Il Capitano Mario (V)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV)

NOZZE: COME AVVENTURA

Era il 3 ottobre 1935

Attendevamo, numerosissimi, nella piazza principale di Cantù il discorso del Duce, diffuso dagli altoparlanti. Uno di quei discorsi, bellissimi, che mi erano sempre piaciuti. Nessuno parlava, né forse parlerà, come lui che ipnotizzava le folle.

Quel giorno proclamò la dichiarazione di guerra all’Abissinia.

Sentii di odiarlo.

Ed era la prima volta che provavo un sentimento di odio contro qualcuno. Improvvisamente: odio e delusione. Ero violenta nel mio sentire: tutto sommato comunque non ero ancora antifascista: anzi ero sempre entusiasta per le imprese eroiche e anche per il fascismo. Come eravamo giovani; come eravamo inesperti! Ma non avrei mai potuto credere che un dittatore potesse assumersi la responsabilità di gettare un popolo in una guerra, di far morire anche un solo uomo. E unicamente per soddisfare la propria ambizione. Non era un sanguinario: lo diventò perché lo volle: lui solo. Non ci fu un applauso, non una musica. Tutti se ne andarono, in silenzio. Erano gente seria.

Mario era a Vipiteno.

Aveva assolto agli obblighi del servizio militare, aveva il congedo firmato e stava per rientrare a Pavia, per laurearsi.

A Vipiteno gli chiesero di trattenersi ulteriormente in servizio durante i preparativi per la partenza del Reggimento, destinato all’Africa Orientale.

Lo aspettavamo a casa per Natale.

Ma, proprio il giorno di Natale, mi arrivarono tre telegrammi urgenti:

1. “Parto per l’Africa”

2. “Preparati per andare domani a Mantova: ci sposiamo dal Vescovo”

3. “Arrivo stasera”

Io ero sconvolta perché partiva per la guerra e non pensavo ad altro, men che meno a delle nozze frettolose che mi parevano assolutamente senza motivo.

Arrivò infatti alla sera, e mi pregò, insistette, supplicò di accondiscendere al suo desiderio di sposarci l’indomani. Io ero frastornata: avevo un bel dirgli che l’avrei aspettato, fosse anche per dieci anni. Ci saremmo sposati al ritorno. Niente da fare: dovetti acconsentire.

Mi spiegò che, mentre stava per ritornare a Pavia, col congedo firmato, al momento di lasciare i suoi alpini, quei ragazzi che per mesi aveva istruito con pazienza ed affetto, si era commosso mentre lo abbracciavano e piangevano al momento del commiato.

Mi raccontò, infatti, anni dopo, che quando un alpino si attardava per la fatica delle lunghe marce, gli andava vicino e lo aiutava, sollevandogli lo zaino, in silenzio. Questo dice quanto lo amavano.

Così aveva deciso di partire volontario, ma voleva partire sposato.

Io non potevo pensare ad altro che alla sua partenza e all’imminente, doloroso distacco.

Il giorno seguente si partì per Mantova. Venne anche mia madre. Io ero silenziosa e triste.

A Mantova incontrai dapprima un mio cugino, professore all’Istituto Tecnico Superiore. “Sono qui per sposarmi” gli dissi – e scoppiai in lacrime per la strada, senza curarmi dei passanti. Stessa scena con la Elide, sempre affezionatissima, da quando era stata la mia bambinaia.

Ci rimasero male sia l’una che l’altro.

Ma il più doloroso stupore lo lessi sul viso dell’arciprete mitrato di S. Andrea: non avevo potuto infatti passare davanti al mio S. Andrea senza entrare, almeno per un minuto, per pregare, piangendo. “Maria, come mai qui?” “Devo andare, di fretta, dal Vescovo a sposarmi” fu il nostro colloquio, non finito, fra i singhiozzi. Quello chissà che cosa avrà pensato.

Al Vescovado trovai in portineria mia suocera e mia cognata Maria, chiamate con gli altri telegraficamente da Mario, il quale mi aveva preceduto ed era di sopra con suo padre e con nostro cognato, l’avvocato Leati, a discutere con Sua Eccellenza di diritto canonico. La legge ecclesiastica infatti concede al vescovo di celebrare un matrimonio senza previe pubblicazioni.

La portinaia deve aver creduto che fossi incinta, perché disse: “Ce n’è degli altri che, prima della partenza per la guerra, vengono qui a regolare la loro posizione”. Non era il mio caso, naturalmente, ma me ne stetti, mesta, in un angolo, ad aspettare, col rosario tra le mani.

Venne a chiamarmi un pretino, il segretario del Vescovo, che aveva detto: “Voglio vedere la sposa, da sola”. Mario si era presentato in elegante divisa da ufficiale, io entrai con un berrettino e un cappottino piuttosto modesti: quelli con cui andavo a scuola, e senza trucco, non certo abbigliata da sposa. E con le lacrime agli occhi.

Sua Eccellenza mi fece, molto benevolmente, alcune domande sui miei precedenti studi, sulle mie attuali attività, e non so che altro.

Io presi coraggio e gli dissi che a me personalmente non importava di sposarmi subito, perché avrei aspettato il fidanzato al suo ritorno. “Perché? – rispose – se gli vuol bene…” E si alzò di scatto, fece chiamare i tre che stavano fuori e disse, deciso: “Vi sposo subito” ed aggiunse: “E congratulazioni per la scelta”.

La mia ingenuità l’aveva conquistato.

Occorreva comunque non so quale nulla-osta dell’autorità giudiziaria per il matrimonio concordatario, che Mario e Tito [l’avvocato Leati] andarono a procurare a Brescia.

Nel frattempo chiesi, attraverso il segretario, di ritirarmi, da sola, nella cappellina privata del Vescovado, di confessarmi e sopra tutto di poter pregare in silenzio, perché, dissi, non mi sono ancora resa conto che il matrimonio è un sacramento e non mi sono preparata.

Venne lui stesso, il Vescovo, poco dopo e mi disse parole così paterne, affettuose e consolanti che ne fui commossa nel profondo del cuore. Questa volta, però, senza più lacrime. Avevo pregato a lungo in quella cappelletta silenziosa, e mi sentivo dentro una serenità forse mai provata. Il Signore mi era vicino: non avevo più paura di nulla.

Fede, infatti, vuoi dire fiducia, ed è una grazia che dobbiamo chiedere: quella dell’affidarci, sull’esempio dei grandi santi, totalmente, in Lui. Sentivo battere il cuore di Mario accanto al mio durante il rito. E quando uscimmo, nella piazza deserta, avvolta dalla nebbia di Mantova, mentre suonava la mezzanotte, una felicità contenuta e finalmente consolata, scendeva sui nostri passi leggeri e sul nostro destino di sposi, guidato dalla volontà di Dio.

(continua…)

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