Inediti – di Maura Gancitano

Prima che tutto accada

Spengo la sigaretta,
e tu fai lo stesso.
Hai ragione, è strano pensare che io mi trovi qui.
Le mie braccia si spingono
fino alla spalliera della tua poltrona,
e tu guardi la meraviglia
di ciò che non succede neanche oggi.
Ma parliamo d’altro,
e i nostri occhi navigano nei nostri occhi.

Se non fosse così
ti direi chi sei veramente,
e tu mi diresti chi sono;
ti direi che nelle tue stanze
ci sono cose che mi somigliano,
che sono complessa
e ferita, nuova e già stanca.
Ma noi parliamo d’altro,
queste cose le sappiamo già.

E adesso mangiamo un piatto veloce
che di notte ha il sapore del gioco
e del dispetto.
È quasi ridicolo che io sia qui adesso,
che la tua bocca ubriaca mi parli vicina,
che i tuoi piedi nudi abitino tranquilli
i braccioli della mia poltrona,
e io penso alla meraviglia
di ciò che non succede neanche oggi.

Fai un nuovo gesto,
e io faccio lo stesso.
Perdiamo gli attriti del giorno
trascorso nella notte blu e ocra,
e riempiamo di parole
l’unico posacenere.
Sono assenti le persone
che ci prendono il tempo,
è fuori ogni cosa
che non può essere nostra.

Non c’è niente di dolce
in quello che succede qui,
niente che possa esser detto domani,
che valga un ricordo, una riga.
Qui non succede niente,
questa è la notte più semplice del mondo.

Una poesia intitolata “Pioggia”

Questa poesia è nera
come l’aria di questo paese lontano dal mio.
È un paese senz’acqua, pozzo di nulla,
la stessa strada e le stesse finestre,
e spazzatura sui marciapiedi.
In questo buio tu muori due volte,
d’assenza e d’ignoranza.
Tiro i dadi e lo schermo
del computer si riempie di bianco:
anche oggi sei vivo e mi chiedi di esistere.
Io ho ancora il dubbio se fare un viaggio
che ormai è già iniziato.
Lo spazzolino si riempie del più forte
dentifricio in commercio,
ché arriva la notte.
E tutto questo è ovvio
come una poesia che si chiami “Pioggia”.

La ventola del frigo

Le poesie si scrivono alla luce
di una lampada da interrogatorio
Con una sigaretta mezza accesa
nella mano che non regge la penna.
Pare non ci sia più
altro modo per aspettare le parole,
o un sistema più semplice per trovare le lacrime.

E sembra che si scrivano da sole queste poesie
Che non cerchino neanche la rima,
amando infrangere le regole
e la grammatica più elementare.

Gocce d’acqua rumorano fino alla scrivania,
si sovrappongono al battere dei tasti,
il silenzio si fa attenzione,
la ventola del frigo riporta alla realtà:
ecco altri cinque versi.

Le poesie si scrivono quando
Qualcuno cerca un senso nelle parole,
dove tutto quello che si prova
si chiama languore.

[Immagine: Franz Krauspenhaar – Nightcars.]

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