La siepe

da qui

Vengo a piangere a Loreto le lacrime che a Roma ricaccio sempre dentro, perché ogni volta c’è qualcuno o qualcosa a cui pensare. Qui mi commuovo quando e come voglio: davanti alla Madonna o al Santissimo protetto da una specie di sipario, dove entrano piccioni a tradimento, sulla strada verso la terrazza azzurra di Sirolo o lungo le curve in saliscendi che portano faticosamente a Recanati. Visto tra le lacrime, il mondo è un’altra cosa: risponde alle attese, è plasmato, metro per metro, dai desideri più profondi. Quando appare la siepe di Leopardi, sento che al di là di essa c’è il tuo volto, la piega del sorriso che canzonava la serietà eccessiva dietro cui mi trinceravo. Dalla balaustra scura di Sirolo non si vedono navi, e neanche vele: c’è troppo vento. Eppure, se piango, le imbarcazioni salpano dal cuore, la tempesta estiva scompiglia gli angoli del tempo, tutto è nuovo oltre la siepe che chiamavo morte, e  invece mi permette di vederti.

9 pensieri su “La siepe

  1. Lasciarsi andare al pianto a volte sembra un lusso che non ci si può permettere, troppe cose da fare poi si perde la concentrazione, troppa gente intorno siamo grandi non è permesso, troppe cose a distogliere il pensiero o troppe lacrime cristallizzate da un dolore troppo forte anche da accettare e condividere. Ma la siepe è solo un ostacolo momentaneo alla vista, per chi sa vedere oltre e oltre si vede meglio se le lacrime lubrificano gli occhi.
    La vita è una nave che salpa sempre da un vecchio porto per affrontare il mare calmo o tempestoso e raggiungere nuovi posti alla ricerca di una terra nuova ancora da scoprire.
    Gibran dice: quanto più profondo è il solco scavato dal dolore tanto più grande è la gioia che può colmarlo. Per crederci bisogna vedere oltre la siepe.
    SM

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  2. Purtroppo, in momenti veramente tristi, a me capita di vedere il buio oltre la siepe e non la luce.
    Don Fabrizio, le auguro di rigenerarsi a Loreto e di trovarci la pace cui anela dal profondo.
    Un abbraccio.

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  3. Di là dalla siepe Leopardi percepiva l’infinito (“io nel pensier mi fingo”) e ne provava sì la vertigina, ma alla fine proprio la dolcezza dell’annullamento in esso (“e il naufragar m’è dolce in questo mare”).
    Buon naufragio (in senso leopardiano, ben s’intende!), gentile don Fabrizio.
    Giorgina BG

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  4. Caro Fabry, nonostante i tristi momenti di malinconia e di pianto liberatorio, questo ritiro a Loreto sara’ rigenerante per te come lo era per Domma, che tornava da li’ sempre carico di nuove energie e pieno di ispirazione per i suoi giovani ed i suoi poveri.
    Ti abbraccio,
    Titti

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  5. Di naufragio in naufragio si ritrova il porto, come Giona.
    Un Padre diceva che non importa se si perde il carico nella tempesta, l’importante è riportare la nave al molo.
    Un abbraccio
    Mario

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