Lettera a Luca

di Mario Gravina

Luca ritirò la posta dalla cassetta delle lettere che, come al solito, la trovò zeppa di pubblicità.

“Vorrei sapere chi li autorizza a deporre nella cassetta della posta tutta questa robaccia”.

“Dici sempre la stessa cosa ogni volta che ritiri la corrispondenza”. Disse Marco ridendo scherzosamente.

“La chiami corrispondenza questa?” Luca allungò le mani verso Marco mostrando un mucchio di cartoline e depliants pubblicitari. E’ tutta carta sprecata, inutile, anzi dannosa. Per produrre tutta questa cartaccia si abbattono intere foreste. A noi lasciano il compito cretino di cestinarla o, per i più informati, raccoglierla per farla riciclare”.

“Luca! Cosa fai? Nemmeno la guardi prima di cestinarla?” Ironizzò Marco.

“Cosa dovrei guardare? E’ tutta pubblicità”. Rispose con tono smorfioso Luca.

“E se qualcuno ti ha scritto?”

“Chi vuoi che mi scriva”. Luca tirò su con le spalle.

“Qualcuno, qualche amica”. Marco gli strizzò l’occhio e scoppiò a ridere.

“Smettila Marco, sei sempre il solito”.

“Hai sempre l’idea di andarti a rinchiudere in Monastero?”

“Rinchiudermi? Lo dici come se i monasteri fossero un carcere”. Luca emise un sospiro, si fece serio ed aggiunse: “Non lo so ancora. So soltanto che bisogna spendere la propria vita per qualcosa di importante, di utile, di serio. E bisogna farlo non solo per il prossimo ma anche per se stessi. Solo se si è se stessi, si è utili agli altri”.

“Perché coloro che vivono fuori dai conventi non sono se stessi? Non possono essere utili agli altri? C’è bisogno di isolarsi in qualche eremo?”

“Marco, non mi fraintendere. Non ho mai asserito una cosa del genere. Ti ho sempre detto che io ho bisogno di ritirarmi

in qualche monastero e non che gli altri debbano fare lo stesso. Ognuno di noi ha in sé una voce che gli dice ciò che deve fare”.

“La tua voce ti dice che devi entrare in qualche convento o monastero?”

“Per ora nulla è chiaro in me, tanto meno la mia voce. A volte mi pare di sì, altre volte no. Non sono certo. Quando avrò finito l’università partirò per Subiaco. Lì, in monastero, resterò per qualche tempo a riflettere. Forse farò il postulantato presso i monaci benedettini”.

Luca mentre parlava faceva scorrere nelle mani la stampa della pubblicità ma senza guardarla.

“C’è una lettera tra quei fogli, Luca!”. Disse Marco fermando le mani dell’amico che continuavano ad agitarsi. Era una lettera proveniente da Dobbiaco, lo capì guardando il timbro postale. Non c’era il mittente.

“Chi ti scrive dalla montagna?”

“Non lo so”. Rispose Luca pensieroso.

“Francesca. Ecco chi ti scrive. Francesca è andata in montagna. Guarda la calligrafia: è proprio quella di Francesca”. Marco gli fece l’occhiolino.

“Che ne sai tu!” Luca si fece rosso in volto e le mani gli tremarono un po’.

“Io vado, Luca. Ci vediamo questa sera all’ingresso della Quercia del Tasso. Non dimenticare che abbiamo i biglietti per il teatro all’aperto. C’è Sergio Ammirata che è uno schianto con i suoi adattamenti delle commedie antiche”. Marco si stava avviando verso la strada per andare via.

“Aspetta, Marco. Sali su da me. Vieni a bere qualcosa di fresco e, poi, leggeremo insieme questa lettera”.

“Insieme?! Ma è Francesca che scrive a te. Io non c’entro affatto … e, poi, mi pare scorretto intromettermi tra voi due”.

“Lascia stare le chiacchiere, Marco. Andiamo su a bere. La

lettera se è di Francesca non contiene ciò che tu pensi, ma qualcosa che interessa senza dubbio anche te”. Luca sorrise. Poi, si mosse verso le scale. Salirono a piedi al terzo piano della scala B ove Luca abitava da solo. La casa era piccola. C’era un ingresso e un saloncino che fungeva anche da camera da letto e cucina. La piccola abitazione, però, era arredata con gusto. C’era molta luce che proveniva da una porta finestra che dava su un ampio terrazzo. Qui era stato sistemato un dondolo, un tavolino bianco, quattro sedie e un ombrellone. Luca fece accomodare Marco in terrazzo. Poco dopo arrivò con due birre fresche.

“Non sapevo che tra te e Francesca ci fosse un filing”. Marco prese a cullarsi lentamente sul dondolo.

“Francesca è una cara amica e basta. Discutiamo di cose che riguardano lo spirito”. Disse Luca sedendosi accanto all’amico, tenendo in mano i bicchieri.

“Basta così, grazie. La birra mi fa sudare quando la temperatura va oltre i 35 gradi. Ma tu non hai caldo?” Disse Marco guardando in faccia Luca che sembrava asciutto come la sabbia del deserto.

“Il caldo lo sopporto facilmente. Il freddo meno. Mi piacerebbe passare un periodo in Africa”.

“Come i monaci del deserto?” Rise Marco.

“Proprio come loro. Ho una venerazione per Padre Foucol. I piccoli fratelli della comunità prima di essere ammessi alla vita religiosa passano un periodo di 40 giorni proprio nel deserto”.

“Io morirei”.

“Tu non hai la vocazione”.

“E basta quella?”

“Forse si”.

Bevvero un sorso di birra.

“Apro la lettera”. Disse Luca prendendola dal tavolino ove

aveva appoggiato la posta. Erano parecchi fogli scritti con calligrafia rotondeggiante, minuta e fitta. In fondo alla lettera si leggeva in piccolo la firma di Francesca preceduta da un “Ciao!”

“E’ Francesca che scrive”. Confermò Luca.

“Te l’avevo detto”. Marco batté lentamente la mano sinistra su una spalla di Luca.

“E’ la prima volta che mi scrive”.

“E’ innamorata di te Francesca!”.

“Non dire fesserie, Marco”.

“Le donne io un po’ le conosco”.

“Tu non conosci Francesca”.

“E’ vero. Ma conosco le donne! E Francesca è una donna, anzi una bella donna. E credo sia proprio il tuo tipo. E tu lo sei per lei. Credimi Luca, voi due siete fatti l’uno per l’altra. Scommetto che ti scrive per dirti che si è innamorata follemente di te. Sai le ragazze non hanno il coraggio di dichiararsi a voce e allora lo fanno per iscritto, magari sotto metafora”.

“E’ meglio che leggiamo la lettera così vediamo se hai ragione”. Disse Luca battendo lui ora la mano sulla spalla dell’amico.

‘Caro Luca,

il luogo da cui ti sto scrivendo è meraviglioso, è pieno di silenzio, pieno di pace. Sono uscita presto questa mattina dall’albergo ove starò per un paio di settimane. Il sole era ancora tiepido quando sono arrivata in cima a questa magnifica montagna da dove contemplo tutta la vallata di Dobbiaco. Dal campanile a cipolla della chiesa mi giunge ovattato l’eco delle campane che chiamano i fedeli alla messa del mattino. Per strada e lungo il sentiero che mi ha condotto qui non ho incontrato anima viva se non qualche

timido scoiattolo e molti uccelli. Non era mia intenzione scriverti. Non l’ho mai fatto. Con te ho sempre avuto modo di dire le cose a voce. Lo scrivere è un’altra cosa, me ne rendo conto ora. Se tu fossi qui presente davanti a me mi sarebbe stato più facile dire con parole ciò che vorrei dirti. Mi riferisco al discorso che abbiamo interrotto prima che io partissi per questa breve vacanza, che per me ha più il sapore di un ritiro spirituale che di una vacanza nel senso comune. Lo sai che ho fatto fatica a convincere i miei genitori a venire qui piuttosto che passare, come al solito, qualche giorno di ferie al mare in mezzo a tanta confusione e a tanto caldo. Qui l’aria è sottile, pulita, piena di profumi. Il verde dei prati mi inonda di felicità; l’ombra dei boschi mi fa sentire più leggera; il profumo dei fiori lo sento in ogni dove e quando attraverso le radure sono invasa dall’odore del fieno appena tagliato. Qui mi pare di essere in un angolo di paradiso. La preghiera che mi sgorga spontanea verso il Signore è un canto di ringraziamento per tutta questa bellezza che mi circonda. La solitudine di questa montagna non mi opprime affatto, come molti mi hanno raccontato; il silenzio che mi circonda è pieno di musica: il vento è musica, lo scorrere dei ruscelli è musica, il canto di tanti piccoli animali è musica. E, mentre mi sono sentita il cuore traboccare di gioia per tutto ciò che la natura mi sta elargendo generosamente a piene mani, ho ripreso serenamente la riflessione iniziata con te sull’anima. Ora che sono tra queste montagne, lontano dal clamore della città, mi sembra di sentire non il respiro del mio corpo ma il respiro della mia anima e a rafforzare questo respiro dello spirito pare ci sia nell’aria stessa, tutto intorno a me, un’enorme anima della natura che respira col mio respiro. Dunque, ora più che mai sono certa che in noi esiste l’anima e che questa sia la parte più importante di noi. Il corpo, questo mio corpo che ora vedo partecipe della natura, questo mio corpo che mi ha trascinato in cima a questa montagna un giorno non ci sarà più, sarà polvere tra la polvere. Allora a che servono i tanti affanni che ci colgono e mi colgono per conquistare i beni materiali che sono caduchi? Quando penso a Roma, alla vita convulsa e caotica che siamo costretti a vivere per chissà quale conquista, chissà per quale scalata sociale, capisco che come ciechi camminiamo su una strada senza meta, senza valori umani e spirituali. A Roma siamo abbagliati da falsi ideali. Quanta mistificazione ci propinano sulla verità! Solo ora qui me ne sto rendendo conto appieno; ora che sono sola, sola di fronte a me stessa. Non credo che io debba stabilirmi per sempre su questa montagna ed innalzare magari tre tende – come disse l’Apostolo Pietro a Gesù sul monte Tabor – una per noi, una per Mosè e l’altra per Elia. Io credo che per meglio vivere in città, in mezzo alla gente, alla folla, al frastuono è necessario di tanto in tanto ascendere alle alte vette, là ove l’incontro con la propria anima è immediato, diretto. Se ammettiamo (come quasi tutti ammettono) l’esistenza dell’anima è necessario che ogni tanto avvenga questo incontro faccia a faccia con lei. Ed è proprio dialogando con la mia anima, immersa in questo naturale silenzio, che ho capito come essa vive in noi, radicata nella nostra carne. Quando nasciamo col nostro corpo meravigliosamente, miracolosamente nasce con lui l’anima. Ma da dove essa provenga e in quale preciso momento essa incontri questo corpo non credo che a noi sia dato saperlo per certo. E’ un mistero e come tale io lo accetto. Lascio ai teologi il compito di indagare su questo mistero. Può anche darsi che l’anima nasca piccola, piccola proprio come un bambino e che poi essa cresca e divenga grande, grande o magari rimanga sempre piccola o media. Certo è che l’anima non ci è data immobile ma cangiante come cangiante è il nostro corpo, altrimenti non si spiega il fatto che in me (come in altri) essa cresce o decresce a seconda del nutrimento che riceve. Qui in alta montagna, in questo luogo paradisiaco sento di dare alla mia anima il meglio di questo nutrimento. Se dunque siamo molto attenti a curare il nostro corpo (e noi donne, poi, lo facciamo in modo particolare) affinché esso stia bene in salute ed in bellezza, tanto più dovremmo curare la nostra anima che mi pare sia più importante del corpo. Ma se penso a come molte persone vivono la propria vita, mi verrebbe da pensare che in loro l’anima non sia mai germogliata e che come un seme essa sia caduta tra i sassi e lì sia rimasta rinsecchita.
Forse questa mia lettera la troverai un po’ confusionaria, ma l’ho scritta senza ragionarci troppo su. Ho seguito una mia riflessione a ruota libera. Sarà, forse, la quiete di queste montagne a portarmi naturalmente alla meditazione. Ora più che mai sento il bisogno di approfondire meglio l’argomento in tua compagnia e, se non hai nulla in contrario, lo faremo quando riprenderemo gli studi del terzo anno di lettere e filosofia. Dopo la laurea vorrei trascorrere un periodo di vita monastica. Qualche tempo fa ho avuto modo di incontrare suor Benedetta del monastero benedettino di Vitorchiano; è lì che vorrei andare a ritirarmi in preghiera.

Scusami la lungaggine di questa mia lettera, ti assicuro che non te ne scriverò altre.

Con fraterno affetto, ciao Francesca”.

Luca piegò i fogli della lunga lettera di Francesca e li posò sul tavolo bianco sotto l’ombrellone. Entrò in casa e prese un’altra bottiglia di birra.

“Questa è più fresca. Dammi il tuo bicchiere, Marco”. Luca versò la birra nel bicchiere dell’amico.

“Hai ragione, Luca. Avevi proprio ragione a dirmi che la lettera di Francesca non era una lettera d’amore, come io immaginavo”.

“Credevi davvero che lei fosse innamorata di me?” Domandò Luca con tono di chi sa di aver vinto una scommessa.

“Sì. Credevo che lei fosse innamorata di te, di te come persona fisica. Ora credo che lei sia innamorata di te soprattutto come persona dotata di una grande personalità. Sei inguaiato Luca. Francesca ti ama completamente: anima e corpo. Ti invidio, ti assicuro che ti invidio. E’ meraviglioso essere amato per ciò che hai dentro, per ciò che sei davvero, non solo per quel che appari”.

“Marco, tu non ti smentisci mai, sei sempre il solito burlone”.

“No, Luca. Dico sul serio. Mai avrei immaginato un amore di sì grande portata”.

“Francesca mi ha parlato dell’anima e dice che vorrà, forse, diventare suora. Tu non hai capito nulla”.

“Luca, io ho capito benissimo invece. Tu e Francesca forse non vi sposerete mai solo perché siete due cocciuti; perché volete entrambi far parte della schiera dei contemplativi. Ma ti giuro che siete perdutamente innamorati l’uno dell’altra. Tutto questo è meraviglioso. E’ un amore puro e passionale nello stesso tempo”.

“Marco, sei uno sciocco a dire questo. Lasciamo perdere. Possibile che non hai capito il contenuto della lettera?”

“Sì, Luca. Ti ripeto ho capito tutto. Per questo ti dico che tu e Francesca diventerete due anime che saliranno le vette più alte della vita contemplativa. Due anime dedite al Regno di Dio. In voi c’è una grande forza d’amare ed è questa che fa grande gli uomini. Io, invece, sono un burlone, un superficiale. Solo ora l’ho capito; ora che tu mi hai letto questa lettera di Francesca”. Marco si alzò dal dondolo, posò il bicchiere sul tavolo e chiese a Luca di lasciarlo andare. Lo disse con voce commossa e con gli occhi arrossati. Luca non

fiatò. Lo accompagnò alla porta.

“Ci vediamo alla Quercia del Tasso?”. Domandò Luca prima di chiudere la porta.

“Certo. Ora sono sicuro che non ho solo un amico, ma un fratello”. Marco scese le scale a due a due saltellando come un capriolo.

* Racconto tratto dal libro “Le orme e la memoria”

Edito da Ibiskos Ulivieri.

2 pensieri su “Lettera a Luca

  1. Ho letto e riletto e le frasi che vorrei sottolineare sono molte. Molte sono le verità nella lettera e molte le cose che condivido, compreso la necessità di allontanarsi un attimo dal caos di città per ritrovare se stessi e la propria anima, o “io interiore” per chi non crede nella sua esistenza.
    Come è bello trovare una così grande comunione di pensiero fa due persone che prescinda dal corpo pur non evitandolo. E’ qualcosa che somiglia a quell’agape di cui si parla ma che in pochi sperimentano su questa terra e sono certa che non si tratti di vocazione nel senso che tutti le diamo, ma solo di consapevolezza dell’esistenza di qualcosa che va oltre il nostro corpo, la nostra materialità. Io credo che il fine di molti messaggi sia quello della riscoperta dell’anima o di se stessi, per una vita migliore e con un fine reale, tangibile e non effimero come i tanti sogni che inseguiamo per evadere da noi stessi, le tante cose di cui ci riempiamo le giornate per non ascoltarci.
    E se le anime gemelle esistono, Mario Gravina ci dice cosa lui pensa che siano, e che io ho sempre definite così. Ma non solo Luca e Francesca, anche marco che si riscopre fratello e finalmente comprende il senso vero della vita, che va vissuta ogni giorno nella realtà che ci comprende e non solo in un monastero o su di un monte e nel caos quotidiano che abbaglia con le sue stelle che non brillano di luce propria ma riflessa da un non so dove del non-essere.
    grazie Mario e grazie LPELS

    SM

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