“Arabeschi di Luce”, di Maria Grazia Maramotti

Recensione di Giovanni Agnoloni

Maria Grazia Maramotti, Arabeschi di luce (Campanotto Editore, 2009)

L’opera di un poeta racchiude in sé significati spesso criptici, che risuonano con le profondità dello spirito, dov’è difficile arrivare per tramiti razionali. Serve un approccio intuitivo, emotivo e spirituale.
Questo è profondamente vero per una poesia d’impostazione ermetico-archetipica, qual è quella di Maria Grazia Maramotti. Continua a leggere

Il pescatore di scorfani calcistici

di Franz Krauspenhaar

Non assisto alla disfatta di Lippi contro la Slovacchia. Ho capito da tempo che la squadra azzurra non avrebbe fatto strada, e provo per la Nazionale, da tempo, una sorta di sorda inimicizia, di digrignante antipatia. Il presuntuoso “Paul Newman” del caciucco-sport dice di non aver lasciato fenomeni a casa; di certo ha lasciato in Italia i migliori, come Cassano. Su Facebook, la seconda casa di parecchi – me compreso – lancio frasi a effetto sull’argomento, come “Lippi lippi bau bau”, “Credo che un Lippi così non ritornerà più”, “Finalmente Lippi è pronto per la sua nuova carriera di Capitan Findus”, ecc. Sono frasi tristi, in fondo, che fanno comunque risaltare, nella parte del cattivo dello spaghetti western, un personaggio di infinito squallore, l’epitome dell’italiano medio, dell’ex bagnino della Versilia  -posto che ho sempre trovato abbastanza  triste e freddo, nonostante le attrezzature balneari – che fa fortuna fuori, l’ex bel ragazzo dal piglio deciso – che lo sappiamo, in ogni italiano veramente medio si nasconde un Mussolini magari d’altra taglia, come l’allenatore biancocrinuto – che sfonda con la furbizia e un certo rigore nell’impegno. Continua a leggere

STORIA CONTEMPORANEA n.47: Gli strani incroci del Tempo. Giancarlo Micheli, “La grazia sufficiente”

Negli anni tra il 1896 e il 1901 (rispettivamente nel 1896, 1897, 1899 e 1901), Anatole France scrisse quattro brevi volumi narrativi (ma dal taglio saggistico e spesso erudito) che intitolò alla fine Storia contemporanea. In essi, attraverso delle scene di vita privata e pubblica del suo tempo, ricostruì in maniera straordinariamente efficace le vicende politiche, culturali, sociali, religiose e di costume del tempo suo. In particolare, i due ultimi romanzi del ciclo presentano riflessioni importanti e provocatorie su quello che si convenne, fin da subito, definire l’affaire Dreyfus. Intitolando Storia contemporanea questa mia breve serie a seguire di recensioni di romanzi contemporanei, vorrei avere l’ambizione di fare lo stesso percorso e di realizzare lo stesso obiettivo di Anatole France utilizzando, però, l’arma a me più adatta della critica letteraria e verificando la qualità della scrittura di alcuni testi narrativi che mi sembrano più significativi, alla fine, per ricomporre un quadro complessivo (anche se, per necessità di cose, mai esaustivo) del presente italiano attraverso le pagine dei suoi scrittori contemporanei. (G.P)

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di Giuseppe Panella

Gli strani incroci del Tempo. Giancarlo Micheli, La grazia sufficiente, Pasian di Prato (UD), Campanotto Editore, 2010

Chi crede che la Storia abbia un senso o che la filosofia della storia possa essere considerata non soltanto come una teoria astratta pensa che in essa avvengano incontri incroci e contatti che altrimenti non sarebbero spiegabili. Il nuovo romanzo di Giancarlo Micheli vive di questi incroci (quello tra cultura occidentale e modo di vita orientale) e di questi contatti (tra abitanti del Giappone e commercianti olandesi, ad esempio). Vive anche di una riflessione sulla natura della Grazia che oggi potrebbe sembrare di certo surenné se il suo argomento non fosse sempre di attualità e basato su una domanda ineludibile per ognuno di noi: cosa succederà di noi una volta passati a miglior vita? Saremo salvati e redenti o sommersi dal cumulo infinito delle nostre colpe nei confronti del Creatore delle nostre esistenze? In Olanda, dalla metà del Cinquecento fino a tutto il Seicento, nell’epoca di Hugo Grozio e di Baruch Spinoza, la disputa sulla predestinazione e sulla salvezza dell’umanità tiene banco sul fronte teologico e giunge ad infiammare gli animi fino al calor bianco delle accuse di eresia e di ateismo. Il problema della “grazia sufficiente” alla salvezza finale dell’uomo vede fronteggiarsi due posizioni opposte e in violenta lotta tra di loro.

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Los monstruos nuncan mueren (Carlos Marzal, Spagna 1961)

A Felipe Benítez Reyes

Si crees que retroceden, si parece
que han olvidado el rastro de tus días,
tus lugares sagrados, tus rutinas,
el bosque inabarcable de tus sueños;
si sonríes porque ya no recuerdas
la última noche en que te atormentaron,
ten por seguro que darán contigo.

Y entonces pisarán donde tú ya has pisado,

incendiarán tu bosque, tendrás cita
con ellos en su cama, jugarán con tus cartas,
beberás de su copa
y soñarán por ti castigos impensables. Continua a leggere

Se potessi

da qui

Ultimo pensiero di Loreto: che senso ha invecchiare senza te? Mi hai fatto ascoltare la vita quando gli orecchi erano chiusi, mi hai tratto dal buio mentre ero figlio bastardo di una lunga notte, ed ero solo anche in compagnia, perché non riuscivo a convivere con me. Tu come stai, stasera? Ci potremmo trovare come allora, sotto una grande luna, a vedere se mai passasse un treno. Io, come ogni sera, resto solo. Perché non sorridi? Se potessi darti un bacio sulla fronte ancora calda, come quando te ne andasti senza dirmi nulla, e al telefono sentii: don Mario è morto. Ma che emozione, ogni volta, ritrovarti in un paesaggio, all’angolo di un bar, sulla linea azzurra di un orizzonte d’acqua. Perché non sorridi? Se potessi darti un bacio, presto, dammi un bacio.

“La cultura non può limitarsi alla critica e all’indignazione per sembrare profonda e intelligente” di Franco Bolelli

Permettetemi per una volta di cominciare con tre citazioni. “Nulla è più pericoloso per l’anima che occuparsi continuamente della propria insoddisfazione e debolezza”. “Spezzate, spezzate, ve ne prego, le tavole degli eterni malcontenti!”. “La responsabilità del poeta e dello scrittore è quella di aiutare gli umani a tener duro elevando il loro cuore, ricordando loro il coraggio e l’onore e la speranza e l’orgoglio e la compassione… la sua voce non può soltanto registrare, ma deve essere uno dei sostegni, dei pilastri per aiutarli a tener duro e a prevalere”. Il primo è Hermann Hesse, il secondo è Friedrich Nietzsche, il terzo è William Faulkner nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura.  Continua a leggere

Meste e maledette

di Alfonso Nannariello

Mamma doveva aver avuto timore di partorire perché anche sua sorella Lucia, se non ricordo male le cose che diceva, morì in seguito all’unico suo parto, a ventisei anni, quando lei era piccola.

Se zie’ Cïetta, nell’unica foto in cui l’ho vista, avesse avuto il vento di un tulle nero tra i capelli, con quell’abito già nero sarebbe assomigliata a Jeanne Hébuterne, la donna di Amedeo Modigliani, quella che si uccise quando lui morì. Mia zia era bella, pure più di lei. Continua a leggere

Provocazione in forma d’apologo 164

Perdonate se non mi firmo. Sono un uomo di scienza, amo il mio lavoro e so farlo bene; e se quanto segue comparisse a mio nome sarei immediatamente allontanato dai miei incarichi come millantatore o folle, o l’uno e l’altro insieme: perché certe verità questo sistema non può reggerle, e se ne difende con qualsiasi mezzo.
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Vieni via con me

da qui

Scrivo queste righe alla vigilia della partenza da Loreto. Sei giorni sono pochi: dal lunedì al sabato. E fu sera e fu mattina: sesto giorno, la creazione dell’uomo. La ricreazione, in questo caso: la campanella è suonata, si ritorna in classe. Non ho fumato una sigaretta, ho perso anche quel vizio. Domattina farò la valigia, pagherò il conto, la suora mi sorriderà, stringendomi la mano. Caricherò l’auto, farò manovra, attraverserò Porta Marina e scenderò verso l’autostrada. Arrivato a casa – se non pioverà di nuovo, se non mi schianterò da qualche parte – mi chiederanno com’è andata, se mi sono riposato. Dirò di sì, non posso fare altro. Sei giorni sono pochi: dal lunedì al sabato. E fu sera e fu mattina, sesto giorno. E se restassi qui? Se mi aspettassero per giorni, mesi, anni? Se la gente che riempie la chiesa non mi vedesse più, chiedesse informazioni e alla risposta: non sappiamo, non è più tornato, sussurrasse: peccato, predicava così bene! Se, dopo un poco, tutto trovasse un equilibrio nuovo, un parroco diverso, abitudini mutate, perso il ricordo di don Mario e don Fabrizio, come nulla fosse stato? In fondo, la vita è preparare le valigie, aspettare qualcuno che ti dica: Vieni via con me.

Pompei (ovvero l’altra faccia della fine) di Pasquale VITAGLIANO

“Devo decidermi entro oggi. Questo è il programma della giornata.” E pose il libro sul comodino affianco al suo letto, dopo aver lasciato traccia con un segnalibro. Praga misteriosa. Lo aveva comprato nel suo ultimo viaggio all’estero. Le torri, le guglie, l’orologio astronomico. Lo avevano colpito le statue. Né classiche e nemmeno stilizzate, né tanto meno informi. Teatrali, piuttosto. Anzi, allegoriche. Erano familiari. Da presepe napoletano, che contrastava con lo stile gotico dominante. Si sentiva in entrambi i casi lo sforzo di raccontare la realtà. A proprio modo, ovviamente. Deformandola. Continua a leggere

Francesco Balsamo, Ortografia della neve

Francesco Balsamo,
Ortografia della neve,
incerti editori 2010

Francesco è un poeta davvero toccante, e un artista magnifico…
Il libro in questione – gli
incerti editori siamo noi, certi di poter fare un buon lavoro, come un buon sogno da portare su carta-libri – ha una veste (orto)grafica curata personalmente dal poeta, e dentro (e fuori) vi si trovano suoi bellissimi disegni. (Giampaolo De Pietro)

inverno atlantico
i giorni
affiorano
a poco a poco
come timide balene Continua a leggere

Inediti – di Maura Gancitano

Prima che tutto accada

Spengo la sigaretta,
e tu fai lo stesso.
Hai ragione, è strano pensare che io mi trovi qui.
Le mie braccia si spingono
fino alla spalliera della tua poltrona,
e tu guardi la meraviglia
di ciò che non succede neanche oggi.
Ma parliamo d’altro,
e i nostri occhi navigano nei nostri occhi. Continua a leggere

QUEL CHE RESTA DEL VERSO n.45: Dolce maestra di poesia. Annalisa Macchia, “La luna di Cézanne”; “A scuola di poesia. Per capirla, per spiegarla, per scriverla, per amarla”

Il titolo di questa rassegna deriva direttamente da quello di un grande romanzo (Quel che resta del giorno) di uno scrittore giapponese che vive in Inghilterra, Kazuo Ishiguro. Come si legge in questo poderoso testo narrativo, quel che conta è potere e volere tornare ad apprezzare quel che resta di qualcosa che è ormai passato. Se il Novecento italiano, nonostante prove pregevoli e spesso straordinarie, è stato sostanzialmente il secolo della poesia, oggi di quella grande stagione inaugurata dall’ermetismo (e proseguita con il neorealismo e l’impegno sociale e poi con la riscoperta del quotidiano e ancora con la “parola innamorata” via e via nel corso degli anni, tra avanguardie le più varie e altrettanto variegate restaurazioni) non resta più molto. Ma ci sono indubbiamente ancora tanti poeti da leggere e di cui rendere conto (senza trascurare un buon numero di scrittori di poesia “dimenticati” che meritano di essere riportati alla memoria di chi potrebbe ancora trovare diletto e interesse nel leggerli). Rendere conto di qualcuno di essi potrà servire a capire che cosa resta della poesia oggi e che valore si può attribuire al suo tentativo di resistere e perseverare nel tempo (invece che scomparire)… (G.P.)

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di Giuseppe Panella

Dolce maestra di poesia. Annalisa Macchia, La luna di Cézanne, prefazione di Plinio Perilli, Napoli, Kaírós Edizioni, 2008; Annalisa Macchia, A scuola di poesia. Per capirla, per spiegarla, per scriverla, per amarla, prefazione di Franco Manescalchi, Firenze, Florence Art Edizioni, 2009

La luna di Cézanne è del 2008 – un libro di liriche e di emozioni trasformate in scrittura che arriva come un colpo di scena ben orchestrato dopo molti anni d’attesa. Certo nel 2004 era uscito, per la Casa Editrice ETS di Pisa, La stanza segreta, una raccolta ben orchestrata di liriche e di abbozzi poetici ben ripiegati all’interno di una soggettività mai doma e qui esibita con fierezza come con modestia e pudore, ma l’Autrice sembrava, in realtà, consegnata a tutt’altro destino. Dopo un’eccellente ricostruzione storica quale era stata la ricerca su Pinocchio in Francia (pubblicata nei Quaderni della Fondazione Nazionale “Carlo Collodi” a Pescia nel 1978) e proseguimento ideale della sua tesi di laurea, Annalisa Macchia sembrava interamente destinata alla letteratura per l’infanzia e ne fanno fede alcuni suoi piccioli libri come La gattina dalla coda blu, La formica giramondo, Il fantasmino, Il pesce palla e la nave pirata (Firenze, Piero Chegai Editore, 2002) e Mondopiccino (Firenze, Florence Art Edizioni, 2004). Il precedente libro di liriche, di conseguenza, sembra costituire un unicum e non l’inizio di un nuovo (e più ricco) percorso.

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Carne nascosta

da qui

Passo davanti al mare: la gente pullula nella carne esposta e negli sguardi mutilati dalla luce e il caldo. Sembra che stia lì per scurire il colore della pelle, per una faccia di bronzo, come non ce ne fossero abbastanza. E’ dal ’96 che non metto un costume e faccio il bagno, da quando bruciarono don Mario; l’ho fatto per solidarietà e mi è rimasto questo vezzo di guardare la spiaggia di lontano, come un sogno che mi viene incontro e non mi trova. Mi sento un bicchiere di cristallo in una giungla di felci giganti e di serpenti. Basta niente per rompere il vetro della cuspide della sensibilità, diciassette-ventuno febbraio, roba da De André e Chopin, figure che mal si adattano alla vita. Si fatica a dirsi, a tradurre in parole le immagini che affiorano da dentro. Mentre percorro il lungomare, l’autoradio manda Firenze di Graziani: ecco, tu mi avresti capito, avresti brindato con me alla luce bianca della nostra carne nascosta.

Lettera a Luca

di Mario Gravina

Luca ritirò la posta dalla cassetta delle lettere che, come al solito, la trovò zeppa di pubblicità.

“Vorrei sapere chi li autorizza a deporre nella cassetta della posta tutta questa robaccia”.

“Dici sempre la stessa cosa ogni volta che ritiri la corrispondenza”. Disse Marco ridendo scherzosamente.

“La chiami corrispondenza questa?” Luca allungò le mani verso Marco mostrando un mucchio di cartoline e depliants pubblicitari. E’ tutta carta sprecata, inutile, anzi dannosa. Per produrre tutta questa cartaccia si abbattono intere foreste. A noi lasciano il compito cretino di cestinarla o, per i più informati, raccoglierla per farla riciclare”. Continua a leggere

Il Capitano Mario (V)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV)

NOZZE: COME AVVENTURA

Era il 3 ottobre 1935

Attendevamo, numerosissimi, nella piazza principale di Cantù il discorso del Duce, diffuso dagli altoparlanti. Uno di quei discorsi, bellissimi, che mi erano sempre piaciuti. Nessuno parlava, né forse parlerà, come lui che ipnotizzava le folle.

Quel giorno proclamò la dichiarazione di guerra all’Abissinia.

Sentii di odiarlo.

Ed era la prima volta che provavo un sentimento di odio contro qualcuno. Improvvisamente: odio e delusione. Ero violenta nel mio sentire: tutto sommato comunque non ero ancora antifascista: anzi ero sempre entusiasta per le imprese eroiche e anche per il fascismo. Come eravamo giovani; come eravamo inesperti! Ma non avrei mai potuto credere che un dittatore potesse assumersi la responsabilità di gettare un popolo in una guerra, di far morire anche un solo uomo. E unicamente per soddisfare la propria ambizione. Non era un sanguinario: lo diventò perché lo volle: lui solo. Non ci fu un applauso, non una musica. Tutti se ne andarono, in silenzio. Erano gente seria.

Mario era a Vipiteno.

Aveva assolto agli obblighi del servizio militare, aveva il congedo firmato e stava per rientrare a Pavia, per laurearsi.

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Treni

da qui

Ti piacevano i treni: quando si viaggiava, non ne vedevamo quasi mai. Appena ne compariva uno, era una gara a chi se ne accorgeva prima: eccolo, guarda là! Da quando non ci sei, ne passano continuamente; soprattutto il pendolino, cui eri affezionato. Capisco all’istante che ci sei: oggi mi stavo infilando nella cappella dell’adorazione, ma recitavano il rosario. L’adorazione, per me, o è silenzio totale o non è nulla. Così devìo verso la santa casa, e ricordo che avevo dimenticato il rosario che mi ero impegnato a dire là. La vita è diventata attesa di un’epifania che riallaccia le nostre vite separate; potrei utilizzarla come prova dell’immortalità dell’anima, ma mi basta pensare tra me e me: ciao, Mario, ti aspettavo.

FRANCESCO ORLANDO. Un ricordo, uno spunto di discussione.

di Giuseppe Panella

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«… perché era un vero poeta e del partito del diavolo senza saperlo»

(William Blake, Il matrimonio del cielo e dell’inferno)

1. E’ ormai evidente che sto diventando vecchio per il fatto che continuo a ripetere sempre più spesso che “mi ricordo, sì, mi ricordo…”. Eppure casi recenti come la scomparsa di un maestro della critica e della teoria letteraria come Francesco Orlando non possono che scatenare in me una ridda di ricordi che vanno sempre più indietro nel racconto della mia vita.

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Da: Contratto a termine – di Luca Ariano

Sulla Via Emilia

Di cancelli serrati, di ciminiere

spente – ma senza viaggiare

troppo lontano: per sentire

il sapore delle zanzare sulla pelle

e il calore umido del riso. Continua a leggere

La siepe

da qui

Vengo a piangere a Loreto le lacrime che a Roma ricaccio sempre dentro, perché ogni volta c’è qualcuno o qualcosa a cui pensare. Qui mi commuovo quando e come voglio: davanti alla Madonna o al Santissimo protetto da una specie di sipario, dove entrano piccioni a tradimento, sulla strada verso la terrazza azzurra di Sirolo o lungo le curve in saliscendi che portano faticosamente a Recanati. Visto tra le lacrime, il mondo è un’altra cosa: risponde alle attese, è plasmato, metro per metro, dai desideri più profondi. Quando appare la siepe di Leopardi, sento che al di là di essa c’è il tuo volto, la piega del sorriso che canzonava la serietà eccessiva dietro cui mi trinceravo. Dalla balaustra scura di Sirolo non si vedono navi, e neanche vele: c’è troppo vento. Eppure, se piango, le imbarcazioni salpano dal cuore, la tempesta estiva scompiglia gli angoli del tempo, tutto è nuovo oltre la siepe che chiamavo morte, e  invece mi permette di vederti.