Il Capitano Mario (IV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III)
La bicicletta

Altro sport – ma questo era piuttosto una necessità – era la bicicletta, sua inseparabile compagna.

Dalla quarta ginnasio fino alla fine della terza liceo, vale a dire per cinque anni, aveva viaggiato ogni giorno, col sole e con la pioggia, andata e ritorno, lungo i cinque chilometri e mezzo della grande strada provinciale per Brescia, che separavano la casa dalla scuola, in bicicletta. Non c’era affatto traffico allora: qualche raro carro agricolo, qualche rara carrozza. Ed era così abituato alla guida, che spesso ripassava le lezioni pedalando.

Mantenne tale abitudine anche più tardi, a Pavia, quando percorreva il grande viale che dal castello conduce al Policlinico, sempre in bicicletta. Era l’oggetto dello stupore e dell’ ammirazione delle numerose donne pavesi che in qualche modo avevano esperienza, diretta o indiretta, del policlinico (ossia il Polo-clinico, come lo chiamavano) e conoscenza dei suoi medici. Mi dicevano, un po’ divertite e un po’ preoccupate: “L’è tanta brav!” E aggiungevano: “Ma la sa no, sciura, che al legg al giurnal in bicicleta?” Notare poi che “brav” vuol dire soltanto buono, giudizio che per un medico mi pare un elogio piuttosto parziale. Comunque, mi ci divertivo a sentirle, e non mi preoccupavo perché il traffico era scarsissimo anche in quegli anni, e questo ci rendeva la vita serena. Non esistevano nemmeno le biciclette a motore: forse ci guadagnavano anche la snella robustezza delle gambe, e la respirazione, che si ossigenava sotto le piante dei viali.

Ma i tempi cambiano.

E perciò può sembrare che non dica il vero, se racconto che, da fidanzati, (forse perché aveva paura di perdermi) venne a trovarmi a Mantova in bicicletta persino da Pavia, facendomi credere di essere venuto in treno.

Io lo seppi molto più tardi: me lo disse lui stesso, ammettendo che solo un ragazzo innamorato arriva a fare di queste felici pazzie.

La verità era che non aveva mai soldi, per il fatto che tutti quelli che gli dava il nonno li spediva a sua madre, allora sempre in difficoltà a tirare avanti la baracca, con i piccoli anatroccoli da nutrire, non soltanto di erba.

Questo lo sapevo, ed era un motivo in più per volergli bene – quella sua grande generosità, che mai fu smentita dalle vicende di tutta una vita.

Intermezzo

A questo punto del mio raccontare devo fare una sosta e chiedere, a Chi solo me lo può dare, un supplemento di coraggio. Devo affrontare lunghe vicende dolorose, causa di molte lacrime, e mi sento smarrita. Sogno spesso di trovarmi sola in un deserto, di cui non vedo il confine lontano fra terra e cielo ed è chiaramente un sogno simbolico.

Penso tuttavia che a Gesù non fu risparmiata l’esperienza umana del sentirsi solo nell’angoscia disumana del Getsemani. Era la volontà del Padre, che lo aveva mandato sulla terra per compiere la sua missione d’amore.

Ed era lo stesso amore con cui la Maddalena, che lo aveva sempre seguito e sempre amato, lo riconobbe per prima e gli andò incontro nella luce della risurrezione.

“Sarò con voi” aveva detto.

E fu così.

Egli vive con noi, perché l’amore non muore.

Quando Mario studiava medicina al Ghislieri a Pavia, era possibile compiere il servizio militare spezzettato di anno in anno fra le due sessioni d’esami: estiva e autunnale, oltre che facendo esercitazioni al sabato. Così, dopo la Scuola Allievi Ufficiali di Milano, fu nominato sotto-tenente degli Alpini e come tale fece tutti i campi estivi che in quegli anni erano durissimi. Ma la sua grande passione per la montagna (che è pur sempre scuola di vita) era per lui gratificante compenso di ogni fatica e di ogni sacrifìcio.

Durante una brevissima licenza venne a trovarmi, ma purtroppo una volta sola.

E qui comincia la lunga serie del mio lungo soffrire e delle mie continue apprensioni per causa delle guerre.

Sunt lacrimae rerum
et mentem mortalia tangunt.

Ero in villeggiatura con mia madre a Brentonico, dove mi ci aveva portata l’amicizia dell’Emilia, mia ex compagna di università, che si era da poco sposata col medico condotto: il caro Dottor Genetti.

Scoppiò l’affare Dolfuss, il cancelliere austriaco che il Duce definiva “piccolo di statura, ma grande di cuore”, compariva sull’orizzonte la prima minaccia di guerra. Si doveva difendere l’Austria che Hitler pareva stesse per invadere: prime avvisaglie di quello che doveva avvenire più tardi. Eravamo in stato di preallarme: l’esercito era mobilitato: gli alpini erano tutti schierati alla difesa dei confini del Brennero. Passavano giù nella valle in lunghe file i convogli militari: munizioni e truppe.

Mario era lassù in prima linea coi suoi alpini.

E io piangevo.

I miei amici cercavano di nascondermi ogni notizia allarmistica, ma la realtà parlava da sola. L’Emilia e suo marito, oltre ai loro parenti, ed amici erano commoventi nelle loro attenzioni per me, nella comprensione, nel cercare di distrarmi. Il dottore mi fece perfino una cura ricostituente; ma per fortuna si trattò soltanto di un allarme, ben presto finito nel nulla. Tutto questo comunque rappresentò allora per me la pioggia d’oro dei doni del Cielo discesa sulle mie lacrime: l’amore di Dio presente nel cuore dei miei amici.

Le sofferenze passano, il ricordo di esse rimane.

E rimane in me il ricordo benedetto nella gratitudine, accanto alle mie
“lacrime amare, cadute nel ricordare”.

Si dice di Pascoli che era troppo lacrimoso, ma era poeta grande.

Trasformava infatti la sofferenza in poesia.

IN BRIANZA, TERRA D’INCANTO

Mentre Mario studiava a Pavia, io mi ero trasferita, con mia madre, a Cantù, a pochi chilometri, e dieci minuti di tram, da Como.

Insegnavo nella scuola pareggiata, ottima scuola posta di fianco ad un altrettanto ottimo collegio, il De Amicis, che sorgeva su una collina, in vista del Resegone: io lo potevo ammirare ogni giorno dalle ampie finestre, stando in cattedra. Ero vicina a Italo, comasco di elezione, il più caro dei nostri parenti più cari. Per me, come il mio fratello maggiore, e forse più.

Abitavano a Cantù la Bice e sua sorella Nina, amiche di famiglia, amiche da sempre, che avevano insistito perché accettassi quell’incarico che cercavo in una scuola pareggiata, evitando, come accadeva nelle statali, di lasciare il posto al titolare nominato a metà anno.

La Brianza era bellissima, coi suoi colli verdi di boschi, le sue ville circondate da ben curati giardini, le sue luci, come “lucciole giù nella vallea” che si accendevano al tramonto giù fino a Milano.

I colleghi e la gente della cittadina: tutti molto simpatici. Breve periodo per me di pace e di gioia.

Mario veniva a trovarmi quasi ogni domenica da Pavia – col treno – il viaggio era breve. Tutto bene.

Senonchè fu proprio allora che avvenne – improvvisa – la svolta più importante della mia vita.

Scusatemi, miei improbabili lettori: la sofferenza mi opprime nel ricordare. Vado a prendere una boccata d’aria. Fuori c’è un cielo che sta sfrangiando le sue bianche, mobilissime nubi per apparire a tratti azzurrissimo dopo la pioggia. L’aria è così pura che penetra dentro e solleva lo spirito. C’è un colombo sul tetto che protegge il nido, nascosto alla mia vista: occhieggia, attende, medita il volo. Va e ben presto ritorna dalla sua compagna. Il merlo intanto tenta con ostinazione di ripetere la canzone d’amore che non è riuscito ad imparare ieri sera dall’usignolo ed insiste, insiste sulle poche stesse note, inutilmente. Eppure canta. Il colombo è volato di nuovo e di nuovo ritorna.

Care entrambe creature, vive, che amano.

E io riprenderò a raccontare la mia storia d’amore.

(continua…)

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