è un attraversamento. E’ un attraversamento – dicono gli autori, che hanno attinto a piene mani da quel meraviglioso libro che è il Libro Tibetano dei Morti, ma anche dalle tradizioni religiose, in primis quella ebraico-cristiana  – anche molto doloroso.

Perché l’anima – dopo la morte – è chiamata ad un periodo, ad una specie di stanza di compensazione (nel serial tv, l’Isola)  necessaria per distaccarsi dalle cose del mondo. Dalla nostra prigione terrestre.

“Si vive insieme, si muore soli”, sembrava essere lo slogan di Lost, contraddetto però dal suo luminoso – e straziante – finale.  Anche la morte non ci vede completamente soli.  Anche quando moriamo, siamo chiamati a condividere, e a rielaborare con gli altri  – necessariamente con gli altri, per mezzo degli altri – quello che noi siamo stati su questa Terra, quello che abbiamo fatto, quello che di buono o di cattivo abbiamo prodotto.

Nella scena finale, Jack – l’uomo che si sacrifica, l’uomo che dà tutto se stesso, e non a caso colui che fatica di più a liberarsi dal suo impegno terrestre (è l’ultimo ad arrivare) – si ritrova, insieme a tutti gli altri compagni morti, in un edificio sacro, dove ci sono le rappresentazioni di tutte le grandi religioni, e una grande statua di Cristo che accoglie i visitatori a braccia aperte.

In questo senso, Lost – pur essendo un’opera di grande successo e seguito – ha deciso di schierarsi chiaramente.   Lost è in controtendenza con quello che sembra essere il sentire comune oggi dominante.  Con il crollo dell’appeal delle grandi tradizioni religiose, l’occidente sembra precipitato in una seria crisi di sfiducia nei confronti della vita:  la morte è la fine di tutto. Oltre, non c’è nulla. Pensiamo a godercela, e quando è finita, è finita.

Lost non è di questo avviso. Lost ci ripete quello che le grandi religioni ci hanno raccontato, dall’alba dell’umanità – in forme e rivelazioni diverse.  La morte non è la fine di tutto. Nell’uomo c’è di più.  La morte è un attraversamento.  Saremo di nuovo insieme. E saremo noi, con i nostri corpi e le nostre identità.  E ci sarà una luce. Una forte luce.

fabrizio falconi

21 pensieri su “Lost – la Morte è attraversamento.

  1. … sarà meglio portarsi i Ray-Ban dunque. A parte le stupidaggini, non ho mai visto nemmeno cinque minuti della serie e ne avevo piccolissima contezza.
    L’ultima serie televisiva che ho visto si chiamava Gianni e il magico Alverman e anche lì, nella puntata finale, c’era una specie di rivelazione che ricordava un po’ il mito platonico della caverna al contrario.
    Grazie per la segnalazione, cercherò di recuperate il terreno perduto. Secondo Cormac McCarthy, la morte è l’unico tema che valga la pena di trattare.

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  2. Non ho visto nemmeno cinque minuti di “Lost”, ma solo qualche fotogramma della pubblicità.
    Indipendentemente da ciò, ho molti dubbi che “dopo” riavremo la nostra identità, almeno secondo la Rivelazione cristiana. Non dovremmo forse annullarci nell’amore di Dio, cioè in quell’accecante Luce (con la maiuscola poiché è appunto Dio) che Dante non può fissare con gli occhi ancora “terreni”? Ma forse il Poeta fantastica.
    Giorgina BG

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  3. In effetti, Giorgina, definirsi cristiano vorrebbe dire credere nella resurrezione dei ‘corpi’ (non solo delle identità spirituali), come è evidente dalla stessa resurrezione di Gesù, che appare con il suo corpo umano – comprese le ferite.

    Ma – come è piuttosto evidente oggi – questo non è creduto nemmeno da molti che si definiscono (e non dovrebbero, nel senso che è un fondamento imprescindibile della loro fede, come spiega Paolo di Tarso) cristiani.

    f.

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  4. Ma dai! Gli autori non si sono ispirati per niente alle grandi religioni, Si sono ispirati ai cascami della Religione Americana e nella fattispecie ai cascami piú banali dello swedemborghismo che è diventato negli States senso comune popolare, e che nella sua sistematica follia ha una struttura adeguata alla narrativa fantascientifica.
    genseki

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  5. Ok Genseki, ma non parlo di questo. Ho scritto ‘ispirato alle grandi religioni tradizionali’ non relativamente al fatto delle centinaia di simboli di queste religioni che pure sono stati sparsi a piene mani nel corso delle sei serie (nel finale c’è addirittura la ‘Chiesa’ dove sono riprodotti tutti i simboli delle religioni, da shiva al tao, a cristo e alla mezzaluna), ma riguardo alla concezione che ho espresso nel post, ovvero che la morte non è la fine di tutto, che la vita ha un senso, e che esiste una oltre-dimensione, cosa che per l’appunto affermano le grandi religioni.

    f.

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  6. Gentilissimo Fabrizio F.
    grazie per la cortese precisazione. “Credo” nella resurrezione dei corpi, in quanto cristiana, ma non ne ho parlato per non introdurre un lungo discorso relativo a un mio dubbio: con quale forma corporea?
    Quella dell’età della morte oppure quella di un’età giovanile che raffigura la pienezza dell’essere fisico?
    Giorgina BG

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  7. Cara Giorgina,

    no invece mi fa piacere rispondere. Dunque: come è ovvio, anche per chi si definisce e chi crede nel cristianesimo, non ci sono ‘prove’ che rispondano a questa domanda come noi vorremmo, nel senso che – sfortunatamente – nessuno che noi conosciamo è mai ritornato dall’oltre-morte, presentandosi a noi come vivo (a meno di non entrare nel campo esoterico, ecc.)

    Con un unica eccezione però: che è proprio quella su cui si fonda la fede cristiana, e cioè la resurrezione di Gesù di Nazarèt. Se dobbiamo regolarci su QUELLA resurrezione, sembrerebbe proprio che il corpo è esattamente quello che possediamo al momento della morte (seppure rivestito di luce). Cristo stesso, nel rispondere ai discepoli che gli rivolgono spesso questa domanda nei Vangeli, sembra voler intendere molto chiaramente che la resurrezione avverrà con i propri corpi, e con la conservazione della identità fisica oltre a quella puramente spirituale.

    f.

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  8. Beh, a me pareva che le Grandi Religioni avessero una visione almeno un po’ più spirituale. O almeno non tanto grossolanamente materialista,
    genseki

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  9. Genseki, dipende da quale religione. Quella fondata da Cristo è sicuramente fondata sul corpo e sulla carne. A partire dal fatto che un Dio si è fatto uomo. Non è rimasto a svolazzarsene nei cieli.

    f.

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  10. frequentemente nel modo di parlare si nota una tendenza a capire lo spirituale come immateriale. Anzi nel linguaggio comune, queste due realtà vengono spesso identificate.
    Tale identificazione porta ad una comprensione parziale o addirittura deviante di ciò che è veramente spirituale. intendere lo spirituale come immateriale significa escludere dalla dimensione spirituale tutto il mondo materiale, fisico, corporeo[…] Secondo un aspetto dell’antropologia di san Paolo sviluppato poi da alcuni Padri sulla linea di sant’Ireneo, tutto l’uomo è immagine di Dio in quanto corpo anima e spirito. Il peccato ha offuscato l’immagine e impedito la somiglianza che la salvezza di Cristo riporta al suo originale splendore attraverso il battesimo. […] L’identificazxione dello spirituale con lo psichico o con l’immateriale e l’etereo è in ogni caso una trappola.[…]
    Prendiamo anche l’esempio dell’eucarestia. Se lo spirituale è immateriale, come spiegare le realtà ficiche del pane e del vino come realtà eucaristiche perfettamente spirituali?[…] Sembra quasi che la mentalità odierna faccia fatica a concepire come la materia cosmica e il lavoro umano possano diventare, nell’eucarestia, autenticamente spirituali nel senso più vero del termine […]
    La vita spirituale abbraccia pensieri, affetti, fisicità, non c’è evento della vita quotidiana anche insignificante che sia escluso, non toccato dalla vita dello spirito

    M.I.Rupnik, Nel fuoco del roveto ardente, Lipa

    una lettura illuminante per capire cosa sia davvero la vita nello Spirito per noi cristiani

    f&r

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  11. La contraddizione, che tanto sconcerta il pensiero ordinario, deriva dal fatto che dobbiamo usare il linguaggio per comunicare la nostra esperienza interiore, la quale per sua stessa natura trascende le possibilità della lingua (D. T. Suzuki)

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  12. F&R ed Emanuele, vi ringrazio moltissimo. Sono due splendide citazioni.

    Amo Rupnik, e qui spiega come forse meglio non si può fare, quale è il ‘paradosso’ cristiano. Ma alla luce delle moderne acquisizioni della fisica, mentre nel LHC di Ginevra stiamo andando alla caccia del Bosone di Higgs, mentre la fisica quantistica ci dice che la materia è un azzardo, che esistono milioni di universi, e dimensioni parallele e antimateria, possibile che la nostra presunzione ‘ad excludendum’ (“ah, no, questo è impossibile !”) sia ancora così grande ?

    F.

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  13. Interessante la citazione di Rupnik, sì. Riguardo ai milioni di universi e dimensioni parallele, la fisica “ci dice” oppure la fisica “ipotizza”? E’ una differenza abbastanza cruciale, credo. Ma basta anche contemplare l’unico universo attualmente “accertato”, per convenire con i bei versi che ho letto qui nei pressi:

    essendo il tutto scaturito
    dal ventre d’Iddio
    alla fine dei tempi
    il tutto ritornerà nel suo ventre
    niente andrà perduto
    tutto sarà gioiosamente salvato

    Temo occorra rendersi sufficientemente astratti, però, ovvero annullarsi fiduciosamente in un principio.

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  14. Lost, l’ennesima serie televisiva per teste lobotomizzate dal tubo catodico.

    La crisi ha fatto chiudere questa produzione. Dovrei essere dispiaciuto per quelle 8.000 persone che sono rimaste senza lavoro, ma sarebbe stato assai peggio se questo filmetto avesse continuato a ripetersi ancora per arrivare a chissà quante stagioni. Non tutti i mali vengono per nuocere e la chiusura di Lost, anzi il suo seppellimento è una fortuna per tutti noi.

    In America i predicatori in tv sono i soli a non avere fame. Lost era non meno sconcio di tanti predicatori del tubo catodico. Benvenuta sia la morte di Lost.

    Potrete comunque acquistare Lost in Dvd. I produttori vi aspettano a braccia aperte, proprio come il Cristo. AMEN.

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  15. Elio, sì la scienza ipotizza. Ma qualche volta ci prende pure. Il Bosone di Higgs è stato ipotizzato 45 anni fa, per pura deduzione matematica da un ‘folle’ e oggi è piuttosto probabile che se ne troverà conferma (della sua esistenza) nell’immane esperimento di Ginevra.

    Il fatto che il nostro non sia l’unico universo e che la materia occupi soltanto il 5% di questo universo (per il resto abitato da una massa e una energia che la fisica – non uno stregone – definiscono ‘oscura’) sono invece concetti sui quali ormai concorda quasi la totalità della comunità scientifica.

    f.

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  16. Scusami la pedanteria Fabrizio, però l’idea che esistano altri universi penso sia ancora puramente filosofica: uno la può considerare psichicamente più soddisfacente del suo opposto, esattamente come per l’esistenza di Dio, o l’esistenza di dimensioni spirituali appunto. Ma di vincoli “scientifici”, che quindi costringano verso una tale conclusione non mi risulta proprio che esistano, dunque applicando Occam (ma anche il primo Wittgenstein :-)..

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  17. Non lo so, Elio. Io non sono uno scienziato. Ma adoro leggere la grande divulgazione scientifica. Recentemente ho letto un meraviglioso libro di uno dei più grandi astronomi viventi, Martin Rees (http://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Rees ), “il nostro ambiente cosmico” ediz. Adelphi.

    E’ un piccolo compendio dello stato dell’arte della astrofisica moderna. In cui vengono ricapitolate evoluzione e contenuti di tutte le diverse scuole di pensiero attuali – basate però su modelli sperimentali – e la stragrande maggioranza dei fisici moderni sembra dare per scontato l’esistenza di quello che è stato chiamato ‘multiverso’ (un sistema formato cioè da molti universi (infiniti ?) intercomunicanti tra di loro) del quale ovviamente ignoriamo ancora quasi tutto.

    Alcuni dei molti esperimenti che si effettueranno a Ginevra daranno forse risposte certe. Si cercherà anche di riprodurre in laboratorio un piccolo ‘big bang’, ovvero una di quelle Singolarità dalle quali è nato il nostro universo.

    f.

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  18. Non lo so, Elio. Io non sono uno scienziato. Ma adoro leggere la grande divulgazione scientifica. Recentemente ho letto un meraviglioso libro di uno dei più grandi astronomi viventi, Martin Rees, “il nostro ambiente cosmico” ediz. Adelphi.

    E’ un piccolo compendio dello stato dell’arte della astrofisica moderna. In cui vengono ricapitolate evoluzione e contenuti di tutte le diverse scuole di pensiero attuali – basate però su modelli sperimentali – e la stragrande maggioranza dei fisici moderni sembra dare per scontato l’esistenza di quello che è stato chiamato ‘multiverso’ (un sistema formato cioè da molti universi (infiniti ?) intercomunicanti tra di loro) del quale ovviamente ignoriamo ancora quasi tutto.

    Alcuni dei molti esperimenti che si effettueranno a Ginevra daranno forse risposte certe. Si cercherà anche di riprodurre in laboratorio un piccolo ‘big bang’, ovvero una di quelle Singolarità dalle quali è nato il nostro universo.

    f.

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  19. Grazie degli ulteriori elementi Fabrizio. Beh, speriamo solo che il ‘big bang’ che tentano di riprodurre sia garantito rimaner piccolo da qualche equazione davvero incontrovertibile 🙂

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