Il Capitano Mario (III)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II)
IL PERSONAGGIO

Sarebbe il caso, a questo punto del romanzo, di innestare – per dirla nel gergo automobilistico – la marcia indietro, allo scopo di poter vedere in piena luce il personaggio inserito nella sua vicenda “storica”. Parole auliche, ma non è forse ciascuno di noi inserito nella storia umana per il breve spazio della sua vita, proiettata dal passato al presente, protesa verso il futuro e oltre la vita?

C’è sempre una certa sfumatura misteriosa nei contorni di un disegno che tenta di racchiudere entro tratti precisi una figura umana e non può riuscirvi mai in assoluto, dal momento che noi non conosciamo neanche noi stessi. “L’uomo, questo sconosciuto” era il titolo di un bel libro apparso tanti anni fa, forse al principio del secolo: ma non ne ricordo né l’autore, né gran parte del contenuto: so che mi fece molto pensare. Ed ora mi vien fatto di meditare su un personaggio, partendo dalla complessa eredità che ciascuno di noi si porta con sé dai più lontani antenati. Quante volte questa meditazione mi è nata dentro, specie osservando, senza stancarmene, quasi incantata, il continuo sovrapporsi delle onde del mare, venute, così vicine, da così lontano, con moto così uguale e pur così diverso, nel fascino della loro immensità distesa, fino a confinare con l’azzurro del cielo. Altrettanto è della nostra vita, piccola vicenda, sospesa fra due cieli.

L’albero genealogico, se l’abbiamo, ci mostra dei nomi, delle date, ma nulla più. Eppure quanta parte di noi viene dai suoi lontani progenitori: caratteri fisici, predisposizioni, tendenze, costituzione psicofisica, ecc. Eredità difficilmente distinguibili dagli influssi dell’ambiente, dell’educazione e da tutte le modificazioni impresse sulla nostra personalità dalle vicende esterne della vita che scorre e che ci porta via. L’aveva detto anche Eraclito, uno dei più antichi greci: “panta rei, tutto scorre”.

Questa mia così lunga digressione ha voluto dimostrare, considerando come deplorevole atto di orgoglio la pretesa di tracciare con sicurezza il profilo della persona amata, la necessità di mettermi spiritualmente in ginocchio, nell’atteggiamento della più grande umiltà, di fronte al mistero di Dio che – come dice San Paolo – è in noi. Marchio indelebile.

Cominciamo dunque con una domanda rivolta al “Personaggio”: la stessa che rivolse a Dante – nel VI dell’Inferno – l’austero Farinata degli Uberti, dall’alto della sua statura morale: “Chi fur li maggior tui?”

Ecco, dunque, che ci risiamo con le citazioni, ma purtroppo la poesia si legge, e con la grande poesia si convive. Mi scusi pertanto l’eventuale lettore, se cito spesso i divini versi di Dante, che si commentano da soli, mentre a volte la cecità mentale di alcuni commentatori li ha gravemente oltraggiati. In quanto a me, io me li sento dentro, non tanto nella mente, quanto nel cuore. Ed è perciò che provo un vago senso di colpa se mi avviene di indugiarmi nella tentazione di ritornarvi, perdendo di vista il presente, mentre so che in esso e di esso devo vivere.

Il personaggio era nato a Marmirolo, in un giorno d’estate, nella grande casa del nonno Zeffiro, dove sua madre Anita ritornava molto spesso per non brevi soggiorni. Era la primogenita di otto sorelle, quattro sopravvissute. E dalla primogenita nacque, presso il nonno, il primogenito dei nipoti.

Il padre, il prof. Carlo, era originario di Belforte, che dista non molti chilometri in linea d’aria da Acquanegra sul Chiese, donde provenivano i miei avi materni.

Il prof. Carlo era l’unico della sua modesta famiglia belfortese che avesse seguito gli studi superiori, perfezionandosi poi in Francia, pare a Grenoble, se non sbaglio. E fu così che – da professore di francese – divenne preside di Istituto Tecnico ad Ostiglia, dove la famiglia risiedeva quando la conobbi. Faceva parte, allora, del Consiglio nazionale dei professori delle scuole pareggiate, come tale candidato alla allora fatiscente Camera dei deputati (e come tale rimase, col nome di Camera dei fasci e delle corporazioni) del tempo fascista, ed era uomo colto, di carattere fin troppo estroverso, e perciò diversissimo da quello di Mario, assai riservato e schivo. Mario somigliava tanto al nonno Zeffiro, accanto al quale riposa, laggiù, con Dio.

Mia suocera, che era molto intelligente, ed anche ancora bella, era aperta a tutti quei problemi di carattere culturale che nell’ambiente esclusivamente agricolo-industriale-commerciale di Marmirolo non erano all’ordine del giorno. Ad Ostiglia era la signora Anita, che aveva amicizie, per così dire, intellettuali, le quali gravitavano intorno al marito, uomo in vista nella piccola città di provincia tra professori, professionisti ed anche attori durante la stagione teatrale a cui allora le piccole città tenevano molto. Così si era fatta una discreta cultura, ed io ricordo con piacere i suoi ultimi anni, in cui veniva da noi in primavera: stava seduta in giardino con un giornale o con un lavoro a maglia e alla sera, sul terrazzo del salotto, conversava con noi due. Erano giorni sereni quelli: io trascorrevo molte ore sulle pagine di Teilhard de Chardin e provavo una grande soddisfazione – forse anche più che al pubblico delle mie conferenze – a riferire i risultati delle mie non facili, eppure entusiasmanti ricerche, a Mario e a lei, che mi ascoltavano e capivano.

Quando, dunque, da tali genitori, venne alla luce Mario, il primogenito, suo padre era così emozionato che andò a denunciarne la nascita (allora si usava così) facendo una gran confusione, per cui all’anagrafe fu chiamato Zeffiro, come il nonno, mentre alla fonte battesimale risultò Ferruccio, per cui io davanti all’altare sposai Ferruccio, e, ultima sorpresa, il definitivo congedo dal servizio militare, fu dato al maggiore medico Giovanni Pezzini. L’equivoco, che sembra un gioco, ne generò altri a catena, perché a un certo punto le mie due figlie maggiori apparvero sul certificato di nascita come figlie di due diversi padri: cosa che io provvidi a far rettificare per non essere considerata adultera. Da che parte, o per qual sortilegio, fosse uscito il nome di Mario, nessuno è mai riuscito a saperlo: il fatto è che Mario fu da tutti e sempre chiamato. Mario è il nome di colui che più ho amato e che mi risuona ancora all’orecchio e mi accompagna nel silenzio di questi miei anni soli.

Naturalmente, appena fu divezzato, Mario fu portato dal fotografo, come si usava allora dalle famiglie che ne avevano i mezzi. Ma ahimè, che strazio quelle prime fotografìe! Non sono certo da paragonare alle mie prime, perché non tutti hanno sortito il privilegio concesso a me di apparire come l’immortalato capolavoro di un fotografo abilissimo che, con una di queste principesche immagini, vinse un primo premio a Parigi. Non si può certo dire che non sia bella.

Lui, invece, ignaro bambino, fa proprio pena: con due occhi sbarrati sotto il cappuccio di un mantellino messo di sghimbescio e con un piede nudo che ne spunta fuori, perché aveva anche perso una scarpa. Non migliore è una seconda foto, accanto alla sorellina Maria, e con un berrettino alla marinara, messo di traverso anche questo, che pare gli stia per cadere. No: veramente, povero bambino, avrebbe meritato un po’ più di rispetto.

Ma così va il mondo: anche a non pochi uomini famosi è capitato di essere immortalati da immagini infantili più adatte a suscitare ilarità che ammirazione.

Degli anni che seguirono: infanzia, adolescenza, io so ben poco. Anni vissuti soprattutto ad Ostiglia, fino al momento di iscriversi, dopo le tre medie, al ginnasio, ossia a quella classe che allora si chiamava la quarta ginnasio, a cui seguivano la quinta e i tre anni del Liceo Classico.

So molte cose invece di Marmirolo, dove Mario trascorreva l’estate, insieme con i numerosi fratelli: la Maria, l’Anna; poi ci fu Lucetta che morì tragicamente a due anni, annegata nella vasca del giardino, proprio come la piccola Ombretta di Fogazzaro, in Piccolo Mondo Antico: mai dimenticata tragedia.

Nati a distanza di parecchi anni, erano, quando io li conobbi, i pargoli Alberto e Gabriella che viaggiavano mensilmente, in regolari trasferte fra Ostiglia e Marmirolo, al seguito della madre. Venivano da Ostiglia con un treno a vapore, tutto coperto di fuliggine, a cominciare dal conducente. Il treno – un cilindro nero, enorme, sovrastato da un’alta ciminiera – approdava alla stazione di Porta Pradella, attraversava la piazza della stazione ferroviaria, proseguiva sferragliando per via Solferino e faceva sosta alla stazione di Santa Maddalena, che era di fronte al fianco della Chiesa di S.Francesco. Bellissima chiesa tardo-gotica, col suo grande rosone e coi suoi mattoni rossi, intercalati dalle finestre gotiche adorne di trine di marmo bianco, un tempo adibita ad arsenale militare, ora riconsacrata e rimessa nel suo valore. Da Santa Maddalena, dopo ripetuti richiami di fischi e trombette, il convoglio ripartiva, sbuffando, verso il ponte dei mulini e, con la ragguardevole velocità che gli era consentita, raggiungeva finalmente Marmirolo, meta agognata da mia suocera e dai suoi pargoli.

Stessa scena al ritorno in patria, reso piacevole dal ricco bottino di vettovaglie, suddivise in valige, cesti e cestini che venivano trascinati, per issarli sul treno, dalla tribù, destinate al mantenimento delle settimane successive.

Questo era il rito.

Per Mario, Marmirolo era la sua casa, almeno fin che visse il nonno. La casa era grande e bella, circondata da piante e da fiori. Aveva a lato del cancello d’ingresso un grande salice piangente che piegava i suoi aerei rami su di un ruscello limpidissimo di fresche e dolci acque fruscianti, le quali poi proseguivano, attraverso un vasto pioppeto, verso la campagna. Di fianco alla casa c’era un enorme magazzino che racchiudeva i preziosi prodotti dei vari caseifici di cui il nonno era fiero perché erano stimati i migliori sui mercati della zona. Nell’interno della casa ricordo un’ampia sala da pranzo con un enorme tavolo che accoglieva tutta la famiglia riunita specialmente nel giorno di Pasqua. Ricevevano tutti la benedizione papale Urbi et Orbi e poi, mentre le donne scappavano in cucina, preoccupate di aver interrotto la vigilanza ai fornelli, il Patriarca si sedeva, compiaciuto e solenne, al desco famigliare.

A Marmirolo Mario ritornava spesso anche con me a trovare la superstite zia Lucia e mi mostrava la campagna dove diceva di sentirsi a suo agio, e i fossati, ricchi dei piccoli pesci rinomati del luogo (la “pessina” di Marmirolo) che pescava con un coetaneo cugino Giovanni. Era sempre stato il suo sport preferito di quand’era ragazzo.

(continua…)

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