“La cultura non può limitarsi alla critica e all’indignazione per sembrare profonda e intelligente” di Franco Bolelli

Permettetemi per una volta di cominciare con tre citazioni. “Nulla è più pericoloso per l’anima che occuparsi continuamente della propria insoddisfazione e debolezza”. “Spezzate, spezzate, ve ne prego, le tavole degli eterni malcontenti!”. “La responsabilità del poeta e dello scrittore è quella di aiutare gli umani a tener duro elevando il loro cuore, ricordando loro il coraggio e l’onore e la speranza e l’orgoglio e la compassione… la sua voce non può soltanto registrare, ma deve essere uno dei sostegni, dei pilastri per aiutarli a tener duro e a prevalere”. Il primo è Hermann Hesse, il secondo è Friedrich Nietzsche, il terzo è William Faulkner nel suo discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura. 

Ecco, tanto Hesse quanto Nietzsche che Faulkner ci dicono inequivocabilmente che una cultura non può limitarsi alla critica e all’indignazione, non può soltanto mostrare le disfunzioni, i problemi, le mancanze, le sgradevolezze intorno. Se un filosofo o uno scrittore non sente di dover in qualche modo creare un ponte fra gli esseri umani (o almeno qualche essere umano) e quelle forze che spingono la vita ed evolvere, allora quel filosofo o scrittore può essere profondo e intelligente finché volete, ma non è all’altezza del suo compito. C’è in ogni evoluzione un lato oscuro: ma vedere il lato oscuro senza vedere l’evoluzione non è intelligente, è patologico.

Tanti -soprattutto qui da noi- ancora oggi identificano l’intelligenza con il pensiero critico, tanti ritengono che si appare più intelligenti se si dice che intorno tutto è volgare e insensato. A me questa intelligenza appare -mi sforzo di essere educato- limitata e sterile. E’ chiaro che ogni innovazione presenta prezzi da pagare, spiacevoli effetti collaterali, dolorose perdite: ma è così che tutto funziona, è così che tutto avanza. Nemmeno l’evoluzione più impetuosa e radicale debellerà mai interamente cattivi modi di pensare, malvagità, volgarità, soprusi, superstizioni, mancanza di carattere. Ma se uno guarda il grandioso mutamento che stiamo vivendo dalla parte della critica, è perché è scollegato dalla vita che crea, che avanza, che evolve.

In questo senso anche l’opposizione, la resistenza, la denuncia indignata, sono comprensibili e spesso giustificate, ma alla fine non ci portano da nessuna parte. Ci sono sistemi, poteri, governi, che fanno di tutto per farsi detestare: ma se ci limitiamo a ripetere quanto sono cattivi, finiamo per esserne eternamente prigionieri e speculari. In un certo momento storico è stato fondamentale costruire una comune piattaforma per tutta la sofferenza e il disagio: ora –senza affatto dimenticarci la sofferenza e il disagio- è il momento storico di costruire una piattaforma delle energie inventive e innovative, della nostra possibilità di servirci del mutamento per proporre nuove, più avanzate soluzioni. Soltanto così possiamo essere all’altezza di Hesse, di Nietzsche, di Faulkner, e innanzitutto di noi stessi. (Franco Bolelli)

Da: Tiscali – Rubriche

7 pensieri su ““La cultura non può limitarsi alla critica e all’indignazione per sembrare profonda e intelligente” di Franco Bolelli

  1. Concordo, Giovanni, ed è bene ricordarlo. Anche l’indignazione è merce rara, oggi, però la grande cultura è in grado di andare al di là della critica.

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  2. ma magari si indignassero e deprecassero! siamo molto al di qua della critica. certo silenzio (la turris eburnea? io sono una ragazzaccia e penso ad altra materia con cui sono fatte certe torri), certo silenzio è colpevole e connivente. certe frequentazioni e relativi distinguo e giustificazioni fanno sorridere, quando non fanno piangere. credo che il cambiamento non verrà dagli intellettuali, ma dalla gente comune, che non ha perso, nonostante quello che si dice, del tutto il ranno e il sapone. e si farà degnamente interprete di se stessa.

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  3. D’accordo con voi, Giorgio e Lucy. L’indignazione e la critica forti e sentite – magari, appunto, ce ne fossero in modo diffuso! – proprio perché tali, radicano però non di rado nella fede in un mondo migliore, la stessa fede che ha visto costruire nel bene e nel male religioni e ideologie, il progresso scientifico e tecnologico.
    La miseria di buona parte del mondo intellettuale (opportunisticamente o vilmente silenzioso di fronte alle enormi ingiustizie di ogni giorno) e politico (che si limita a parare i colpi di mortaio di un potere diabolicamente pervasivo di ogni interstizio dell’organizzazione sociale ed economica, invece di elaborare un’alternativa politica realmente dirompente rispetto al presente e al passato, stimolando e coinvolgendo a tal fine le personalità più lucide e vitali dei vari settori sociali, rimaste fuori dall’orgia di poteri e privilegi.

    “è il momento storico di costruire una piattaforma delle energie inventive e innovative, della nostra possibilità di servirci del mutamento per proporre nuove, più avanzate soluzioni.”

    Giovanni

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  4. A dire la verità, io non ho più neppure la forza di indignarmi e, di ciò mi scuso.
    Mi pare che si sono persi i sensi,non perché siamo tutti svenuti, ma per la perdita del senso di giustizia, dignità, dovere, rispetto, senso dello stato e del peso di certi ruoli.
    Siamo nel bel mezzo di un tessuto cancerogeno, ampiamente e subdolamente, come è costume del cancro, metastatizzato e le poche cellule sane stanno lì, aspettando il ritrovato miracoloso che possa salvarle.
    La Cultura, apposta la scrivo con la maiuscola, ha, in genere abdicato, ad un suo peculiare ruolo: quello di tenere deste le coscienze e vagola, anestetizzata e, forse, confusa. Rimangono “quelli che ci credono” e sono i migliori.
    Costruiamo piattaforme, allora, ma facciamolo prima che sia troppo tardi.
    Un caro saluto a Gianni e a tutti gli intervenuti.

    Flora.

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  5. Peccato che facciamo tutti parte del tessuto cancerogeno – anche se magari non della metastasi che si è procurata la migliore vascolarizzazione. E’ tutto ambivalente, signori miei, e la carenza di indignazione, che qui indigna così tanto, potrebbe anche essere considerata un bel segno di onestà intellettuale: nel momento in cui si riscontra l’abisso di competenze che divide gli scrittori (e i filosofi, e i poeti, e gli artisti, ma anche gli scienziati e i tecnici del sapere iperspecializzato, per non parlare dei politici miopi e delinquenti) dal compito immane di comprendere e governare questa società cancerosa, tentando di allungare la sopravvivenza dell’organismo ospite. Ma da questa “Cultura” giocattolo, che mette insieme in un mazzo decorativo ed innocuo Hesse, Nietzsche e Faulkner per infine approdare all’esito scontato: “ma perché non sono tutti intelligenti e sensibili come noi?” non mi aspetto proprio nulla, se non qualche microscopica mossa opportunistica nel casino generale.

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  6. Cosa muove dentro questo stato di cose? Può lasciare appunto indifferenti: “nulla di nuovo sotto questo cielo”; “così è sempre stato e sempre sarà.” Bene, non ritrovandomi nell’accettazione o nel silenzio della parte meglio “vascolarizzata”, o rassegnata, preferisco parlarne o scriverne, e ciò equivale a un grido di dolore, come quando ti pestano un piede; o bisognerebbe forse tacere o ringraziare? parlarne e o scriverne vuol dire anche ricordare un'”anomalia”, dissentirne. Ciò a cui assistiamo è “brutto”, non solo ingiusto, e chi ama e frequenta la bellezza non può non avvertirne, alla vista, un sentimento sgradevole.
    “Un bel segno di onestà intellettuale” è di chiamare intanto le cose col loro nome, e prendere posizione.

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  7. Ma certo che bisogna parlarne e scriverne e mi spiace che partecipando ad una discussione finisca per dare l’impressione di volerla concludere. No, volevo soltanto aggiungere un mio tassello, fondamentalmente di fastidio, per la complicazione esasperante della questione e la sua pervicace tendenza ad “accomodarsi” (anche in me, certo) entro una certa gamma di pose, prive di vere conseguenze. Questo è quanto, confusamente, avverto.

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