Meste e maledette

di Alfonso Nannariello

Mamma doveva aver avuto timore di partorire perché anche sua sorella Lucia, se non ricordo male le cose che diceva, morì in seguito all’unico suo parto, a ventisei anni, quando lei era piccola.

Se zie’ Cïetta, nell’unica foto in cui l’ho vista, avesse avuto il vento di un tulle nero tra i capelli, con quell’abito già nero sarebbe assomigliata a Jeanne Hébuterne, la donna di Amedeo Modigliani, quella che si uccise quando lui morì. Mia zia era bella, pure più di lei.

Anche se mesta, zie’ Cïetta, però, non era come Jeanne, la collina dietro cui era sorta un’alba maledetta. Anzi, dagli occhi brillanti come specchi, le si vede la prua d’argento dell’anima fendere le onde di quegli infausti neri.

Forse fu un malaugurio, forse un’imprecazione lanciata dal vizio capitale dell’invidia a tingerle le vesti.

Zie’ Cïetta sposò uno di Andretta, un Caputo, e se ne andò a Foggia. Poi morì.

Giovanna, la figlia, per la madre presa dalla morte che passò da casa in tutta fretta, saldò il debito della maledizione rimasta insoddisfatta. Trascurata da suo padre e dai suoi figli di secondo letto, sfruttata e poi dimenticata dai suoi zii.

Anche Giovanna l’ho vista solo in una fotografia, mi pare del 1934. Aveva intorno ai cinque anni, i capelli corti e la frangetta. È seduta su una gamba della seconda mamma di mamma, che fino a che potette si prese cura al meglio anche di lei.

Le ossa della matrigna di mia madre e di zie’ Cïetta furono messe in una stessa fossa. Sulla lapide, una accanto all’altra, le fotografie.

Di Giovanna si perse tutto. Nessuno più si incaricò di sapere dove vivesse, se fosse viva o morta, dove la sua stella la diresse.

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