Provocazione in forma d’apologo 164

Perdonate se non mi firmo. Sono un uomo di scienza, amo il mio lavoro e so farlo bene; e se quanto segue comparisse a mio nome sarei immediatamente allontanato dai miei incarichi come millantatore o folle, o l’uno e l’altro insieme: perché certe verità questo sistema non può reggerle, e se ne difende con qualsiasi mezzo.

Qualche mese fa mi trovavo in casa d’amici per una veglia funebre. Veramente già poco dopo le dieci a vegliare ero solo; l’agonia della vecchia signora era stata lunga e straziante, lasciando i parenti, caduta la tensione al momento dell’esito, del tutto svuotati di forze. Costoro dunque dormivano profondamente, buttati qua e là su divani e poltrone; io solo vegliavo, sfogliando un album di fotografie che racchiudeva la vita della defunta, una donna bisbetica e triste. A un tratto avvertii dalla stanza dove non doveva trovarsi nessuno, se non la salma composta sul letto, provenire dei lievi rumori; pensai d’essermi sbagliato, ma i rumori si ripeterono, questa volta più forti. Mi guardai intorno; il sonno dei parenti sembrava essersi fatto ancora più fondo. Allora mi decisi: mi alzai, andai verso quella stanza, aprii la porta ed entrai.
Sono un uomo di scienza, l’ho detto, non incline a credere alle fole, ma neppure a cacciare la testa sotto la sabbia. Inoltre la mia formazione, la mia scienza medesima, come quelle di tanti che tacciono e continueranno a tacere, sono innervate di esperienze e di studi a dir poco in conflitto con quanto professo alla luce del sole. Perciò non mi stupii né mi terrorizzai quando, entrato nella stanza illuminata da un abat-jour, vidi la defunta seduta sul letto, già con i piedi a terra come per alzarsi, con il viso (viso su cui come prima spiccavano sintomatiche macchie) rivolto verso di me e gli occhi aperti. Mi avvicinai e quasi tranquillo le presi una mano (era fredda) e le tastai il polso, che inequivocabilmente non aveva alcun battito. Per definitiva conferma di ciò che avevo intuito le avvicinai l’altra mano al volto, tra bocca e naso, e constatai che da quel corpo non usciva alito. A quel punto in modo delicato ma fermo la riportai sul letto e ve la ricomposi senza incontrare alcuna resistenza; quindi, dopo qualche istante di osservazione, tornai di là, dove i suoi parenti buttati su divani e poltrone dormivano di un sonno che sembrava più fondo della morte.
Mi risedetti al tavolo e mi costrinsi a riprendere l’album, a voltarne lentamente le pagine. Ero giunto a un foglio sul quale era stato incollato una specie di piccolo bouquet di viole secche quando dall’altra stanza vennero rumori forti e in rapida successione. Ancora mi guardai intorno, e ancora vidi che il sonno dei presenti non ne era stato minimamente turbato. Fu quasi con rassegnazione, pertanto, che mi alzai per riaffrontare quello che di certo mi attendeva nella stanza della defunta. Infatti, come entrai, vidi costei in piedi davanti al secretaire nell’atto di aprirne un cassetto. Mi avvicinai, la presi per i polsi (non avevano battito) costringendola a girarsi verso di me. I nostri occhi si fissarono, anche se lei pareva non avere sguardo. Nondimeno, senza alzare la voce ma scandendo le parole, pronunciai: “Adesso basta. Lasciala andare”, dopo di che la guidai verso il letto dove di nuovo la misi e la composi non incontrando resistenza alcuna.
Il fenomeno non si ripeté, posso affermarlo con sicurezza dal momento che comprensibilmente non riuscii a chiudere occhio. Di buon mattino i parenti si svegliarono scusandosi di essersi lasciati prendere da un simile sonno, ed io, dopo un saluto alla salma che giaceva composta, presi congedo e me ne tornai a casa, per una doccia e un paio d’ore se non di sonno almeno di riposo.
Uscendo dal bagno in accappatoio attraversai la biblioteca, dove sulla scrivania si trovavano delle dispense che stavo studiando. Per abitudine passando le aprii al segno, tenuto dal mio vecchio segnalibro, una viola di latta dipinta; e sempre per abitudine lessi la prima parola in alto a sinistra. La parola quella volta era “grazie”.
Mi coricai, addormentandomi subito; al mio risveglio mezzogiorno era trascorso da un pezzo.

19 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 164

  1. spero tanto che questo non sia un racconto, ma una testimonianza. interessante per me, che di meccanismi post morte non so niente. per questo motivo non sarei, dopo il primo evento, riuscito a tornare di là e leggere come se nulla fosse stato.
    mi spieghi qualcosa di più, per favore?
    grazie per questa pagina forte, bella e inquietante

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  2. Sì, Fabrizio: “Gloria in excelsis et in imis”.
    Caro Alfonso,
    si tratta della trasposizione di un’esperienza. Ci parleremo in privato.
    Ciao,
    Roberto

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  3. Quando penso alla scienza penso a Goethe. Leopardi non è sulla stessa linea, ma appartiene pur sempre a quella temperie.
    Grazie e un saluto,
    Roberto

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  4. Alcuni passaggi mi sembrano rivelatori. L’uomo di scienza dice di sé “io solo vegliavo” e della sua scienza “la mia scienza medesima, come quelle di tanti che tacciono e continueranno a tacere, sono innervate di esperienze e di studi a dir poco in conflitto con quanto professo alla luce del sole.” La provocazione è dunque un’astuzia della ragione post-wittgensteiniana? A me pare di sì. In ogni caso ti ringrazio, caro Roberto, per ragioni che vanno ben oltre la ‘pura ragione’.

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  5. Cara Anna Maria,
    gira gira tutti i post- devono finire per riconnettersi a qualche pre-, non fosse che per semplici motivi di sopravvivenza, ossia ove non esista la disponibilità a smontare baracca e burattini, cosa che a volte parrebbe anche decente fare.
    Questo vale soprattutto per la ragione post-qualsiasi cosa, che si mostra piuttosto acciaccata e non particolarmente incline ad “astuzie” che non siano, in realtà, “contorcimenti”.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  6. Grazie che non [si] può: tacere.

    E s’inchina a chi mesmerizza, per i passi di un più poetico e preciso professor Abraham Van Helsing – tra le *catene* di Emily e le *manette* di Blake – la parola è sempre una, sempre quella: “grazie”.

    Grazie, Roberto

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  7. Cara Chiara,
    gli accostamenti che fai mi lasciano un po’ perplesso e, proprio perché conosco la tua buona fede e la tua sensibilità, m’inducono a pensare che un testo come quello che ho presentato stavolta, a meno che non sia semplicemente sbagliato (stavo per dire “nato morto”, ma non è il caso di eccedere), forse richiedeva una collocazione diversa da quella di un post in rete.
    Comunque grazie a te,
    e un caro abbraccio,
    Roberto

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  8. Caro Daniele,
    anche se il loro nome lasciava poco spazio ai dubbi, ho cercato in rete i Cannibal Corpse per sapere che tipo di musica facciano, e credo anzi spero bene che il mio pezzo letto su quel sottofondo possa funzionare come una specie di camomilla.
    Ti ringrazio per il tuo ringraziamento, ma devo per onestà confessarti che il tuo commento mi conferma in quanto ho scritto sopra a Chiara.
    Un caro saluto,
    Roberto

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  9. Caro Robertù,

    se questi miei accostamenti non fossero “per plectere” – probabilmente non sarei. E non più: vittima di quel timpano interno che rintocca le mie “fughe”. Il tuo testo non è sbagliato proprio nel preciso momento in cui ha suscitato – quel qualcosa che manca e [mi] mancava, quel quid che ha travolto l’imo pescino. Molto più probabile e realistico – siano sbagliati i sensi che hai
    re-suscitato.

    Perdona il mio filtro – quando suona un suono *fesso*, quando decide di suonare anche se si è imposto il silenzio [tempo di dare tempo al tempo di migliorarsi – in tempo]

    e sempre grazie, nell’abbraccio e riabbraccio

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  10. Che vuoi, cara Nadia, anch’io ero senza pensieri mentre lo scrivevo. Dopo, il solo pensiero è stato se pubblicarlo o meno.
    Tirando le somme, forse certi testi fuori contesto non reggono, o rischiano d’essere tirati troppo per i capelli, il che è anche peggio.
    Un saluto a te,
    Roberto

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  11. “Fuori contesto” suppongo significhi non illuminato dall’esperienza che te lo ha ispirato, che il racconto doveva al tempo stesso proteggere (principalmente dallo scetticismo, presumo) e liberare nell’essenza cioè, presumo ancora, quel grumo di umanissime speranze che risorge ad ogni minima e apparente deroga all’esplicabilità generale (seppure soltanto “in linea di principio”, come se noi ne avessimo altre, di “linee”). Se è così, concordo sulla non riuscita: il racconto – ben scritto – per me risulta soprattutto divertente: soprattutto quando quel flemmatico uomo riaccompagna a letto lo zombie con cortese fermezza: la stessa comicità con la quale Federico Ruisch invitava le sue mummie risvegliate a ritornar morte.

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  12. Caro Elio,
    nella sostanza concordo.
    “Fuori contesto” significa non solo non illuminato dall’esperienza che me lo ha ispirato, ma anche pubblicato isolatamente, non all’interno di un testo complessivo che peraltro oggi non potrei ancora diffondere per intero.
    Quanto alla comicità: a meno di una mia totale incapacità ad esprimermi, possibilità tutt’altro che remota, capisco che oggi il disperato tentativo di mantenere una forma, per usare una parolaccia un decoro esteriore, corra il serio rischio di apparire null’altro che comico.
    Grazie e un caro saluto,
    Roberto

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  13. Caro Alfonso,
    io ti ho già scritto ieri a quell’indirizzo, forse non ti è arrivata, ora te la rimando.
    Ciao,
    Roberto

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