Il morto colore del mare – Un tipo da montagna

di
Roberto Plevano

§ Un tipo da montagna

Quando sfoglia le pagine di un libro come si deve, Luca P. ha la strana certezza che tra lui e Anna G. non sia stata detta l’ultima parola. Forse c’è una suggestione, come se improbabili possibilità diventino eventi in attesa di accadere, come se l’imperativo del fatto presente sia messo in dubbio. Sono momenti di vera e propria euforia, per fortuna brevi (altrimenti Luca P. potrebbe commettere qualche stupidaggine), seguiti da tetre considerazioni sull’ineluttabilità della lontananza di luogo, di tempo, di tutto.

Luca P. si sente un sopravvissuto di un’epoca passata, eppure più vera dell’età corrente. Un’epoca in cui Anna G. aveva tempo per lui, in cui i giorni d’estate parevano non dover finire.

Allora si erano avviati lungo un sentiero che s’inoltrava nella pineta. Andavano alla spiaggia nascosta, l’ultima, con un accesso difficile, o non proprio alla portata di tutti (ma alla loro sì…). Non avrebbero trovato bambini, ombrelloni, borse e carrelli. Lui e gli altri erano gente essenziale: lasciata la macchina sulla strada in alto, solo un leggero ricambio e un telo da stendere sui ciottoli.

Accesso difficile e rischioso, ma non è un fastidio, l’anticipazione è un piacere. Loro è la costa, e tutti gli anfratti e pareti (così suppongono). Con il caldo e le giornate lunghe si va, ci si arrampica, si discende per gli scogli taglienti, a picco sul mare, li spinge il desiderio di stare al sole come le lucertole, immobili, finché c’è quiete, per l’intero pomeriggio. Certamente, inutile illudersi, la gente arriva comunque, col gommone, colla barca… Non saranno tanti, è ancora presto, non è alta stagione, si dicono.

Anna G. era la guida, conosceva ogni angolo. Quella la sua casa, quello il suo paese, quello il suo mare, e le piaceva tornarci con gli amici. Non che allora indugiasse a ragionare sul significato della parola.

AMICIZIA s. f. [dal lat. amicitia] 1. Reciproco affetto, costante e operoso, tra persona e persona, nato da conformità di voleri o caratteri, o da una consuetudine. 2. eufem. Relazione amorosa.

Se lo avesse fatto, avrebbe distinto il sentimento di amicizia dal piacere occasionale delle persone che si imbattono l’una nell’altra, nello stesso luogo, spinti dai medesimi gusti e inclinazioni e divertimenti, da paralleli treni di pensieri, e, in primo luogo, da un compatibile stato materiale. Se lo avesse fatto, sarebbe stata consapevole che la bella età dei vent’anni dispone allo stare insieme, al bisogno di affinità con altri e alle confidenze, che più tardi inaridiscono e diventano occasione di rammarico.

Prima però del disincanto di invecchiate, non più leggere considerazioni, Anna G. dava ospitalità, offriva i letti e la cucina, anche il vino di sera, e allora si tirava tardi: attorno al tavolo non terminavano le chiacchiere, e l’inizio di un discorso un po’ serio, tirato fuori quasi per caso.

«In quello punto dico veracemente che lo spirito de la vita, lo quale dimora ne la secretissima camera de lo cuore, cominciò a tremare fortemente. È questa per gli uomini (per tacer degli angeli) in questa vita, in quest’altra danza, la felicità della mente? Vedevo questa vita che m’avanza: chiudevo gli occhi nei presagi grevi; aprivo gli occhi: tu mi sorridevi».

Di quel giorno, Luca P. ricordò pochi sorrisi, soltanto quelli che da allora non cessò di immaginare.

«Non avete imparato altro, dopo il liceo? Chiamate un’ambulanza! Come si fa a dire ’ste fesserie, già a quest’ora? Non ci avete il fisico per il Nebbiolo, non lo tenete, andatevene a letto! Noi viviamo…»

Nella pineta, Anna G. camminava avanti: non una sosta, non un voltarsi indietro. Premura? Cattivo umore? La sua personalissima cautela e diffidenza, mai abbassata del tutto? Quella sua strana tristezza? Luca P. avrebbe voluto saperlo. Per gli altri tutto era nuovo, ma per lui le novità erano un assalto. Non se ne rendeva conto: era una cosa immensa. Non capiva il diventare matto che lo prendeva a sentire la sua voce, accanto a lei, il soffocare sotto i suoi occhi. Non capiva la smania cieca che gli tagliava il respiro, non capiva i palpiti del cuore, mai conosciuti prima, mai più risentiti. Allora, davanti agli altri, si dava un contegno studiato, facevo finta di essere serio e intelligente, soprattutto con i piedi per terra, scimmiottava mosse e discorsi di qualcuno che sapesse vivere, ma in realtà non sapeva niente, niente di Anna G. appunto, niente del suo terreno, e poco di se stesso. Dissimulava l’agitazione. Ma perché poi si vive così tanto quando non si sa niente? Felicità è un bersaglio mobile, lo si perde di vista prima ancora di mettersi a rincorrerlo. Bisognerebbe farne materia di letteratura.

FELICITÀ s. f. [dal lat. felicitas, arc. felicitade] 1. La compiuta esperienza di ogni appagamento. 2. Opportunità, convenienza, eccellente riuscita.

L’unico pensiero di Luca P.: che cosa sta succedendo?

Camminavano e non dicevano niente. Anna G. precedette gli altri fino al termine del sentiero, dove la pineta si arresta sopra una vera falesia e di lì occorre calarsi giù aggrappando la roccia, prendendo la via meno insicura, sulla verticale di acqua e rocce acuminate, cinquanta metri più in basso. Ci si pensa, che ci si può sfracellare.

Anna G., decisa, si calò subito sotto. Aveva probabilmente pensato che per nessuno degli altri ci fossero difficoltà, e il rischio… beh, era affar loro. Ma di lì lei era scesa tante volte, non poteva conoscere l’impressione dell’orrido visto e avvicinato per la prima volta. O forse pensava solo a Luca P. – un poco a lui deve pur aver pensato allora! – e si affrettava perché la raggiungesse sulla spiaggia dei sassi prima degli altri: Luca P. aveva avuto tempo di dirle che era un tipo da montagna, mica un tipo di mare come lei, e i tipi da montagna hanno una certa superiorità sugli altri, non solo in rispetto all’elevazione dei luoghi: sono, dovrebbero essere pieni di risorse, in buona forma fisica, saper badare a se stessi. E a dire il vero Luca P. lì se la sarebbe cavata bene.

Solo che durante la passeggiata Luca P. non aveva rotto il silenzio. Al vedere Anna G. decisa e camminatrice e così assorta, e anche così discosta da tutti, non aveva avuto il coraggio, quello che uno se non ce l’ha non se lo può dare, ed è una balla, perché il coraggio non esiste, è paura miscelata con la disperazione – e chi non ha avuto paura? chi non è stato irrimediabilmente disperato? –, insomma non aveva avuto il coraggio nemmeno di avvicinarsi a lei, di toccarle la mano, di dirle qualcosa. Aveva dubbi, aveva paura di diventare, per una qualche ragione sconosciuta, una presenza a lei non gradita. Qualcuno che si può sbrigativamente cancellare. Ecco, pensò lunghi anni dopo Luca P., oggi la paura è rimasta, la disperazione è cresciuta, ma non si sono addensate ed emulsionate come una maionese riuscita, non sono mutate in coraggio di fare qualcosa, come allora avrebbe dovuto, e nemmeno nell’insania di rompere tutto. Si sono soltanto come estenuate nell’idea di raccogliere, come si può, un ricordo.

DISPERAZIONE s. f. [dal lat. desperatio] 1. Stato di abbattimento, di sconforto, provocato dall’incapacità di reagire di fronte alle avversità. 2. Motivo di cruccio, scoraggiamento, avvilimento.

Allora non aveva nemmeno avuto il coraggio di camminarle accanto, tra i pini marittimi, le cicale timide di giugno, non ancora sfacciate come in agosto. Camminarle accanto sul tappeto di aghi appassiti, tra il secco e l’umido del bosco e il profumo del mare.

Ed era rimasto indietro, col suo contegno studiato, colla sua aria di saper vivere, ed era solo uno che camminava indietro, che perfino la cadenza dei suoi passi deve misurarla su quella di qualcun altro.

Luca P. arrivò così alla scarpata con Silvia e il suo ragazzo Ugo, Anna G. era già sotto. Silvia era, e probabilmente ancora è, una ragazza della grande città, Ugo un tipo di città di provincia: coppia assai male assortita. E infatti anche allora dovevano aver avuto un bisticcio, quei due, perché pare una cosa naturale assistere come si può una donna impaurita e non lasciarla indietro, e invece il suo ragazzo si era senz’altro avviato, un po’ incosciente, giù per il roccione senza la sua bella, la sua bellona a dire il vero, perché Silvia era, e probabilmente continuò a essere, una ragazza grande, e si muoveva sul terreno con una certa circospezione, che era totalmente assente in altri suoi movimenti, massimamente quelli sociali. E il suo ragazzo era stato un bell’incosciente, perché avrebbe fatto meglio ad aspettare Luca P., e non ostentare una destrezza che lui, sui passaggi di roccia, allora non aveva, e, probabilmente, non ebbe neanche dopo. E il bisticcio era rivelato dal fatto che, in cima alla scarpata, Silvia, forse già a disagio, si bloccò e non fece nulla per dissimulare o minimizzare il suo terrore della parete, della vertigine, del vuoto sotto di sé, e lui invece, già alle prese con i primi appoggi del terzo grado della discesa, non fece cenno di arrestarsi, di aspettare, ma giù si calò senza una pausa, senza voltarsi indietro, senza una preoccupazione per la sua Silvia, che pochi anni dopo quella discesa non sarebbe più stata sua. Forse, se lui allora si fosse preso cura, come pare naturale di quelle debolezze femminili, forse, se non fosse sceso subito, anche un po’ goffamente, ma subito senza aspettarla, se fosse tornato indietro quei pochi metri che già lo separavano… anni dopo, magari, chi lo sa?

DEBOLEZZA s. f. 1. Scarsa capacità di reazione da parte dell’organismo, sensazione persistente di fiacchezza. 2. Incapacità, più o meno evidente e dichiarata, a resistere, a reagire. 3. Velleità vanitosa.

Chi potrebbe saperlo?

Ecco quindi Luca P. distante da Anna G., distante dal lui di Silvia, eccolo a contemplare il panico nel viso atterrito di Silvia, le lacrime, il tremito delle ginocchia, eccolo a pensare che lì ne andava della loro giornata, e quindi anche della sua, del suo successo agli occhi di Anna G. come uomo, o meglio, ragazzo, di buona compagnia, catalizzatore di un’atmosfera piacevole nel minuscolo gruppo di amici estemporaneamente riuniti per un fine settimana al mare in giugno nel Golfo dei Poeti, stretti tra una famiglia, gli esami, le delizie delle future vite immaginate e il presentimento di urti, botte, ammaccature, e qualcosa di peggio, nelle vite che attendevano.

Anna G. era già sulla spiaggia. Luca P. la vedeva (e ancora la vede) laggiù, appoggiarsi a uno scoglio e guardare verso l’orizzonte marino. No, dalla spiaggia serena i due in cima alla falesia proprio non esistono. Donna di mare, ecco la tua premura, la fretta di scendere per fermarsi al pelo dell’acqua, appoggiarsi allo scoglio e guardare lontano.

Mentre Luca P. si fa carico del grande mammifero spiaggiato, gettato in alto sulle rocce da un qualche insolito fortunale. Insieme sono partiti, insieme si ritroveranno in riva al mare, Luca P. glielo promette. Allora, coraggio Silvia! Siamo quasi arrivati. Ti sto vicino, le dice.

«È da pazzi, da pazzi! Mi sfracellerò! Siete degli incoscienti!»

No Silvia, guarda, la discesa è sicura. Un passo alla volta. Passo dopo passo, appiglio dopo appiglio. Metti il piede qui, in questo incavo. Sposta la mano più giù e afferra la radice, quella, la vedi? L’altro piede adesso, piano, mettilo sulla pietra in basso, guarda, è solida.

Silvia aveva un tremito incontrollato alle ginocchia. Luca P. temeva che il panico le giocasse brutti scherzi, guardava in basso gli scogli come se avesse un desiderio… un impulso… Fermati un po’. Non guardare giù. Non guardare giù! Ora riprendiamo. Hai visto? Sei scesa! Non è difficile. Piano piano, arriviamo in fondo. Ancora un passo. Ancora un altro. Vedi? Qui è più facile. Hai passato la parte più ripida. Brava Silvia! Bravissima!

E così, con grande lentezza (ma Luca P. diceva calma! calma! non c’è fretta! tutto il tempo che vuoi…) giù per l’erta, spostava la coscia, muoveva il gluteo, la spalla, la tetta grande, poi l’altra, i piedoni sugli anfratti del calcare, che l’onda carezza in inverno. Il grande corpo passava sulle asprezze rocciose, le copriva, indugiava, si arrestava, irrigidiva e rilassava, si faceva guidare, obbediva. Forse si fidava in qualche modo dei comandi di Luca P., aveva fiducia nell’elementare, universale compassione verso i segni del dolore delle donne, che non è sempre un buon sentimento, ma è inevitabile come fame e sete, e anzi di per sé cattivo e inutile, perché non si può, con esso solo, liberare il prossimo dalla sua miseria.

COMPASSIONE s. f. [dal lat. tardo compassio, der. di compăti «compatire», per calco del gr. sympátheia]. 1. Sentimento di comprensione e pietà verso chi è infelice, verso i suoi dolori, le sue disgrazie, i suoi difetti; partecipazione alle sofferenze altrui: umana cosa è aver c. degli afflitti (Boccaccio). 2. Fare c., destare pietà; anche suscitare un senso di sprezzante commiserazione, detto di cose biasimevoli, ridicole, meschine, di lavori mal riusciti, di persone inette: il tuo cinismo mi fa c. 3. il patire insieme, nell’espressione teologica c. di Maria Vergine.

«Grazie». Luca P. la prese per gratitudine sincera, e intanto aveva stabilito una gerarchia. Un mese o poco più tardi Silvia lo avrebbe tradito, per leggerezza e malvagità, invidia forse, certo nessun interesse altro che quello di ribaltare la gerarchia. Bastò poco, una sottile maldicenza, buttata lì con Anna G. e andata a segno. Un mese o poco più tardi, dopo il mestissimo giorno dell’addio, Luca P. era così a terra – arrivano, certi momenti – e Silvia colse l’occasione e non ebbe pietà, non un ripensamento.

«Grazie», disse intanto, una volta arrivata giù alla spiaggia di sassi, rassicurata, e già cercava cogli occhi il fidanzato, quello stronzo che non l’ha aspettata, mo’ gliela fa vedere! Insomma era già rimessa abbastanza in sesto per riprendere il bisticcio, rincarando la dose di recriminazioni.

Affari loro. Luca P. si avvicinò finalmente ad Anna G. Lei lo guardò. Sorrise. Doveva aver approvato in cuor suo l’assistenza a quella specie di amica. Assistenza efficace, competente, accompagnata dal conforto psicologico che si deve alle persone in difficoltà. Luca P. aveva guadagnato punti.

Anna G. si era tolta il reggiseno (c’era ancora poca gente). Issata sullo scoglio, era esposta al mare e alla brezza del giorno, come se la roccia divenisse feconda e lei ne fosse un frutto. Luca P. non aveva imparato nulla dopo il liceo, è vero, non poteva conoscere quello che gli passava dentro, non aveva mai avuto quei paurosi sentimenti. Sarà stato il sole del mattino, saranno stati i ventitre anni di lei, e i suoi ventidue, sarà stata la suggestione del luogo, o l’emozione della discesa. Lei era una divinità. Luca P. sentì il tuono. Figlia del mare, nata dalla roccia, dal continuo rimescolarsi delle materie. L’ultima Nereide. Luca P. non sapeva, lei gli toglieva il fiato.

NEREIDE s. f. [dal gr. Nēreís]. 1. Nella mitologia, ciascuna delle figlie di Nereo, divinità del mare tranquillo, benigne agli uomini.

Trascorse il resto del giorno accanto alla sua Nereide. Entravano nell’acqua, nuotavano. (Luca P. si arrangia mica male anche in mare). Andavano sotto, lui apriva gli occhi sul fondo e vedeva il biancheggiare di lei; altra apparizione e poi il bruciore del sale. Richiudeva gli occhi. Desiderò rimanere per sempre sul fondo del mare nel Golfo dei Poeti. (Certi desideri hanno dei modi peculiari di avverarsi, che ironia). Uscivano, si stesero sui ciottoli, il sole li asciugò.

Luca P. non seppe nemmeno che cosa lo avesse preso, un anno dopo, a farsi trecento chilometri in moto da solo, ancora di notte, non una sosta, passare al valico l’Appennino – nulla lo avrebbe arrestato –, prendere quella strada, incamminarsi per il sentiero nella pineta, ricalpestare quegli aghi di pino bruniti da un altro anno di sole e piogge, arrivare al limite della falesia, scendere la scarpata giù da solo, giubba, stivali e guanti, questa sì una cosa da pazzi, in fretta, per arrivare a quello scoglio su quella spiaggia.

Aveva pensato… no, non si può pensare una cosa del genere, forse gli era stata incisa in qualche strato profondo mille e mille anni prima, qualcosa dentro di lui credeva, e pareva sapere con assoluta certezza che lei da quello scoglio non si era mica allontanata, che con il sole e con il mare e la mattina di giugno lei non poteva che essere lì, nel luogo dell’apparizione. Divinità false e bugiarde! Luca P. si aggirò per la spiaggia l’intera giornata, tornò allo scoglio ancora e ancora. Quello era il posto, ma quello non era il posto, una catastrofe innominabile aveva cancellato il mondo e al suo posto un dio burlone e assassino aveva messo una copia insipida e mal fatta, dove non si trova più niente e il cielo è un sudicio telone scolorito.

Tra famigliole al bagno, pattini tirati sul bagnasciuga, gente varia ed estranea, assolutamente indifferente a quello che c’era intorno, a Luca P. sembrava che tutto fosse sbagliato. Tornò infine indietro. La salita è sempre meno ardua della discesa, solo che lì l’ordine del tragitto era invertito rispetto alle sue montagne, e non si era nemmeno tolto stivali e guanti sulla spiaggia: era come un tricheco all’equatore.

Quasi in cima alla scarpata, diede uno sguardo, davvero ultimo, a quel luogo, che era stato luogo di apparizioni e invece non gli diceva più niente, e allora, proprio allora, mancò l’appiglio facile. Prese a scivolare giù, giù sugli scogli acuminati a strapiombo cinquanta metri sotto. Morte certa. Morire sfracellato sugli scogli, accanto ai bagnanti e ai culi in terra. Morire perché quella maledetta roccia sedimentaria si era sfaldata sotto la suola dello stivale, e non se n’era accorto, suola spessa, zucca vuota. Accade, stava accadendo, è un fatto ineluttabile tanto più grande e necessario di lui. L’arenaria, i detriti, il pietrisco, la faccia butterata del calcare, la grattugia verticale del suolo passò a un palmo dalla sua faccia, ogni centimetro quadrato del suo corpo sentiva lo struscio, l’attrito della carne che rotola e cade. Era la fine. Allargò braccia e mani, abbracciò la roccia che lo buttava giù.

In quel momento successe qualcosa che Luca P. non comprese mai. Improvvisamente si fermò. La caduta semplicemente si arrestò, senza un motivo, come se una mano gigantesca fosse calata dal cielo o sorta dal mare, e lo avesse fermato sulla parete. Una singolarità nella legge generale della caduta dei gravi. Piano piano, il tempo riprese a scorrere. Guadagnò un appoggio solido, poi un secondo, afferrò uno spuntone colla mano, e lento, lentissimo, ridiscese giù, si sedette sui ciottoli in faccia alla parete. Un tremito incontrollabile gli scosse le gambe, e non poté arrestare i singhiozzi, e il terrore.

Sul far del tramonto, gli stivali in mano, la faccia di chi ha visto il demonio in persona, mani e braccia graffiate, gli occhi rossi, tutto sporco di terriccio, chiese un passaggio fino al porto a un tizio su un gommone.

Quel giorno mise una sorta di segno su Luca P. Il segno del vivere a credito, del vivere di tempo imprestato. Con una scadenza, impossibile da dimenticare veramente, come alcune altre cose. Un termine che arrivò dopo quasi vent’anni. Accadde scendendo da un alpeggio in quota.

L’alpeggio in alto è ripido e a metà inverno le chiazze di neve ghiacciano presto con le prime ombre. Camminava tenendosi parallelo al profilo del crinale, col suo passo costante. C’era abbastanza tempo per tornare, la macchina era alla baita a circa otto chilometri da lì, ma era solo, e aveva indugiato più del dovuto in vetta. Con la meritata sosta sul basamento della grande croce di ferro, aveva goduto dell’appagamento di arrivare che i monti donano a chi ha la pazienza di salire. Quel giorno si vedeva così lontano… a Sud l’orizzonte azzurro chiaro, e la porzione luccicante del mare, e tutta la linea gialla della costa, e l’ansa della laguna e la manciata di pietruzze bianche e rosse, tremolanti nell’azzurro, che è Venezia vista dai monti.

Era rimasto alcune ore a guardare quella parte di orizzonte, dimenticando il tempo che passa.

Poi cominciò a tremare di freddo, e si avviò giù. Doveva quindi avere i muscoli rigidi, essere davvero poco concentrato, Luca P. conservò un ricordo intermittente di quel giorno dall’arrivo alla cima fino al passaggio sull’alpeggio. Probabilmente ci fu una banale scivolata su una lastra di ghiaccio, in un punto scosceso, tanto che ruzzolò, prese un colpo alla testa, e, stordito, piombò a corpo morto su un palo di ferro conficcato nel terreno, in una matassa di filo spinato arrugginito abbandonato da chissà quanto tempo.

Questa volta si salvò perché la punta del palo, per pochi centimetri, non recise l’arteria. Sentì uno strattone alla gamba, e dove c’era la coscia osservò due lembi di tessuto muscolare rosso vivo, come aperto da un enorme apriscatole. Due pezzi di carne uguali a quelli sul bancone della macelleria, due bei tagli freschi di fesa. Il quadricipite femorale squarciato fino all’osso, una L per metà della sua lunghezza. La sua fortuna fu di avere con sé il telefonino, funzionante, carico, e in campo. E anche questa circostanza fu una stranezza, perché la zona dell’alpeggio non era mai stata coperta dalla rete telefonica, né lo è adesso. Invece allora parlò subito coll’operatore del 118. Diamine! Descrisse al telefono la sua ferita con competenza diagnostica e fisiopatologico distacco, osservò che non c’era stato molto “versamento ematico” (sic!), diede dettagliatamente le coordinate del luogo dell’incidente. Venti minuti più tardi, il rotore dell’elicottero di soccorso, un uomo scende col verricello.

QUADRICIPITE agg. e s. m. [dal lat. quadrĭceps foggiato su biceps]. In anatomia, muscolo della regione anteriore della coscia, costituito da quattro porzioni o capi che confluiscono in un tendine comune, che permette i movimenti di estensione della gamba e di flessione della coscia.

Oggi Luca P. cammina aiutandosi con due bastoni, ma non rinuncia ad andare per monti. Scalando, dimentica di essere uno zoppo.

E sempre, un poco prima di arrivare sulla cima di una montagna, per un momento crede, così come aveva creduto il giorno del suo incidente, in quella specie di incanto alla vista del mare, che lei venga per un’altra via, e che lo aspetti dove la salita finisce, e che insieme si fermino a guardare l’orizzonte lontano.

11 pensieri su “Il morto colore del mare – Un tipo da montagna

  1. Ciao Fabrizio. Ho sentito in un corso di scrittura creativa alla TV che la cosa più importante non è aggiungere, bensì togliere “roba”. Poi ho visto una statistica su alcuni massacri avvenuti nelle scuole (Montreal’s École Polytechnique, Columbine High School, Virginia Tech, Appalachian School of Law, Northern Illinois University, ecc.): ebbene, tutti gli… ehm, autori avevano seguito corsi di scrittura creativa. Che dire?

    (humor nero, alle 7 del mattino… buona giornata)

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  2. carissimo roberto,
    ho una passione speciale per i “racconti che contengono un romanzo”. a volte ne scrivo (scrivo…ci provo!) anch’io.
    questa è una prova buonissima, e, per quello che qui ho letto di te, mi pare confermare il tuo “occhio”. [dentro ci ho trovato un riferimento esplicito e uno implicito a gozzano, cosa che mi dispone sempre positivamente].
    sul comodino, in una pila che la scuola non mi permette di divorare come vorrei, c’è il tuo libro: e sei in ottima compagnia.

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  3. Carissima Lucy,
    ti ringrazio per il commento, davvero troppo buono. E’ importante per me ricevere le opinioni di persone appassionate e competenti, e di te conosco la generosità nei tuoi interventi.
    Ho costruito la prima parte dell’unico dialogo (del resto il discorso diretto è assai limitato) mettendo insieme la frase de La vita nuova che coincide con l’effetto fisiologico dell’incontro con Beatrice, con tre versi de La signorina Felicita, che è un piccolo capolavoro di distacco e ironia. In mezzo ci ho messo la citazione implicita del titolo di un libro di Maria Corti, La Felicità mentale. Nuove prospettive per Cavalcanti e Dante: gli angeli sono creature immateriali, a differenza degli esseri umani, in cui la conoscenza avviene astraendo dal materiale dei sensi. Per tacer degli angeli poi ha un doppio senso, nell’indicare che gli angeli, qua immateriali, non hanno apparato fonatorio. Ho avuto la fortuna di seguire a Pavia un corso della Corti proprio su Dante, e ho voluto rendere un po’ il senso di entusiasmo e partecipazione di uno studente universitario alle prime armi di fronte a queste letture, che divengono una sorta di sostrato sentimentale prima ancora che letterario. Il primo verso di Gozzano richiedeva la rima de m’avanza, e ho messo, in modo ironico, prima danza e poi ambulanza nella risposta di un imprecisato interlocutore (magari è il lui di Silvia). E’ una piccola stravaganza (!). Il tu mi sorridevi è poi ripreso nel Sorrise di lei, che convenientemente non parla. (Spero che Gozzano non si rivolti troppo nella tomba).
    Un carissimo saluto, spero che tu abbia apprezzato la vista di Venezia da lontano: è davvero così.

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  4. L’altra citazione è ovviamente quella di un personaggio di un noto fumetto italiano degli anni ’70, Nick Carter (che a sua volta è citazione di un personaggio letterario, un detective degli anni ’30).

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  5. Caro Fabrizio, quel programma sulla scrittura creativa l’ho visto in America qualche tempo fa, e anch’io ho subito pensato a I.C., che è, assieme a Pasolini, l’autore italiano del secondo Novecento più noto nel mondo anglosassone (Umberto Eco a parte, mi duole dire).

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  6. Un mese o poco più tardi, dopo il mestissimo giorno dell’addio, ero così a terra…

    Nel mestissimo giorno degli addii
    mi piacque rivedere la tua villa.

    Signorina Felicita, VIII

    ti invidio maria corti: dici bene, certe letture sono sostrati sentimentali prima che letterari e ogni volta che si riprendono, pur da nuove angolazioni, ci trasmettono quella carica, l’emozione della scoperta a vent’anni.
    così come l’amore, a vent’anni: si potrà sicuramente amare davvero e di più in seguito, ma non “così”.

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  7. Caro Plevano,
    ma quel personaggio del racconto descritto come un rude provincialotto non ti pare abbia un ruolo troppo poco significativo nell’economia del racconto? Io ne avrei fatto il protagonista assoluto!

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  8. Pingback: Lettera a un’agente editoriale | La poesia e lo spirito

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