Un tipo da montagna

di
Roberto Plevano

§ Un tipo da montagna

Ci avviammo lungo un sentiero che s’inoltrava nella pineta. Andavamo alla spiaggia nascosta, l’ultima con un accesso difficile, o non proprio alla portata di tutti (ma alla nostra sì…), e lì non avremmo trovato bambini, ombrelloni, borse e carrelli. Siamo gente essenziale: lasciata la macchina sulla strada in alto, con noi solo un leggero ricambio e un telo da stendere sui ciottoli.

L’accesso è difficile e rischioso, ma non è un fastidio, è un piacere. Nostra è la costa, e tutti gli anfratti e pareti (così pensavamo). Con il caldo e le giornate lunghe si va, ci si arrampica, si discende per gli scogli taglienti, a picco sul mare. Ci spinge il desiderio di stare al sole come le lucertole, ferme finché c’è quiete, per l’intero pomeriggio. Certamente, inutile illudersi, la gente arriva comunque, col gommone, colla barca… Non saranno tanti, è ancora presto, non è alta stagione, ci diciamo.

Lei era la guida, conosceva ogni angolo, fin da bambina: quella la sua casa, quello il suo paese, quello il suo mare, e le piaceva tornarci con gli amici.

AMICIZIA s. f. [dal lat. amicitia] 1. Reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da conformità di voleri o caratteri, o da una consuetudine. 2. eufem. Relazione amorosa.

A noi dava ospitalità, offriva i letti e la cucina, anche il vino di sera, e allora si tirava tardi. Attorno al tavolo non terminavano le chiacchiere, e l’inizio di un discorso un po’ serio, in cui ci si incammina quasi per caso.

«In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare fortemente. È questa per gli uomini (per tacer degli angeli) in questa vita, in quest’altra danza, la felicità della mente? Vedevo questa vita che m’avanza: chiudevo gli occhi nei presagi grevi; aprivo gli occhi: tu mi sorridevi».

Di quel giorno, ricordo soltanto i sorrisi che continuo a immaginare.

«Non hai imparato altro, dopo il liceo? Chiamate un’ambulanza! Come fai a dire ’ste fesserie, già a quest’ora? Non ci hai il fisico per il… il… che è? Uh, passito di costa. Proprio non lo tieni, vattene a dormire! Noi viviamo…»

Nella pineta Anna camminava avanti: non una sosta, non un voltarsi indietro. Premura? Cattivo umore? La sua personalissima cautela e diffidenza, che non ho mai visto abbassare? Quella sua strana tristezza? Avrei voluto saperlo. Per gli altri tutto era nuovo, ma io ero sopraffatto dalla novità. Non me ne rendevo ancora conto: avevo oltrepassato la linea che separava Anna da tutto il resto. Era quella cosa immensa. La frenesia che mi prendeva a sentire la sua voce, accanto a lei, il respiro che manca sotto i suoi occhi. Non capivo la smania cieca, non capivo i palpiti del cuore, mai conosciuti prima, mai più risentiti.

Allora mi davo un contegno studiato, facevo finta di essere piacevole e intelligente, uno con i piedi per terra, scimmiottavo mosse e discorsi di chi conosce la vita e sa quel che vuole, ma in realtà non sapevo niente, niente di Anna appunto, niente del suo terreno, e poco di me stesso.

Ma perché si vive così tanto quando non si sa niente? Felicità è un bersaglio mobile, lo si perde di vista prima ancora di metterci a rincorrerlo. Bisognerebbe farne materia di letteratura.

FELICITÀ s. f. [dal lat. felicitas, arc. felicitade] 1. La compiuta esperienza di ogni appagamento. 2. Opportunità, convenienza, eccellente riuscita.

Che cosa succede?

Camminavamo e non dicevamo niente. Lei ci precedette fino al termine del sentiero, dove la pineta si arresta sopra una vera falesia e di lì occorre calarsi giù aggrappando la roccia, sulla verticale di acqua e rocce acuminate, cinquanta metri più in basso. Ci pensi, che puoi sfracellarti.

Anna, decisa, si calò subito sotto. Aveva probabilmente pensato che nessuno di noi incontrasse difficoltà, e il rischio… beh, era affar nostro. Ma lei era abituata a quella discesa, non poteva ricordare l’impressione dell’orrido visto e avvicinato per la prima volta. O forse Anna pensava a me – un poco a me deve pur aver pensato allora! – e si affrettava perché la raggiungessi sulla spiaggia dei sassi prima degli altri: avevo avuto tempo di dirle che ero un tipo da montagna, mica un tipo di mare come lei, e i tipi da montagna hanno una certa superiorità sugli altri, non solo in rispetto all’elevazione dei luoghi: sono, dovrebbero essere, pieni di risorse, in buona forma fisica, e sanno badare a se stessi. E a dire il vero io, anche lì, me la sarei cavata bene.

Solo che durante la passeggiata non avevo rotto il silenzio. Voglio dire, a vederla decisa e camminatrice e così assorta, e anche così discosta da noi, non avevo avuto il coraggio – quello che se uno non ce l’ha non se lo può dare, ed è una balla, perché il coraggio non esiste, è paura miscelata con la disperazione. E chi non ha avuto paura? chi non è stato irrimediabilmente disperato? –, insomma non avevo avuto il coraggio di avvicinarmi a lei, di toccarle la mano, di dirle qualcosa. Temevo per ogni mia parola, per ogni gesto, avevo dubbi, paura di essere d’un tratto, per una qualche ragione sconosciuta, una presenza a lei non gradita. Qualcuno che si può sbrigativamente ributtare al di là della soglia, cancellare. Ecco, oggi la paura è rimasta, la disperazione è cresciuta, ma non si sono addensate ed emulsionate (come una maionese riuscita), non sono trasfigurate in coraggio di fare qualcosa, come allora avrei dovuto, e nemmeno nell’insania di rompere tutto.

DISPERAZIONE s. f. [dal lat. desperatio] 1. Stato di abbattimento, di sconforto, provocato dall’incapacità di reagire di fronte alle avversità. 2. Motivo di cruccio, scoraggiamento, avvilimento.

Non avevo nemmeno avuto il coraggio di camminarle accanto, tra i pini marittimi, le cicale timide di giugno, non ancora sfacciate come ad agosto. Camminarle accanto sul tappeto di aghi appassiti, tra il secco e l’umido del bosco e il profumo del mare.

Ero rimasto indietro, col mio contegno studiato, colla mia aria di saper vivere, ed ero solo uno che camminava indietro, che anche la cadenza dei suoi passi deve misurarla su quella di qualcun altro.

Così arrivai alla scarpata con Silvia e il suo ragazzo, e Anna già era sotto. Silvia era, è ancora probabilmente, una ragazza della grande città, lui un tipo di provincia: coppia assai male assortita. E infatti anche allora dovevano aver avuto un bisticcio, quei due, perché pare una cosa naturale assistere come si può una donna impaurita e non lasciarla indietro, e invece lui si era senz’altro inoltrato un po’ incosciente giù per il roccione senza la sua bella, la sua bellona a dire il vero, perché Silvia era, e probabilmente continua a essere, una ragazza grande, e si muoveva sul terreno con una certa circospezione, che era totalmente assente in altri suoi movimenti, massimamente quelli sociali. E il suo ragazzo era stato un bell’incosciente, perché avrebbe fatto meglio a lasciarmi andare avanti, e a non ostentare una destrezza che lui sui passaggi di roccia non aveva, e, probabilmente, non ha avuto nemmeno poi. E il bisticcio era rivelato dal fatto che in cima alla scarpata Silvia, forse già di malumore, si bloccò e non fece nulla per dissimulare o minimizzare il suo terrore del dirupo, della vertigine, del vuoto sotto di sé, e lui invece, già alle prese con i primi appoggi del terzo grado della parete, non fece cenno di arrestarsi, di aspettare, ma giù scese senza una pausa, senza voltarsi indietro, senza una preoccupazione per la sua Silvia, che pochi anni dopo quella discesa non sarebbe più stata sua. Forse, se lui allora si fosse preso cura, come pare naturale, di quelle debolezze femminili, forse, se non fosse sceso subito, anche un po’ goffamente, ma subito senza aspettarla, se fosse risalito indietro quei pochi metri che già li separavano… anni dopo, magari, chi lo sa?

DEBOLEZZA s. f. 1. Scarsa capacità di reazione da parte dell’organismo, sensazione persistente di fiacchezza. 2. Incapacità, più o meno evidente e dichiarata, a resistere, a reagire. 3. Velleità vanitosa.

Chi potrebbe saperlo?

Eccomi quindi distante da Anna, dal lui di Silvia, eccomi a contemplare il panico nel viso atterrito di Silvia, le lacrime, il tremito delle ginocchia, eccomi a pensare che lì ne andava della nostra giornata, e quindi anche della mia, del mio successo agli occhi di Anna come uomo – ragazzo-uomo, a dire meglio – di buona compagnia, catalizzatore di un’atmosfera piacevole nel nostro minuscolo gruppo di amici, estemporaneamente riuniti per un fine settimana al mare in giugno nel Golfo dei Poeti, stretti tra una famiglia, gli esami, le delizie delle nostre future vite immaginate e il presentimento di urti, graffi e ammaccature, e qualcosa di peggio, nelle vite che attendevano.

Anna era già sulla spiaggia, la vedevo (e ancora la vedo) laggiù appoggiarsi a uno scoglio e guardare verso l’orizzonte marino. Dalla spiaggia serena, noi in cima alla falesia siamo esseri picccolissimi. Donna di mare, ecco la tua premura, la fretta di scendere per fermarti al pelo dell’acqua, appoggiarti allo scoglio e guardare lontano.

Mentre io mi faccio carico del grande mammifero spiaggiato, gettato in alto sulle rocce da un qualche insolito fortunale. Insieme siamo partiti, insieme ci ritroveremo in riva al mare, prometto. Allora, coraggio Silvia! Siamo quasi arrivati. Ti sto vicino, le dico.

«È da pazzi, da pazzi! Mi sfracellerò! Siete degli incoscienti!»

No Silvia, guarda, la discesa è sicura. Un passo alla volta. Passo dopo passo, appiglio dopo appiglio. Metti il piede qui, in questo incavo. Sposta la mano più giù e afferra la radice, quella, la vedi? L’altro piede adesso, piano, mettilo sulla pietra in basso, guarda, è solida.

Silvia non sapeva mettere giù bene gambe e piedi, le ginocchia tremavano e cedevano. Temevo che il panico le giocasse brutti scherzi, guardava in basso gli scogli come se avesse un desiderio… un impulso… Fermati un po’. Non guardare giù. Riprendiamo. Non guardare giù! Hai visto? Sei scesa! Non è difficile. Piano piano, arriviamo in fondo. Ancora un passo. Ancora un altro. Vedi? Qui è più facile. Hai passato la parte più ripida. Brava Silvia! Bravissima!

E così, con grande lentezza (ma io dicevo calma! calma! non c’è fretta! tutto il tempo che vuoi…) giù per l’erta, spostava la coscia, muoveva il gluteo, la spalla, la tetta grande, poi l’altra, i piedoni sugli anfratti del calcare, che l’onda sferza in inverno. Il grande corpo passava sulle asprezze rocciose, le copriva, indugiava, si arrestava, irrigidiva e rilassava, si faceva guidare, obbediva. Forse si fidava in qualche modo dei miei comandi, aveva fiducia nell’elementare, universale compassione verso i segni del dolore delle donne, che non è sempre un buon sentimento, ma è inevitabile come fame e sete, e anzi di per sé inutile, perché non puoi, con essa sola, liberare il prossimo dalla sua miseria.

COMPASSIONE s. f. [dal lat. tardo compassio, der. di compăti «compatire», per calco del gr. sympátheia]. 1. Sentimento di comprensione e pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti; partecipazione alle sofferenze altrui: umana cosa è aver c. degli afflitti (Boccaccio). 2. Fare c., destare pietà; anche suscitare un senso di sprezzante commiserazione, detto di cose biasimevoli, ridicole, meschine, di lavori mal riusciti, di persone inette: il tuo cinismo mi fa c. 3. il patire insieme, nell’espressione teologica c. di Maria Vergine.

«Grazie». La presi per gratitudine sincera, e intanto avevo stabilito una gerarchia. Un mese o poco più tardi Silvia mi avrebbe tradito, per leggerezza e malvagità, invidia forse, certo nessun altro interesse che quello di ribaltare la gerarchia. Bastò poco, una sottile maldicenza, buttata lì alla presenza di Anna e andata a segno. Un mese o poco più tardi, dopo il mestissimo giorno dell’addio, ero così a terra – arrivano certi momenti – e Silvia colse l’occasione e non ebbe pietà, non un ripensamento.

«Grazie», disse intanto, una volta arrivata giù alla spiaggia di sassi, rassicurata, e già cercava cogli occhi il fidanzato, quello stronzo che non l’ha aspettata, mo’ gliela fa vedere! Insomma era già rimessa abbastanza in sesto per riprendere il bisticcio, rincarando la dose di recriminazioni.

Affari loro. Finalmente vicino ad Anna. Mi guardò. Sorrise. Doveva aver approvato in cuor suo l’assistenza a quella specie di amica. Assistenza efficace, competente, accompagnata dal conforto psicologico che si deve alle persone in difficoltà. Avevo guadagnato punti.

Si era tolta il reggiseno (c’era ancora poca gente). Issata sullo scoglio, era esposta al mare e alla brezza del giorno, come se la roccia divenisse feconda e lei ne fosse un frutto. Non ho imparato nulla dopo il liceo, è vero, non posso conoscere quello che mi passava dentro, non avevo mai avuto quei paurosi sentimenti. Sarà stato il sole del mattino, saranno stati i suoi ventitre anni, i miei ventidue, sarà stata la suggestione del luogo, o l’emozione della discesa. Lei era una divinità. Sentii il tuono. Figlia del mare, nata dalla roccia, dal continuo rimescolarsi delle materie. L’ultima Nereide. Mi toglieva il fiato.

NEREIDE s. f. [dal gr. Nēreís]. 1. Nella mitologia, ciascuna delle figlie di Nereo, divinità del mare tranquillo, benigne agli uomini.

Trascorsi il resto del giorno accanto alla mia Nereide. Entravamo nell’acqua, nuotavamo (io mi arrangio mica male anche in mare). Andavamo sotto, aprivo gli occhi sul fondo e vedevo il biancheggiare di lei, altre apparizioni e poi il bruciore del sale. Richiudevo gli occhi. Non lo sapevo allora, ma desiderai rimanere per sempre sul fondo del mare nel Golfo dei Poeti. (Certi desideri hanno dei modi peculiari di avverarsi, che ironia). Fuori dall’acqua, ci stendemmo sui ciottoli. Il sole ci asciugò.

E non so nemmeno che cosa mi prese un anno dopo, farmi trecentocinquanta chilometri in moto da solo, soltanto due soste alla pompa di benzina, attraversare in largo la Pianura Padana, passare al valico l’Appennino, e nulla mi avrebbe arrestato, prendere quella strada, incamminarmi per il sentiero nella pineta, ricalpestare quegli aghi bruniti da un altro anno di sole e piogge, arrivare alla falesia, calarmi giù per la scarpata, giubba, stivali e guanti, questa sì una cosa da pazzi, in fretta, per arrivare a quello scoglio in quella spiaggia.

Avevo pensato… no, non si può pensare una cosa del genere, forse mi era stata incisa in qualche strato profondo mille e mille anni prima… qualcosa dentro di me credeva, e pareva sapere con assoluta certezza che lei da quello scoglio non si era mica allontanata, che con il sole e il mare e la mattina di giugno lei non poteva che essere lì, nel luogo dell’apparizione. Divinità false e bugiarde! Mi aggirai per la spiaggia per l’intera giornata, tornai allo scoglio ancora e ancora. Quello era il posto, ma quello non era il posto, una catastrofe innominabile aveva cancellato il mondo e al suo posto un dio beffardo e assassino aveva messo una copia mal fatta, una caricatura della mappa dove non si riconosce più niente e il cielo è un sudicio telone scolorito.

CATASTROFE s. f. [dal gr. katastrophé «rivolgimento, soluzione»] 1. Evento o esito disastroso e improvviso, grave sciagura, rovina. 2. Lett. nella tragedia, la soluzione, spec. improvvisa e luttuosa, del dramma. 3. Evento che interrompe la continuità e l’ordine causale delle leggi fisiche.

Tra famigliole al bagno, pattini tirati sul bagnasciuga, gente varia ed estranea, assolutamente indifferente a quello che avveniva, mi sembrava che tutto fosse sbagliato. Tornai infine indietro. La salita è sempre meno ardua della discesa, solo che lì l’ordine dei tragitti era invertito rispetto alle mie montagne, e non mi ero nemmeno tolto stivali e guanti sulla spiaggia, sembravo un tricheco all’equatore.

Ormai in cima alla scarpata, diedi uno sguardo, davvero ultimo, a quel luogo, che era stato luogo di apparizioni e invece non mi diceva più niente, e allora, proprio allora, mancai l’appiglio facile. Presi a scivolare giù, giù sugli scogli acuminati a strapiombo cinquanta metri sotto. Morte certa. Morire sfracellato sugli scogli, accanto ai bagnanti e ai culi in terra. Morire perché quella maledetta roccia sedimentaria si era sfaldata sotto la suola dello stivale, e non me n’ero accorto, suola spessa, zucca vuota. Accade, stava accadendo, è un fatto ineluttabile tanto più grande e necessario di me. L’arenaria, i detriti, il pietrisco, la faccia butterata del calcare, la grattugia verticale del suolo passò a un palmo dalla mia faccia, ogni centimetro quadrato del mio corpo sentiva l’abrasione, l’attrito della carne che rotola e cade. Era la fine. Allargai braccia e mani, abbracciai la roccia che mi buttava giù.

In quel momento successe qualcosa che non compresi mai. Tutto si fermò d’un tratto. La caduta semplicemente si arrestò, senza un motivo, come se una mano gigantesca fosse calata dal cielo o sorta dal mare e mi avesse inchiodato alla parete. Una singolarità nella legge generale del moto dei gravi. Piano piano, il tempo riprese a scorrere. Guadagnai un appoggio solido, poi un secondo, afferrai uno spuntone con la mano, e lento, lentissimo, ridiscesi giù, mi sedetti sui ciottoli in faccia alla parete. Per mezz’ora un tremito incontrollabile mi scosse le gambe, e non potei arrestare i singhiozzi, e il terrore.

Sul far del tramonto, gli stivali in mano, la faccia di chi ha visto il demonio in persona, mani e braccia graffiate, gli occhi rossi, tutto sporco di terriccio, chiesi un passaggio fino al porto a un tizio su un gommone. Non poté rifiutare.

Quel giorno mise una sorta di segno su di me. Il segno del vivere a credito, del vivere di tempo imprestato. Con una scadenza, impossibile da dimenticare veramente, come alcune altre cose. Una scadenza che arrivò dopo vent’anni. Accadde scendendo da un alpeggio in quota.

L’alpeggio in alto è ripido e a metà inverno le chiazze di neve ghiacciano presto con le prime ombre. Camminavo col mio passo costante, tenendomi parallelo al profilo del crinale. C’era abbastanza tempo per tornare, la macchina era alla baita a circa otto chilometri, ma ero solo, e avevo indugiato più del dovuto in vetta. Con la meritata sosta sul basamento della grande croce di ferro, avevo goduto dell’appagamento di arrivare che i monti donano a chi ha la pazienza di salire. Quel giorno si vedeva così lontano… a Sud l’orizzonte azzurro chiaro, e la porzione luccicante del mare, e tutta la linea gialla della costa, e l’ansa della laguna e la manciata di pietruzze bianche e rosse, tremolanti nell’azzurro, che è Venezia vista dai monti.

Ero rimasto alcune ore a guardare quella parte di orizzonte, dimenticando il tempo che passa.

Poi cominciai a tremare dal freddo, e mi avviai giù. Dovevo quindi avere i muscoli rigidi, essere davvero poco concentrato, conservo un ricordo intermittente di quel giorno, dall’arrivo alla cima fino al passaggio sull’alpeggio. Probabilmente scivolai su una lastra di ghiaccio in un punto scosceso, ruzzolai giù, presi un colpo alla testa, e, stordito, piombai a corpo morto su un palo di ferro conficcato nel terreno, in una matassa di filo spinato arrugginito abbandonato da chissà quanto tempo.

Questa volta mi salvai perché la punta del palo, per pochi centimetri, non recise l’arteria femorale. Sentii uno strattone alla gamba, e dove c’era la coscia osservai due lembi di tessuto muscolare rosso vivo, come aperto da un enorme apriscatole. Due pezzi di carne uguali a quelli sul bancone della macelleria, due bei tagli freschi di fesa. Il quadricipite squarciato fino all’osso, una L per metà della sua lunghezza. La mia fortuna fu di avere con me il telefonino, funzionante, carico, e in campo. E anche questa fu una stranezza, perché la zona dell’alpeggio non era mai stata coperta dalla rete telefonica, né lo è adesso. Invece allora parlai subito coll’operatore del 118. Diamine! Descrissi la mia ferita con competenza diagnostica e fisiopatologico distacco, notai che non c’era stato molto “versamento ematico” (sic!), diedi dettagliatamente le coordinate del luogo dell’incidente. Venti minuti più tardi, il rotore dell’elicottero di soccorso, un fascio di luce bianca, un uomo scese col verricello.

QUADRICIPITE agg. e s. m. [dal lat. quadrĭceps foggiato su biceps]. In anatomia, muscolo della regione anteriore della coscia, costituito da quattro porzioni o capi che confluiscono in un tendine comune, che permette i movimenti di estensione della gamba e di flessione della coscia.

Oggi cammino aiutandomi con due bastoni, ma non rinuncio ad andare per monti. Scalando, dimentico che sono uno zoppo.

E un poco prima di arrivare sulla cima di una montagna, per un momento credo, come avevo creduto il giorno del mio incidente, in quella specie di incanto alla vista del mare, che lei venga per un’altra via, e che mi aspetti dove la salita finisce, e che insieme guardiamo l’orizzonte lontano.

(Gewidmet Barbara G.)

11 pensieri su “Un tipo da montagna

  1. Ciao Fabrizio. Ho sentito in un corso di scrittura creativa alla TV che la cosa più importante non è aggiungere, bensì togliere “roba”. Poi ho visto una statistica su alcuni massacri avvenuti nelle scuole (Montreal’s École Polytechnique, Columbine High School, Virginia Tech, Appalachian School of Law, Northern Illinois University, ecc.): ebbene, tutti gli… ehm, autori avevano seguito corsi di scrittura creativa. Che dire?

    (humor nero, alle 7 del mattino… buona giornata)

    Mi piace

  2. carissimo roberto,
    ho una passione speciale per i “racconti che contengono un romanzo”. a volte ne scrivo (scrivo…ci provo!) anch’io.
    questa è una prova buonissima, e, per quello che qui ho letto di te, mi pare confermare il tuo “occhio”. [dentro ci ho trovato un riferimento esplicito e uno implicito a gozzano, cosa che mi dispone sempre positivamente].
    sul comodino, in una pila che la scuola non mi permette di divorare come vorrei, c’è il tuo libro: e sei in ottima compagnia.

    Mi piace

  3. Carissima Lucy,
    ti ringrazio per il commento, davvero troppo buono. E’ importante per me ricevere le opinioni di persone appassionate e competenti, e di te conosco la generosità nei tuoi interventi.
    Ho costruito la prima parte dell’unico dialogo (del resto il discorso diretto è assai limitato) mettendo insieme la frase de La vita nuova che coincide con l’effetto fisiologico dell’incontro con Beatrice, con tre versi de La signorina Felicita, che è un piccolo capolavoro di distacco e ironia. In mezzo ci ho messo la citazione implicita del titolo di un libro di Maria Corti, La Felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante: gli angeli sono creature immateriali, a differenza degli esseri umani, in cui la conoscenza avviene astraendo dal materiale dei sensi. Per tacer degli angeli poi ha un doppio senso, nell’indicare che gli angeli, qua immateriali, non hanno apparato fonatorio. Ho avuto la fortuna di seguire a Pavia un corso della Corti proprio su Dante, e ho voluto rendere un po’ il senso di entusiasmo e partecipazione di uno studente universitario alle prime armi di fronte a queste letture, che divengono una sorta di sostrato sentimentale prima ancora che letterario. Il primo verso di Gozzano richiedeva la rima de m’avanza, e ho messo, in modo ironico, prima danza e poi ambulanza nella risposta di un imprecisato interlocutore (magari è il lui di Silvia). E’ una piccola stravaganza (!). Il tu mi sorridevi è poi ripreso nel Sorrise di lei, che convenientemente non parla. (Spero che Gozzano non si rivolti troppo nella tomba).
    Un carissimo saluto, spero che tu abbia apprezzato la vista di Venezia da lontano: è davvero così.

    Mi piace

  4. L’altra citazione è ovviamente quella di un personaggio di un noto fumetto italiano degli anni ’70, Nick Carter (che a sua volta è citazione di un personaggio letterario, un detective degli anni ’30).

    Mi piace

  5. Caro Fabrizio, quel programma sulla scrittura creativa l’ho visto in America qualche tempo fa, e anch’io ho subito pensato a I.C., che è, assieme a Pasolini, l’autore italiano del secondo Novecento più noto nel mondo anglosassone (Umberto Eco a parte, mi duole dire).

    Mi piace

  6. Un mese o poco più tardi, dopo il mestissimo giorno dell’addio, ero così a terra…

    Nel mestissimo giorno degli addii
    mi piacque rivedere la tua villa.

    Signorina Felicita, VIII

    ti invidio maria corti: dici bene, certe letture sono sostrati sentimentali prima che letterari e ogni volta che si riprendono, pur da nuove angolazioni, ci trasmettono quella carica, l’emozione della scoperta a vent’anni.
    così come l’amore, a vent’anni: si potrà sicuramente amare davvero e di più in seguito, ma non “così”.

    Mi piace

  7. Caro Plevano,
    ma quel personaggio del racconto descritto come un rude provincialotto non ti pare abbia un ruolo troppo poco significativo nell’economia del racconto? Io ne avrei fatto il protagonista assoluto!

    Mi piace

  8. Pingback: Lettera a un’agente editoriale | La poesia e lo spirito

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...