Il Capitano Mario (VI)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V)

VITA NUOVA

Eravamo sposi

II giorno seguente arrivammo senza indugio a Trento per raggiungere il battaglione e scendemmo ad un albergo che sorgeva davanti alla stazione, dove erano alloggiati gli ufficiali in partenza, non per la Tripolitania (come avevo ben capito subito: pietosa bugia, del resto insostenibile), ma per l’Africa Orientale: zona di guerra.

La partenza era fissata per il 2 gennaio: avevamo perciò quasi una settimana per la così detta luna di miele. Ma non ci fu in quei pochi giorni nemmeno il tempo di stare un po’ tra noi se non brevemente a tavola e al momento di ritirarci la sera in camera. Gli ufficiali stavano tutto il giorno in caserma, impegnati a radunare gli alpini e a completare gli ultimi – molto laboriosi – preparativi per la guerra.

Fine 1935. Il Sottotenente Mario Pezzini in Trentino in partenza per l’A.O.

Le mogli stavano ad aspettarli nel salone dell’albergo, dove, o leggevano un poco il giornale, o per lo più piangevano, ascoltando il gracchiare della varie canzoni di guerra, coniate per l’occasione “Faccetta nera”, oppure “Io ti saluto e vado in Abissinia, cara Virginia, ma tornerò” canzoni che avrebbero dovuto essere allegre. Ed erano tristissime.

Io non potevo sopportare tutto questo, ma mi ero imposta di non piangere e cercavo di rincuorare le mie occasionali compagne, a cui avevo intimato, con energia, che non dovevano piangere, e mostrarsi forti coi loro mariti per non farli soffrire e per dimostrarsi degne di loro. Ma per lo più non stavo in albergo. Mario mi aveva messo a disposizione il suo attendente che mi accompagnava in giro per la città. Andavo in chiesa per una breve preghiera, e sopra tutto andavo per negozi. Avevo calcolato che la guerra durasse circa due anni e perciò riempivo di un corredo adeguato le due cassette da militari che avevamo in camera, cercando di farcirle il più possibile di piccoli oggetti vari (tipo acqua di colonia, caramelle dissetanti ecc.) suggeritimi dalla mia fantasia, non escluso il Vangelo. Un capolavoro di “bagaglio appresso” al seguito dell'”eroico” sottotenente, da far invidia ad una “star” del cinema. Si seppe più tardi che una delle cassette era sparita durante la marcia su Addis Abeba, ufficialmente divorata dalle termiti, in realtà scambiata da qualche “termitone” del seguito per legittimo bottino di guerra.

Così avevo trascorso quei pochi giorni a Trento, quando venne la mezzanotte di Capodanno, che più triste non si può, a casa del Maggiore: tutti, naturalmente, tesi nello sforzo di darsi un contegno.

E così avevo vissuto quelle prime notti, in cui mi svegliavo spesso come ridesta da un sogno, subito cosciente della realtà che mi concedeva ancora un giorno da sottrarre alla nostra sempre più prossima separazione.

Sentivo Mario dormire tranquillo accanto a me e questo mi aiutava a ricacciarmi dentro quei singhiozzi che stavano per affiorare e che mi avrebbero fatto meno male che a trattenerli, se avessi potuto piangere.

E venne il momento della partenza. Tutto a posto. Fecero sfilare i reggimenti per la città, con grande concorso di folla e, una dopo l’altra, varie fanfare. Dio mio, quelle musiche, che angoscia! Le sento ancora come una trafittura nel cuore. Non potevo proprio sentirle e, rientrata all’hotel, corsi su in camera ad aspettare Mario.

Venne poco dopo: mi rivedo seduta sulla sponda del letto con lui vicino, tenendoci stretti per mano per lunghi, angosciosi minuti. Senza parlare, non ci saremmo riusciti. Si alzò di scatto: sempre in silenzio lo accompagnai alla stazione e il treno partì, allontanandosi pian piano, portandosi via lui, lui che salutava dal finestrino.

Avrei potuto non rivederlo mai più. Rientrai in albergo e mi trattenni, forse anche troppo brevemente, con i suoceri, che erano venuti a salutarlo e, mentre mia suocera riempiva di pianto i suoi numerosi fazzoletti e li asciugava sui vari termosifoni della grande, elegante sala, salii in camera, feci in fretta la mia valigia, salutai altrettanto frettolosamente il portiere e corsi a prendere il primo treno per Verona.

Qui trovai la Bianca ed ebbi finalmente tanto conforto da lei e dai suoi, che mi sentii più distesa e serena. Volevano che mi trattenessi con loro, ma dovevo assolutamente ritornare da mia madre e raggiungerla al più presto. Mi era bastato quel breve incontro dei veri affettuosi vecchi amici per comprendere una volta di più quanto un’angoscia possa essere sollevata da quella virtù divina che S. Paolo esalta sopra tutte le altre e che chiama carità fraterna.

Fine 1935. Truppe alpine in Trentino schierate in partenza per l’A.O.

(continua…)

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