Imperfetto sublime. Conversazione con Cristina Annino


(La corrida)


Imperfetto sublime.
Conversazione con Cristina Annino.

Di Nadia Agustoni

La poesia e internet, la casualità e la simpatia hanno portato a un incontro con la personalità unica del poeta Cristina Annino, voce di una forza rara e di un originalità che non smette di stupirmi. Uno scambio intenso di e-mail e un parlare aperto, pur a distanza, hanno poi avuto l’esito di alcune conversazioni nella sua bella casa romana. La semplicità della persona mi ha doppiamente impressionato. Temo da sempre gli incontri viso a viso, con autori amati, perché di solito deludono. Non è stato questo il caso, perché Annino è quel che è, nella parola come nella vita. Diretta, semplice e mai banale, mai arresa a un cedere dei discorsi quando potrebbero inclinare a frasi fatte o a luoghi comuni. I pochi giorni romani hanno intensificato le mie precedenti impressioni e il nostro discorrere è proseguito. Questa intervista-conversazione è stata l’occasione per approfondire alcune tematiche di cui abbiamo più volte discusso. Una nota dedico ai suoi quadri, che abitano/sono la sua casa: segni di un’alterità speciale che è predilezione per le lezioni del bello; bellezza intesa come un aperto sul mondo e la vita vissuta e il segreto stesso che ogni cosa contiene. La pittura di Annino mi ha subito fatto pensare a Frida Kahlo, per la forza che sprigiona, per quello sconfinare nell’extra-umano che è cosmico, come sapeva un’altra presenza importante quale è stata Cristina Campo. In Annino il tragico si fa erranza sul confine tra il mondo dei vivi e dei morti. I suoi affetti rivivono, ma in verità non sono mai andati via, nelle sue parole e nelle sue tele. Il discorso che ha tessuto e su cui torna, con parole e colori, è la sua coerenza di autore importante. Importante per noi, di un’altra generazione, che ne cogliamo la profondità e impariamo nella solitudine dei nostri incerti anni – ormai decenni – il valore del lavoro sulla parola e la fiducia nel sacro che ogni suono contiene, se si è saputo attendere e ascoltare. Questo lavoro è nato prima che venisse assegnato all’autrice il premio Lorenzo Montano opera edita 2010 ( ex-equo con Alessandro Ghignoli) per “Magnificat”, ma dà ai lettori modo di cogliere alcuni aspetti del pensiero di Annino, la sua vitalità e il suo sguardo sul mondo.

1) In questi ultimi anni sei stata presente in vari blog e sei diventata un punto di riferimento per diversi autori. A parte questo, qual è il tuo giudizio su internet?

Per la prima parte della domanda: sono molto orgogliosa se, come dici tu, il mio lavoro può costituire un punto di riferimento per altri autori, magari giovani;del resto certi blog sono le uniche stanze che frequento con estremo interesse.
Pensando al binomio cartaceo-web, mentre il primo tende alla selettività (nei tempi lunghi), è ancora da vedere quanto il secondo sia interessato a farlo. Al di là di qualsiasi risposta scientificamente corretta, considero internet nel suo complesso come l’ultimo mito dell’uomo in senso laico. L’essere umano ha da sempre a disposizione due mondi: uno reale interpretabile a suo modo, l’altro, che per alcuni può esistere solo dopo la morte. Con internet si è realizzato, diciamo, il concetto di un secondo mondo terreno. Lo vedo come un concetto, appunto, che amplia a dismisura le capacità umane. E’ come una specie di astrazione che gira, grazie al meccanismo della mente collettiva, sopra l’altra astrazione ugualmente collettiva: intelligenza della memoria, alterandone il concetto di spazio- tempo. Ma è sempre la durata, la spina nel fianco dell’individuo. E non saprei se infinito valga la dimensione, estremamente diversa, di durata. Ho sentito che alcuni considerano internet come lo specchio della realtà stessa in cui viviamo, io non direi. A meno di non pensare alla schizofrenia. Ecco, la schizofrenia intellettualmente sconfigge l’individuo morale. Insomma la disgregazione del macrocosmo portata ai limiti estremi e ambigui di un work in progress. In questo, sì.

2) Puoi dirmi come vedi la poesia in internet? Che idea te ne sei fatta?

Internet, oltre ad essere per me ciò che ho detto, o forse per questo, permette a ogni tipo di creatività di essere più creativa. Mi spiego. Poniamo una poesia tramandata oralmente. Questa può possibilmente migliorare nei vari passaggi di memoria tra un individuo e l’altro, ognuno dei quali possiede un proprio dato di percezione o esperienza creativa.
La poesia in internet usufruisce di tale involontario arricchimento. Ciò che viene esposto nella bolla di questo concetto, si insinua nella mente adiacente dell’individuo, appagandola e costituendo, anche involontariamente, in alcuni casi , una correzione, un leggero calco, diciamo. Che ovviamente non significa miglioramento reale.

3) La tua poesia è conosciuta e letta, nonostante manchi ancora un’edizione delle opere completa – come hanno altri autori – e di questo si sente la mancanza, ma attualmente com’è il tuo rapporto con l’editoria, mi pare di capire che sei fuori dal coro di chi si lamenta e tendi a vedere le cose in modo più complesso, come poi sono.

Sì, non è stata pubblicata nella sua interezza, ma solo in una antologia e con molta cura da Puntoacapo Editore. E senz’altro è già molto, anche se certo resta il desiderio di vederla edita interamente. Del resto la mia produzione è visibile, per chi vuol vederla.

4) L’ambiente che frequentavi in Spagna mi sembra non fosse solo di artisti. Hai accennato a volte a gente molto povera, a lavori precari. Anni vissuti pericolosamente.

Penso che la poesia, di ognuno di noi, possa venir fuori solo da un contrasto, un’opposizione genericamente definibili come malessere. La necessità di scrivere è un sintomo o parte comunque da un sintomo. Non nasce dalla salute, né dalla gioia completa, le quali possono dar vita a ben altri prodotti anche culturali, ma non creativi. La poesia è una specie di intestino: ricicla ciò che la persona mangia. A mio avviso dunque avremo un certo tipo di poesia per chi si nutre di altra poesia, una differente che invece si nutre di persone e fatti. Per me è stimolante ogni situazione che si ritenga “imperfetta”, cioè l’incontro con difetti fisici, morali, ambienti sociali non proprio felici, ecc. A parte quest’aspetto tecnico che va senz’altro considerato nelle mie scelte amicali, io ho amato ad amo sinceramente persone sulle quali ho scritto in poesia e prosa dimostrando sempre il profondo legame di stima che permetteva la loro immissione dentro il mio mondo psicologico o di ricordo. Ho sempre amato ciò di cui ho scritto.

5) Scrivi una prosa durissima. In poesia non concedi nulla al sentimentalismo, in narrativa mi pare tu riesca ad essere ancora più affilata. O sbaglio?

Ho sempre affermato di essere ciò che mi accade, e da allora ho rifiutato di considerare come determinanti accadimenti che non rispondessero a un mio desiderio reattivo. Nel senso che tutto, può avvenire intorno a te, ma il cuore, il cervello o chissà cosa pone al centro della tua curiosità o commozione, solo certi fatti e non altri. Sono dunque quelli che accadono. Il fatto è che mentre la poesia ha la facoltà di “complicare”, poniamo, ogni avvenimento, la prosa ha il dovere di semplificarlo (per prosa non intendo quella poetica). Le stesse occasioni, gli stessi personaggi si trovano nei due spostamenti che faccio : dal reale al mio mitico. Solo che avvengono con strumenti o metodologie appunto diverse.
L’”affilato” cui alludi, non è altro che voglia di capire, la “durezza” è una forma di amare cose e persone e persino case e nazioni, con una indubbia fame di diversità. Quasi per assumerla, questa, dentro di me. Tutto ciò non può psicologicamente avvenire in maniera tranquilla. A meno – ripeto – che non si descriva restando fuori dalle nostre stesse parole.

6) Lo spunto per i tuoi racconti da dove viene?

Da ciò che mi accade. Come ho già detto.

7) Tu perché scrivi? Dici che la poesia non è importante: “una malattia” ; ma ci metti lavoro, cura, segui i post ad esempio ed entri anche in polemica se dicono qualcosa che non ti va bene. Scrivi recensioni… In cosa allora non è importante la poesia?

Quando ammetto che non sia importante lo dico in termini generali. Tutto ciò che può soddisfare solo il proprio ego, mi sembra socialmente inutile. Senza alcuna pretesa di originalità posso affermare che scrivo perché è stata la prima affermazione della mia coscienza del mondo. Non ho voluto scrivere, quindi non può essere una virtù, e se c’è stata costanza lo devo a mia madre. Per me, scrivere, poteva cadere per via come la scoperta personale dell’acqua.
Per ciò non saprei dire se l’ami o no, credo che comunque sia importante non innamorarsi del proprio lavoro, mantenendo una costante autocritica e una possibilmente chiara valutazione del mondo.

8) L’avanguardia – facevi parte del Gruppo 70 -, che hai costeggiato senza adesione, ma con grande amicizia per alcune persone, come la vedi a ritroso?

Eugenio Miccini, dopo aver letto alcune poesie mie cercò di coinvolgermi nel movimento artistico di quegli anni, il Gruppo 70. Insieme a Lamberto Pignotti, Antonio Bueno, Beppe Chiari ed altri egli rivendicava per la Poesia Visiva una sorta di “neovolgare” prodotto dai mass media e dall’industria culturale negli anni del boom economico. Dopo il paroliberismo futurista di cinquant’anni prima, la poesia italiana (e conseguente i movimenti paralleli o di filiazione sorti poi in molte parti di Europa), si apriva nuovamente alla dimensione visiva, sfruttando l’empatia tra parola e immagine, in un’inscindibile unità formale.
Ho pubblicato nel ‘69 con Tèchne, la “casa editrice” corsara di Eugenio Miccini il libretto Non me lo dire, non posso crederci, che allora si definiva tecnologico. Oltre a questo non ho mai accettato di far parte del Gruppo, né ho condiviso le loro idee, mi sono limitata a seguire, in varie località italiane ed estere, le loro performance viaggiando eventualmente con i vari membri della neoavanguardia oppure da sola in Spagna, Italia, Francia, leggendo poesie da essi definite “lineari”. A parte l’amicizia grandissima che da allora si stabilì con Eugenio, io avevo già la mia visione chiara sulla poesia. E cioè che neppure le avanguardie storiche avessero generato grande poesia ( se letta indipendentemente dalla sua novità concettuale ) per il semplice fatto che ogni possibile avanguardismo deve già essere nel “bagaglio” creativo del poeta, quando questi è autentico. La tecnica del Gruppo 70, apparentemente innovativa, riciclava, in effetti e da ultimo, semplicemente il feticcio del mercato che inizialmente combatteva. Quindi la novità, da ultimo, si esauriva nel metodo. Inoltre da sempre penso che il poeta abbia inevitabilmente un unico compito: scontrarsi costantemente, e soltanto con la parola.
Ciò non toglie che abbia apprezzato idee assolutamente distanti dalle mie, riconoscendo loro il nuovo respiro dato alla poesia sopratutto toscana, liberata così dal comandamento ermetico. Che poi il Gruppo 70 sia stato ben altro da quel che mi ha impedito di aderirvi, e abbia avuto e abbia tuttora l’importanza storica e artistica relativa a svariati ambiti artistici lo dimostrano studi altamente competenti.

9) Una delle ferite per chi scrive in questo presente, è il non avere punti di riferimento (anche se poi molti li hanno, fanno gruppo ecc.); è molto sentita la mancanza di maestri. Tu hai sempre affermato di non avere avuto maestri.

No, ed è stato inevitabile, dato il tipo di ambiente in cui sono nata, data l’età ecc. Su questo mi sembra inutile ripetermi. Non li ho avuti in seguito, perché non era più il momento; quando ho conosciuto un vero poeta, già io ero una “vecchia” poetessa.
La cartina di tornasole per verificare se si ha o no bisogno di “maestri”, è questa: se nessuno, in assoluto, per quanto grande sia, ti mette in soggezione, vuol dire che potresti anche combatterlo e vincerlo, in un paradossale incontro di boxe. E io non ho mai conosciuto nessuno che mi facesse sentire correggibile. Differente sì ma mai correggibile.

10) Hai detto che non leggi più. Il cinema, il teatro, la musica… Cosa ti interessa d’altro?

Ogni affermazione è sempre approssimativa, in questo caso per difetto e comunque mi riferivo a letture poetiche.
Tuttavia leggo e con attenzione testi di altri poeti allorché ne devo scrivere.
Mi aiuta invece ascoltare, vedere. Musica (classica soprattutto), cinema d’azione, persino gli spot televisivi, mi interessano o le partite di calcio. Ciò da cui tenermi distante o che possa suggerirmi qualcosa per analogia. Discorsi della gente, libri di matematica, scienza, geografia, documentari sugli animali. Penso che la selezione si faccia sull’abbondanza e non sulla qualità che deve essere affar tuo. Perciò ben venga tutto quel che non è ancora trasformato dalla cultura diciamo ufficiale, ma è ancora vita viva, l’unico continente del resto che ci appartenga per intero. Ma la poesia, no, sarebbe come cercare ostriche in un pozzo.

11) Un libro che ti ha fatto capire qualcosa di fondamentale c’è?

Sì, negli anni dell’adolescenza. I romanzi di Richard Wright sulla condizione dei negri in America. Mi hanno scombussolato, rivoltato le bucce fino a farmi approdare ad un gigantesco senso di antirazzismo. Quando un concetto si afferma nella mente di un giovanissimo vi resterà per sempre. Infatti non potrò più modificare questo benessere che provo al contatto della diversità di ogni tipo, giacché nel frattempo, non solo si sono moltiplicate le diversità, ma il concetto stesso di disuguaglianza. Posso dire dunque che Richard Wright, al di là del valore letterario dei suoi libri, ha per me un significato enorme.

12) In pittura come nella poesia la presenza degli animali, quasi magici su quelle tele, come dei totem; Ma quel che voglio chiederti è come vedi/senti il dolore animale? Gli animali sono innocenti,ma li facciamo soffrire tantissimo. Vuoi dire qualcosa su questo?

Credo che gli antenati dell’uomo siano le varie specie animali. Poi queste non si sono evolute quanto noi per restare nella sfera del sacro. Il sacro non ha evoluzione, infatti.
Le bestie – preferisco chiamarle così – mi popolano, mi rendono il mondo sopportabile, l’essere umano quasi compatibile. Se mi metto in sintonia con loro, esse mi trasmettono saggezza, sapienza, pazienza, bellezza. Mai ho trattato un animale come un essere “da compagnia”, ma col rispetto che si deve a chi più sa di me e, in molti casi, può proteggermi. Perciò ogni offesa in termine di dolore provocato dall’individuo alla bestia, mi sembra il più grande atto blasfemo che si possa commettere.

13) Come stanno insieme pittura e poesia?

Come due gambe di uno stesso corpo. Lo strano è che avendo cominciato a comporre poesia nella preadolescenza, ne vien fuori la mia parte diciamo maschile (e non certo o soltanto per l’io poetico), nella pittura che mi è arrivata tardivamente, si avverte invece l’ ego femminile.
Io credo che dopo tanta implosione che si porta dentro l’espressione poetica, è arrivata come una sanatoria, l’espressione estroflessa e più sociale della comunicazione pittorica. Ma sono due facce della stessa medaglia.

14) Cos’è per te il sacro?

Come la poesia. Sacro è tutto ciò che decidiamo essere sacro.

15) La dimensione della speranza nei nostri tempi specialmente… personalmente sono contraria perché trovo sia restrittiva e induca a un’attesa che non porta a nulla. Ma cosa potrebbe servirci al posto della speranza per affrontare i trabocchetti del mondo di oggi?

Fiducia in se stessi e nelle persone che amiamo. Tutto il resto può essere abbaglio.

Nota: Le poesie di Cristina Annino da “Magnificat” e da altre raccolte sono leggibili in diversi siti. Alcuni link Qui , Qui e Qui.
Inoltre sul suo sito sono disponibili biografia e notizie.
Altre note critiche e poesie al sito blanc de ta nuque.

35 pensieri su “Imperfetto sublime. Conversazione con Cristina Annino

  1. Una conversazione importante, con domande che sanno dove battere e risposte non evasive e ricche di spunti su questioni cruciali.

    Grazie per questa conversazione, Nadia, è un prezioso complemento per chi, come me, è tra quelli che hanno apprezzato la poesia di Cristina Annino in rete.

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  2. Grazie a Nadia soprattutto per l’abilità di decifrare un individuo come me. Grazie ai commetatori ancora scarsi, ma i mondiali ( o altro) prendono giustamente il loro tempo. Ciao, Franz, ho letto qui nello stesso blog una tua poesia bellissima com’è bella sempre la tua prosa e che commenterò.
    Cristina.

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  3. Ringrazio per gli interventi e un grazie a Cristina.
    Durante questi mesi passati inoltrandomi nella sua scrittura – anche in prosa – e in vari discorsi, ho constatato il suo amore per la vita e quanto la sua paziente ironia sia una forma di saggezza affettuosa, uno sguardo non giudicante, ma che trasmette la forza necessaria a fare, un invito al cammino. Un saluto a tutti e un grazie anche a chi vorrà ancora intervenire.

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  4. “Ho sempre amato ciò di cui ho scritto”. Affermazione densa e insieme assunzione di responsabilità in una conversazione che ha il pregio di illuminare e incuriosire, di invogliare ad andare oltre, nella lettura e nella ricerca di una chiave di lettura. Un grazie a Nadia e un grazie a Cristina Annino

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  5. La poesia di Cristina Annino avverte la complessità del mondo eppure non se ne lascia allontanare. Tale ricchezza è insita negli uomini, negli animali da Lei amati e nelle cose, nostre mute compagne, sono enti riconosciuti, nella loro dignità, dalla poetessa. Perchè darsi a vuoti sentimentalismi, quando la vera emozione parla con gli occhi ed è eloquente? La Poesia, perciò, non ammette mezze verità o infingimenti, crea un contatto che è ricerca, profonda messa in gioco di sè e dei valori che ci distinguono e differenziano la proposta dell’Annino dalle altre, sia pur vive e interessanti. L’intervista, rivoltale da Nadia Agustoni, è riuscita con chiarezza a rendere viva la voce della poetessa, a presentare il suo tenace impegno di una vita, senza retorica e con affettuoso rispetto. Nadia è stata capace di creare nel lettore il desiderio di conoscere, avvicinarsi all’autrice, magari accarezzando con la fantasia qualcuna delle sue bestie favolose.

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  6. cara Cristina, e carissima Nadia, (da cui apprendo e non sapevo della meritatissima vincita al Montano!)quante e quali le ragioni di un dialogo così sodale tra le due (fanciulle!)Dalle “lezioni sul bello” cui pervade la sua casa, appena vi entri, ad una idea del sacro laico, che lei, elegante, ci insegna, al sovramondo virtuale, ma carico, delle stesse ambiguità di cui cova il momento,e il personaggio umano, di questo iniziato decennio -anche in poesia, perché no. Bello anche, sentire parlare dei decenni silenziosi in cui, giovani poeti(quarantenni) non cessano di imparare,e cercare: fratelli o maestri, mentre la bionda Cristina se la ride, collocando la questione nell’al di qua,come le capitò. (Epoca più generosa di vita collettiva, mondiale tutto, forse senza la superfetazione tecno-virtuale odierna!),mentre questi giovani, come Nadia c h i e d o n o e hanno sete. Ed è bene. Sugli azzeramenti di memoria, credo di non avere mai cessato di parlare..e operare. Anche il mio rinascente “Donneinpoesia” rassegna/indagine altro non è che APPUNTI DI MEMORIE E MAPPE CHE SILENZIOSAMENTE SI disfano e ri-fanno nel mito. Baci a tutte e due, anche ai redattori amici di LPELS

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  7. Benvenute anche ad Anna Maria, Marzia e Maria Pia.

    @Marzia

    Mi fa particolarmente piacere il tuo intervento, perchè ti so critica attenta.

    “Perchè darsi a vuoti sentimentalismi, quando la vera emozione parla con gli occhi ed è eloquente? La Poesia, perciò, non ammette mezze verità o infingimenti, crea un contatto che è ricerca, profonda messa in gioco di sè e dei valori che ci distinguono e differenziano la proposta dell’Annino dalle altre, sia pur vive e interessanti.”

    Su questa messa in gioco “profonda” molto è stato detto, penso che Annino abbia colto qualcosa che ci serve, ci fa pensare e cambia le stesse domande che ci facciamo.

    @Maria Pia

    Il lavoro sulla memoria è importante si. Oggi siamo in molti a farlo. Chi più isolato, chi meno: l’importante è che ci sia un continuum.

    A tutte/i un saluto, anzi buon giorno.

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  8. Sono felice che sia presente qui, nella lettura, Marzia Alunni di cui conosco il valore.
    Un caro saluto anche ad Anna Maria.
    E grazie a Quintavalla per l'”estroso” a dir poco, commento.
    Cristina.

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  9. ho incontrato Cristina prima nei suoi libri, nella sua scrittura, poi ho avuto il privilegio di conoscerla di persona, ricavandone in entrambi i casi una esperienza di profonda ammirazione (per molte ragioni, ovviamente). un talento, il suo, così potente da sapersi/potersi declinare in modalità distinte, poesia, pittura, prosa, e inoltre capace di dirsi rimanendo aderentissimo ai fatti, all’azione creativa originaria, come accade anche in questa intervista: non c’è retorica, non c’è egoistica esclusione del mondo ma sempre un accogliere (la differenza e quindi lo scarto/gli scarti). se la poesia è un “intestino” che si mangia la “vita viva”, allora davvero “la qualità deve essere affar tuo”. io mi colloco, certamente, tra coloro che in Cristina Annino vedono e trovano un esempio importantissimo, e l’esempio, credo, è se possibile ancora meglio dei maestri.
    un caro saluto
    erika

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  10. Non mi piace intervenire troppe volte sul blog che mi posta, ma “devo”dire grazie ad Erika, che ha precisato la giusta distinzione tra maestri ed esempio. Forse è stata capita male la prima domanda/risposta dell’intervista. Costuire un possibile esempio gratifica molto, ma si riferisce solo alla vita vissuta nel suo coplesso dall’autore, alle sue scelte sul piano “lavorativo” ecc.Al contrario essere maestri di alcuni(oltre che ad Erika, penso a Nadia Agustoni lontana anni luce dalla mia poesia, per eventuali altri invece non mi esprimo)includerebbe un allineamente di metodo che risulterebbe volontario e sgradito a me soprattutto, e a loro specialmente. Non credo, se di dio vuole e per quanto mi risulti, di aver creato in tal senso nessun “allievo”.
    Cristina.

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  11. Nessun problema Cristina sul mettere un commento in più. Sei sempre la benvenuta ed è meglio precisare che lasciare nel vago. Preciso a mia volta che fare un’intervista può portare a domande che sembrano scontate, ma poi vediamo non è così. Oppure ci possono essere domande come la n. 7, che possono risultare un pò provocatorie, ma la risposta poi, in questo caso, chiarisce qualcosa che è molto importante:
    “…credo che comunque sia importante non innamorarsi del proprio lavoro, mantenendo una costante autocritica e una possibilmente chiara valutazione del mondo.”

    Grazie a entrambe.

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  12. Oltre a complimentarmi con Cristina per il Premio Montano, ampiamente meritato, mi piace sottolineare quando dice di non sentirsi sostanzialmente correggibile. È proprio una caratteristica vera e forte della sua poesia. Esserci, con quel guizzo, con quella differenza incorreggibile. Poesia che nasce dalla violenza del suo specifico balzo e non dall’imitazione monotona di stili, scuole, stilemi. Non è solo un caso che il più grande surrealista, Artaud, sia stato espulso dal Surrealismo?
    Ciao, Cristina, e complimenti a Nadia per la bellissima intervista e per il bellissimo titolo: “Imperfetto sublime”…
    Marco

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  13. “Una forma di amare” (…)

    Ho portato con me il libro della Annino spesso.
    Lo rileggo con assoluta curiosità. E ne esco, proprio fisicamente (dalle pagine) con la medesima, assoluta, curiosità.
    Sapere che abbia vinto un premio mi dà curiosità (contenta).
    Che premio sia, non importa.
    Il tono delle risposte a questa intervista mi desta curiosità.
    Il suo discorso sulle bestie.
    Il maschile (a parola) e il femminile (a immagine).
    Cristina Annino è una poeta che ri-conosco per questa dote, tra le altre, che è ancora la curiosità. Il tempo quanta ne ha, e ne sa produrre.
    Questa è una forma d’amare, come la Annino dice.
    Come la curiosità, che non ha solo questa parola e questo corpo in sé e per sé.

    Saluti.
    Giampaolo DP

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  14. Benvenuti Marco e Giampaolo,
    portarsi dietro i libri dei poeti amati è una cosa che si fa come per un bisogno di star vicini a certe parole o a chi le ha scritte. Ricordo che lo feci con le poesie di Massimo Ferretti e quando ero molto giovane con ” Le ceneri di Gramsci” di Pasolini. Grazie e un saluto.

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  15. Comincio a scrivere, cara Cristina, queste note arruffate sul rovescio bianco di una mia poesia e mi sembra così di toccare meglio anche i nodi del tuo nondetto. Per te la scrittura nasce da qualche ferita, colmare il vuoto, riempire il bianco, pur sapendo di non poterci mai riuscire. Vero, anche se poi la poesia va sempre oltre: se è totalità può essere alimentata anche dalla gioia: abbiamo bisogno di essere tra, di agire (ricordando Arendt) le parole e donarle, a partire da qualunque stato: doloroso o gioioso e se nelle scritture prevale il primo indica solo che nella vita accade di più.

    Voglio però dire qualcosa anche a Nadia (brava!) e ad altri che leggessero. I testi di Cristina provocano sempre un track che, al contrario di tante pseudopoesie circolanti, non ti lasciano come prima: ne ho scritto in “Sotto la superficie” (2004)titolando con l’immagine-sintesi che mi suggerivano i testi: “L’acqua”. Conosco anche la sua casa,sorretta dall’altra “gamba” del suo corpo espressivo: la pittura.
    Ci lega un’amicizia rara, che ci consente di ritrovarci in luoghi reali o virtuali, sapendo che ognuno di noi conserva l’acqua ricevuta per poterla ridare all’altro senza gne gne. Molti i nodi dirimenti comuni: la poesia come carne e corpo vivi nella fenomenologia di ciò che (ci) accade; il rifiuto di ontologie e spiritualità staccate dalla materia, il rigetto di antropofagie solo libresche che si alimentano poco dell’immenso (inferno o paradiso che sia) in cui siamo…rispetto al quale la poesia è un cucchiaino omeopatico prezioso quanto più esce dall’ego e dal genere: androgino, madre e padre con-fusi e co-creanti il calore bianco dell’amore che ci manca e ci chiama dal rovescio bianco e mutourlante delle sue parole.

    Non so, cara Cristina, se con queste parole affrettate e alla rinfusa sono riuscito a restituirti un po’ d’acqua della gioia di ritrovarci.
    Adam

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  16. Grazie, Adam, dell’acqua. Grazie per essere capita così interamente, nel tuo saggio bellissimo e anche qui, con parole che “artigliano”, com’è il tuo metodo poetico. Dove con la “piuma”, c’è appunto l’amicizia dell’acqua.
    Cristina.

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  17. L’intervista è assai bella e quindi prima di tutto grazie!
    Delle molte cose dette su cui riflettere, mi piace soffermarmi su questa: “Le bestie – preferisco chiamarle così – mi popolano, mi rendono il mondo sopportabile, l’essere umano quasi compatibile. ” – idea che sento sempre più importante difendere e che Cristina difende con tutta la sua poesia, senza mai cedere a sentimentalismi. Parlare degli animali è uno degli esperimenti più difficili della poesia, nonostante poi sia molto più facile nella vita sentire la loro vicinanza rispetto a quella di altri esseri umani. E Cristina ci riesce sempre – ho nel cuore le sue poesie sul cane (a tre zampe…)e su Koko. Ne approfitto allora per questa citazione da un libro bellissimo, a cui ho ripensato, che spero farà piacere sia a Cristina che a Nadia:

    “Gli animali partecipano dunque dell’intelligenza e della ragione, ossia della natura umana: sono esseri affini a noi e il presentimento pietoso non ci inganna quando nei loro occhi leggiamo l’unità profonda c…he ad essi ci lega”. PIETRO MARTINETTI, Pietà verso gli animali

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  18. Un grazie ad Adam e Francesca e grazie a tutti di nuovo per i tanti discorsi che si sono aperti su questa pagina.

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  19. Aggiungo a quello di Nadia il mio ringaziamento a tutti. I vostri commenti, o la semplice accettazione delle mie parole, hanno dato senso e chiarito a me stessa qualcosa di importante.
    Cristina.

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  20. conversazione fantastica, in effetti per me la poesia di Annino ha qualcosa di sovramondano, e questa intervista me lo conferma (la poesia come intestino, guardare la partita di calcio, le ostriche nel pozzo, la diversità e come cambia: come tutto questo sta insieme con tanta sofisticata grazia mi ammalia)

    grazie, a entrambe

    r

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  21. ultima, come sempre,(solo oggi leggo) ma neppure io potevo mancare, come dice Gugl.Queste pagine sono mozzafiato,ho i polmoni e il cervello fluttuanti in un’aria che è quella che sempre vorrei respirare(ma è impossibile)ma quanto bell’ossigeno mia cara, vertiginosa Cristina, una vera tigre della poesia.Unica.
    Grazie a Nadia che ha condotto una splendida conversazione-da critica e poeta di razza qual’è- e Grazie a Cristina, soprattutto di esistere
    lucetta

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  22. passo per caso su questo blog, assolutamente ignara, non me ne vogliate, della poesia e dell’artista Cristina Annino. io che amo il libro solo come spazio fisico , percepito da tutti i miei sensi, che si dilata per le parole che contiene: parole da leggere, da guardare, rileggere, pronunziare, suonare con il ritmo percussivo della prosa o con i tempi frazionati della poesia, mi incuriosisco ogni tanto a leggere di letteratura e di poesia e di come possano “riprodursi” come un calco, come dice la Annino, nella dimensione internet. Questa intervista mi ha incuriosito tanto da leggerla sino in fondo e da andare a scoprire l’artista Annino perchè di lei ho apprezzato la dignità e il coraggio del suo “essere ciò che mi accade”, il suo vedere tutte le possibili diversità anche dentro di lei, il pensare che le mutazioni , gli accadimenti sono parte della dignità dell’essere umano , e della poesia. Parole le sue, davvero fuori dal coro in questi tempi. Grazie signora Annino. germana gemignani

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  23. Cara Germana, il tuo interesse mi dà appagamento: perché non mi conoscevi e ti sei incuriosita, hai condiviso e non sei un poeta. Ecco, la tua parte di mondo intelligente ma non proprio “addetta”, unendosi a quel che sono e dico ecco, mi da l’idea gratificante di fare un gol decisivo per la partita.
    Grazie a te, Cristina.

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  24. Un “ecco” in più.
    Tanto per ribadire l’Imperfezione (sublime) anche come distrazione, emozione, o che insomma può prevedere pure l’eccesso, l’articolazione dura, ecc.
    Ne approfitto per salutare e ringraziare calorosamente tutti gli intervenuti.

    Cristina Annino.

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  25. Anch’io confesso di non aver saputo chi fosse Cristina Annino fino ad oggi, ora di pranzo, quando in pausa lavoro con la bici sono andata alla mostra alla Cascina Farsetti. tra le molte opere esposte mi ha colpito la sua/tua, per i colori, le forme. di ritorno in ufficio ho fatto una rapida indagine via internet (che per allargare la conoscenza può essere uno strumento fantastico!) e sono finita anch su questa pagina. non frequento blog, non so neanche se mi piacciono, a dire il vero. ma volevo lasciare una traccia, fare un complimento, come in un guest book, che andavano (o forse vanno ancora?) nel mondo anglo-sassone. per dire che sono contenta di questa scoperta odierna, delle affinità che avverto, se mi è permesso dire. sono curiosa delle poesie, sicuramente mi procurerò l’antologia, è tanto che non ne leggo. ma sono più curiosa ancora dei quadri…mi hanno fatto pensare ai colori degli espressionisti, a Matisse, Chagall e una pittrice della quale non ricordo il nome.

    sono un po’ più ricca di stamattina!

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  26. quando una donna curiosa, intelligente e sincera incontra un’altra simile e libera come l’acqua alla sorgente, non può che sprizzare allegrezza e parteciparla. questo è accaduto, e non si può che esserne certi (perché travolti) tra Nadia e Cristina. Grazie a tutte e due!!!!

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