Donato Salzarulo, Questa stazione

Ti scrivo per bruciare la mia vita
sulla ferita dei tuoi occhi.
Non fermarti alla cenere delle parole.
Vai al cuore, alla fiamma
che le divora.

I

Fai bene a lasciarmi ogni volta
nella bocca il ronzio delle vespe.
Ogni incontro – devo saperlo! –
è un fiammifero acceso.
Non deve durare di più.
E, soprattutto, attenzione a non
bruciarsi le dita.
Meglio abituarsi presto
alla ruvidità delle foglie secche,
all’aggressività dello spettro
non atteso.

II

Non ricordo se ti ho mostrato un diamante.
Di sicuro ti ho detto della luce
che manca, del respiro affannoso,
dei salti oltre le siepi dei campi.
Ti ho detto anche dei crampi.
Per me potresti diventare insostituibile.
Esattamente ciò che non deve accadere.

III

Ho dato troppo spazio alla fantasia.
Devo rimettermi alle geometrie
delle mattonelle.

IV

Adesso emergo dai gusci di nebbia
mattutina. L’autunno spoglia il noce
nero e lascia scorrere sui rami
l’ingorgo saturnino

V

Fra me e te
uno strato spesso d’ovatta, un vuoto
che non permette alle pinze d’afferrarti,
trascinarti nel campo, intercettarti.

Non ho diritto di chiedere nulla.
La mia culla è un giaciglio nel vento.

VI

Giuseppina tratta i ricci
coi guanti; io preferisco allargarli
con le dita. Pungermi.

Ledo è contento: ha scovato
due porcini tra il fogliame marcio del bosco.
Il risotto è assicurato.

Tina studia, ripassa la lezione
di geologia ambientale sui disastri
indotti.

VII

Ad ogni alba un ciuffo
ingrigito di capelli dice addio alle mele
dei sogni sul petto.
Forse sarà ancora possibile perdersi
nel tuo mare tra alghe e cavalloni,
isole di respiro e code di balene
per timoni, forse una barca ancora
mi condurrà sulle rive di insenature
desiderate; ma è come se fossi entrato
irrimediabilmente nel tempio
della seconda lingua.

VIII

Nessun nodo alla gola l’altro ieri
nessuna scossa. Ho bevuto ai tuoi occhi
neri l’acqua argentina del congedo
e raccolto le foglie lasciate
dall’ailanto.

IX

Custodisco questa
stazione come l’unico dono che
mi resta, luogo d’amore
per le rondini della mia testa.

6 pensieri su “Donato Salzarulo, Questa stazione

  1. E’ un testo carico di simboli, ma anche molto vicino al quotidiano alle piccole azioni giornaliere una semplice gita fra amici io ci vivrei in una stazione così: basata su affetti , cose buone da assaporare , ma anche malinconie. Riuscire a custodire queste stazioni così preziose, non lasciarle fuggire via, custodire e prendersi cura di chi ci vuole bene senza chiedere nulla in cambio è secondo me il significato più profondo di questa bella poesia. Ancora una volta grazie Donato era un po’ che non leggevo tue poesie su questo blog, ma dov’eri finito?

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  2. Visto i tempi che corrono e le malinconie sparse sul futuro sempre più difficile e incerto ( vedi cosa sta accadendo a scuola) abbiamo bisogno di belle poesie!!!

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  3. E’ molto triste, ma anche molto bella questa poesia. Quando la quotidianità ti passa accanto con i suoi mille problemi e la tua mente, invece, vorrebbe volare via, ripercorrere orizzonti ed albe perdute, ti ritrovi sotto la tirannia del tempo e ti accorgi che l’unica consolazione che ti resta è la poesia, l’unica che si avvicina ad un amore puro senza compromessi o inganni di sorta.E’ vero la geometria del reale ci riporta a terra, ma nessuno può mai vietarci di far volare le rondini della nostra testa.Rocchina.

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  4. Grazie a tutti per gli apprezzamenti. E’ un periodo, cara Giulia, in cui sono molto incasinato. Comunque, riesco ancora a raccogliere dei pensieri luminosi come questo di Georges Didi-Huberman: «Cercare lucciole nel buio, oggi, è rinunciare a possedere. Catturo una lucciola: non farà più luce. La lascio andare: temo di averla perduta. Ma il dono che ricevo è più grande: è un ricordo di magia e di grazia che mi aiuta a restare libero.» (Georges Didi-Huberman, La Repubblica, 17 giugno 2010). Ecco, Rocchina, la poesia forse non è soltanto consolazione. E’ un ricordo di magia e di grazia che ci aiuta a restare libero.

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  5. Era proprio ciò che intendevo, la poesia ha il potere di farci sentire liberi, di far volare i nostri pensieri in spazi smisurati anche se siamo chiusi tra quattro mura. Se ne può trarre una consolazione momentanea, come negli amori platonici, che non si misurano con il reale e perciò non temono confronti.

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