Le cose fondamentali

di Roberto Carnero

Con il suo libro precedente, ”Stabat Mater” (vincitore l’anno scorso del premio Strega), Tiziano Scarpa aveva svolto un’intensa, serrata riflessione sul tema della maternità. Ora il nuovo romanzo ”Le cose fondamentali” (pagg. 168, euro 18,00) , che esce oggi pubblicato dalla Einaudi , affronta l’esperienza della genitorialità dal punto di vista maschile, cioè da quello del padre. Il protagonista è un certo Leonardo Scarpa (ma – ci assicura l’autore – non si tratta di un personaggio autobiografico, anche perché lo scrittore non ha figli), il quale, quando sua moglie partorisce un bambino, Mario, decide di scrivere una sorta di diario che il ragazzo dovrà leggere quando compirà 14 anni. Si mette cioè a parlare non al neonato, bensì al figlio adolescente, immaginandosi come sarà in quell’età difficile e sperando che le sue parole possano aiutarlo ad affrontarla. Ciò impedisce a Leonardo di vivere nel presente le gioie della paternità, ossessivamente proiettato com’è sull’incerto futuro di suo figlio. Glielo rinfaccia con franchezza, e anche con una certa dose di cinismo, un amico, Tiziano (e qui capiamo che l’autore ha voluto, per così dire, sdoppiarsi in questi due personaggi). Tiziano non ha figli, non ne ha mai voluti e anzi prova una certa insofferenza nei confronti degli entusiasmi dei neo-genitori. Ma Leonardo continua imperterrito a scrivere al figlio: «Forse scriverti è una reazione alla novità inaudita del tuo arrivo su questo mondo, una conseguenza necessaria della tua nascita, non posso interrompermi, non posso farne a meno». Poco più avanti riflette: «È come quando sei innamorato: vuoi vedere la persona che ami, ma le vuoi anche telefonare, e scrivere messaggini, e mandare mail, e spedire lettere, tutto quanto, il più possibile, contemporaneamente». A un certo punto, però, la vicenda vira bruscamente: il piccolo Mario ha una febbre che non passa, il pediatra consiglia la solita Tachipirina, ma la mamma non si fida e decide di portarlo al pronto soccorso. Lì la diagnosi inaspettata: leucemia. Il bimbo viene seguito da un medico donna molto bravo e scrupoloso. Una soluzione sarebbe il trapianto di midollo. Quello della madre però non si rivela compatibile. Ma la sorpresa più grande sarà determinata dagli esami su Leonardo: il padre biologico del bambino non è lui. Per l’uomo si tratta a questo punto di un doppio trauma: la grave malattia del bambino che credeva suo figlio e la scoperta che Mario non gli appartiene. Che cosa farà Leonardo? Forse abbiamo già raccontato troppo della trama, e per non far torto all’autore e ai suoi lettori non andiamo oltre. Anche perché, tra l’altro, il finale è aperto. La storia, avvincente e ben congegnata (oltre che scritta con quell’originalità stilistica, sempre sorprendente, alla quale Scarpa ci ha abituati fin dai suoi esordi), fornisce tutta una serie di spunti riflessivi che l’autore ha saputo cogliere. Sempre in maniera non convenzionale, attraverso immagini potenti (come quella della prima scena del libro, in cui il padre vorrebbe allattare il figlio che piange, cercando di sfidare l’incapacità del corpo maschile a nutrire il bambino) e sprazzi riflessivi che sono forse la cifra più nuova dell’ultimo Scarpa (l’autore di questo e del precedente romanzo). L’incapacità degli adulti di dialogare veramente con i figli, l’insensibilità di questi ultimi nei confronti dei discorsi dei primi, il mistero di un passaggio di consegne tra generazioni che non è mai un mero dato biologico. Sullo sfondo scorre il romanzo di formazione del protagonista, attraverso la voce narrante di Leonardo, il quale ripercorre il proprio essere stato figlio negli anni dell’adolescenza, in cui aveva cercato, per differenza, di trovare la propria identità nella contrapposizione con i genitori. Attraverso scelte – sentimentali e professionali – a questi incomprensibili, magari anche derise perché non capite. Ma per lui quello era l’unico modo per costruire il proprio sé. All’incrocio tra i diversi motivi del libro è centrale la riflessione sulla paternità. «Sono padre, ho pensato. È una cosa che mi fa effetto. Una di quelle parole che avevo sempre considerato da fuori, senza mettere in conto che un giorno sarebbe potuto arrivare qualcuno (tu) in grado di entrarci dentro riempiendola di significato», riflette a un certo punto il protagonista. Ma che cosa significa essere padri? C’è una differenza sostanziale tra il genitore biologico e quello adottivo? «Fare un figlio è considerato un atto di fiducia nell’umanità. Secondo me è il contrario. Proprio perché non sei soddisfatto dell’umanità che c’è già, ne metti al mondo di nuova. Non affronti un problema esistente, ma ne crei un altro, un figlio, un problema nuovo, dando il meglio di te (e non soltanto il meglio) per risolverlo. Non migliori la vita a chi è già vivo: fai nascere qualcuno a cui vivere potrebbe risultare assai sgradito. I veri genitori, quelli che amano l’umanità, sono i genitori adottivi». Il vero padre, in altre parole, è quello che sceglie di esserlo. Al di là del fatto che ci abbia messo lo spermatozoo. Essere padre ha a che fare con la responsabilità di una scelta, con l’assunzione di un ruolo nei confronti di una persona che si è disponibili ad aiutare a crescere. La società però non sembra riconoscere la delicatezza di questo compito: «Per adottare un figlio si fa una quantità di test ai candidati genitori, mentre chiunque voglia mettere al mondo un bambino suo può farlo senza passare nessun esame». Oltre a quello della paternità, l’altro motivo che, seppure in maniera meno immediata, emerge con forza nel libro, soprattutto nelle ultime pagine, ha a che fare con l’arte e il suo ruolo di conoscenza. Per far capire a Leonardo che, in un certo senso, poco importa aver saputo che Mario non è suo figlio e al limite anche sapere, in futuro, chi sia il vero padre del bambino, Tiziano lo porta con sé a Basilea, convincendolo a visitare un museo in cui sono custoditi alcuni dipinti del pittore tedesco della prima metà del XVI secolo Hans Holbein il Giovane. In particolare ce n’è uno in cui sono ritratti la moglie e i due figli dell’autore. Tiziano a Leonardo: «Non gli è bastato sposarsi e concepire due bambini. Li ha fatti entrare nelle sue opere. Devi farlo anche tu». Essere padre ha a che fare con la creatività, presuppone una certa dose di invenzione, immaginazione, fantasia. E l’arte – compresa la scrittura – ha la capacità di promuovere questa intuizione. Il libro di Tiziano Scarpa ha il merito di interrogarsi in profondità sulle grandi questioni dell’esistenza (“le cose fondamentali” del titolo) attraverso le immagini emblematiche della storia che racconta.

26 pensieri su “Le cose fondamentali

  1. Passo. Dopo SM, Scarpa per me non esiste più. Ho letto il peggio del peggio, non è giusto che mi infligga una inutile sofferenza. La lettura dovrebbe essere un piacere e non una tortura. Per affrontare la generiolità avrà fatto scannare un cavallo diventato poi della colla vinilica? Poco importa.

    "Mi piace"

  2. Passo anch’io ma con qualche fatica nella respirazione. Con tutto che Tiziano Scarpa è una persona simpatica. Che vecchiume totale. Preferisco Totem e Tabù.

    "Mi piace"

  3. Sì, è simpatico. Come persona è più o meno simpatico. Dipende. 😉 Come scrittore, per ora dico basta.

    La copertina è terribile: nel senso che si presta ottimamente a un prodotto, per far breccia nei cuori delle mamme e future mamme. Un colpo basso, proprio da businessmen senza alcun riguardo.

    "Mi piace"

  4. tiziano scarpa è assolutamente simpatico, mentre deludente stabat mater. questo non so, non posso saperlo, ma mi pare dalla recensione un po’ melenso: una melensaggine fatta di trovate sceniche, di bei momenti, che si vede proprio che non c’ha figli. comunque lo leggerò, leggo di peggio, ci sta anche questo. a me la copertina fa giusto venire in mente che uno non c’ha figli: perché quando gli fai così agli infanti ti vomitano in faccia un intero biberon, gli va il sangue alla testa che i pediatri ti dicono di non farlo.

    "Mi piace"

  5. aggiungo che al giorno d’oggi chiamarsi mario scarpa praticamente non esiste. è possibile che essendo scarpa un cognome assai diffuso in vari strati sociali, mario sia sostituito da kevin o maicol (sic), o dall’onnipresente niccolò o alvise, ma mario proprio no, non è credibile.

    "Mi piace"

  6. In una vecchia sceneggiata napoletana il protagonista, di fronte ad un padre naturale che reclama il figlio, recita: “i figli so’ piezz ‘core …. sono di chi li cresce e non di chi li fa (chiedo scusa se il mio napoletano non è ben scritto ma io sono romana).
    Non ho letto ancora questo libro di Scarpa e la recensione mi ha convinto ad entrare in libreria ma prendo spunto da quanto scrive Roberto Carnero per essere solidale nel dire che genitore è chi sceglie di esserlo non chi biologicamente lo è.
    Adottivi o meno, a volte si è genitori per esigenza genetica e non per volontà di esserlo. Scegliere di esserlo è qualcosa di più: i figli nascono da un profondo atto di egoismo e come dice Roberto, non è detto che si sia fatto un bene all’umanità. Solo se dall’istante del concepimento o poco più, si sceglie poi di essere genitore e di trasformare l’evento piacevole in un atto di amore verso la nuova creatura, allora forse si fa qualcosa per l’umanità. Nessuno di noi ha chiesto di nascere ma ringraziamo i genitori di averlo fatto se oltre che buoni prinicipi, educazione e altro abbiamo ricevuto e conosciuto soprattutto l’amore di un padre e di una madre. A Tiziano Scarpa il merito di aver scritto un libro sull’argomento che non venga trattato da un punto di vista medico psicologico ma semplicemente dei sentimenti. Merito ancor più grande se, come leggo, non è genitore. E’ sicuramente un argomento importante in una società in cui i figli sono un’appendice, spesso un pacco da mollare di qua e di là finchè non sono abbastanza autosufficienti. Ed è anche bello che si parli di paternità in una società che parla solo di mamme.
    Avere un figlio ti cambia la vita e scrivere un diario è il volergli raccontare e prendere atto di emozioni irripetibili, uniche e spesso indescrivibili, parlargli anche dei propri dubbi e preoccupazioni che un domani per ruolo e per non creare insicurezze, non gli si diranno. Considerato che l’argomento è importante e non ammetterlo vuol dire continuare a non far del bene all’umanità, è giusto inserirlo fra le letture come spunto per chiderci che genitori siamo, come vorremmo esserlo o come avremmo voluto averli. Ancora una volta Tiziano Scarpa ci porta ad una riflessione profonda su noi stessi, su ciò che siamo e perchè, come ogni bravo scrittore dovrebbe fare affinchè la sua opera sia degna di essere chiamata tale, perchè è vero il frutto dell’arte è come un figlio, voluto, concepito, amato, per cui ci si preoccupa anche del suo futuro.
    Grazie a Scarpa per averlo scritto e a Carnero per averlo presentato.
    SM

    "Mi piace"

  7. La paternità come eredità da lasciare ma anche come confronto col nuovo che avanza, come ambito di crescita sia per il figlio che per il padre, un argomento non facile in un tempo in cui i genitori giocano a fare gli “amici” dei propri figli o in cui di figli non se ne fanno proprio per lasciare a sé stessi più tempo per “godersi la vita”.
    Grazie al coraggio di chi affronta argomenti antichi con parole nuove.

    f&r

    "Mi piace"

  8. Scarpa… aveva ragione Scurati, scarpa chiagni e fotti, un gran furbo, capisce dove tira l’aria, il tema del padre è in voga, vedi l’altro deludente libro di Biondillo, la retorica sulla parternità di Wu Ming e lo stesso Scurati… la letteratura italiana è a pezzi.

    "Mi piace"

  9. @ LUCYPESTIFERA

    Sei proprio pestifera, ma a me è capitato che non sono padre. E anche che mi abbia innaffiato di pipì. ^__^ Dopo queste esperienze ho capito che i neonati sono come delle scimmiette bellissime e innocenti.

    "Mi piace"

  10. Scrivo “io”, ma questo non significa nulla, è una funzione grammaticale per far muovere i verbi. Le parole non mentivano, poco fa, si sono impossessate di me, si sono sostituite a quello che sono, a quello che pensavo di essere, sono solo loro che vivono dentro di me, io non esisto, non ci sono.

    La storia di un dolore, il tentativo di descrivere un vuoto, di farne una radiografia il più possibile fedele, di contro all’illusione di riempire, orientare, plasmare, prevenire. L’ostinata mappa di un’assenza, disegnata a partire da ciò che gli si accalca intorno: resta la coscienza di stare su una soglia, dove ognuno deve fare i conti da solo col vuoto e il dolore inevitabili, decidersi una volta per tutte per il bene o per il male, diventare, insomma, padre di se stesso.

    "Mi piace"

  11. Giulio Rossi: scusa ma, prima comprate romanzi mediocri, poi dite che la letteratura italiana è a pezzi! Non è così che funziona. Ci sono un sacco di libri molto belli, di autori di tutte le età (quindi anche giovani). Volete un nome e cognome che non sia il mio, così in battuta? Simona Castiglione, “La mente e le rose”. E tanti altri ce ne sono. La letteratura italiana è negli occhi di chi legge.

    "Mi piace"

  12. @lambertiboccioni: “La letteratura italiana è negli occhi di chi legge”. non ti par d’essere un po’ troppo oracolare? e chi ti dice che quei romanzi li abbia comprati? alla perversione di comprare scurati proprio non ci arrivo, e figurati wu ming, scarpa purtroppo s’è perso e non lo compro più. bastano venti minuti di lettura in libreria…

    "Mi piace"

  13. Semplicemente volevo dire: non basta – per fortuna – il fatto che ci siano molti libri scarsi per affermare che la letteratura italiana è in pezzi. Ci sono anche molti libri belli, ed è più costruttivo soffermarsi su di questi. Così va meglio? 🙂
    Anna “l’oracolo” Lamberti-Bocconi

    "Mi piace"

  14. @ anna (lambertibocconi),
    ecché, lo vuoi anche antipatico? ma almeno un pregio lasciaglielo (nessuno, sai, è perfetto)

    "Mi piace"

  15. Verissimo, non mancheranno mai i sostenitori che gli daranno la corda. Scarpa, al pari di tanti altri, è uno che non sa scrivere e che però è ben introdotto per cui pubblica e riceve pure dei premi. E’ la solita vecchia storia: mafiette culturali. Guarda ad esempio i commenti su Ibs per SM: ci sono un sacco di punteggi dati altissimi con solo due o tre parole “libro bellissimo”. Chi credi che abbia lasciati simili giudizi non-giudizi? No di certo delle persone che hanno comprato il libro e che ne sono rimaste entusiaste. Forse uno o due che la Letteratura non sanno dove sta di casa, ma gli altri sono stati messi lì al solo scopo di ingrassare il lavoretto di Scarpa. Si chiama promozione, in Italia. 😦

    "Mi piace"

  16. sulle entrature e le promozioni non mi pronuncio, ma suppongo che sia vero per scarpa come per molti altri. però, giuseppe, gustibus stantibus, non dire “che non sa scrivere”. è un giudizio frettoloso quanto quello di chi dice bello-bellissimo. ci sono belle pagine in SM, ma appunto belle pagine, non un libro. su questo possiamo essere d’accordo in molti: anzi, diciamo che ho sentito esattamente e solo questo. non è uno stimolo a leggerlo ancora, pazienza.

    "Mi piace"

  17. «Scarpa, al pari di tanti altri, è uno che non sa scrivere e che però è ben introdotto per cui pubblica e riceve pure dei premi.»

    questo è un corollario dell’altra grande verità: «le case editrici sono enti benefici che pubblicano non per il rientro che ne hanno, ma su indicazione delle “mafiette culturali” con cui hanno loschi traffici»

    eh sì, è tutto un magna magna, è tutta un’entratura e una promozione, si pubblicano autori che non piacciono a nessuno come Scarpa, perché le case editrici non hanno bisogno di fare profitti, sono lavanderie della camorra, ma noi non siamo scemi, eh no

    "Mi piace"

  18. Se saturo il mercato di scarponi e scarpette da ballo, le cose sono due: o compro gli scarponi o le scarpette da ballo e con quelle vado in giro; o vado in giro scalzo. Purtroppo andare scalzi non è raccomandabile: si pestano merde quando va bene, ma peggio ancora si rischia di morire per qualche strana oscura infezione. Si è costretti a calzare scarponi o scarpette da ballo, perché sul mercato non c’è un mocassino, un solo mocassino.

    Stando così le cose, ovvio che i calzolai hanno lavoro e i calzaturifici continuano sulla loro strada, cioè scarponi e scarpette da ballo sempre.

    E’ chiaro o no?

    Il solo romanzo bello, di Letteratura che ho letto di recente, è “Le due chiese” di Sebastiano Vassalli. Un mocassino perso in mezzo a milioni di scarponi e di scarpette da ballo.

    Perché non parliamo di Vassalli, di Letteratura?
    No, niente da fare. Bisogna parlare di Scarpa che è amico di tizio e di caio, che partecipa a questo e a quell’altro concorso a premi sapendo d’aver già vinto… ecc. ecc.

    Mi consenta, Cicci: non me ne frega un diavolo di Scarpa ed è da una vita, cioè da quando lo conosco per i suoi libelli, che dico che è uno dei peggiori calzolai sulla piazza italiana. Una autentica vergogna.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.