Giulio Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero

«assistiamo al paradosso di una letteratura che si moltiplica e contemporaneamente arretra, assediata dall’impero dei media, dalla vacuità della comunicazione, dalla degradazione del linguaggio e della vita civile… Insieme ad una radicale ecologia dell’ambiente fisico abbiamo bisogno di un’ecologia della comunicazione, che agisca come ecologia della mente, che liberi le nostre menti dagli scarti che le tengono in ogni momento sotto assedio, con una catena di manipolazioni a cui ben pochi arrivano a resistere”.

di Michele Lupo

Cominciamo dalla fine. Ferroni invoca un principio di responsabilità dello scrittore rispetto al destino del mondo. Detta così sembra assai pomposa. E il rischio della retorica in effetti serpeggia un po’ per tutto il libretto del critico, che svolge considerazioni spesso condivisibili ma talvolta banali, fra il fastidio per la vezzosa scrittura dei soliti Giordano, Mazzantini e il noto poseur torinese (“de cuyo nombre no quiero acordarme”, scrive) e quello per la vacuità rumorosa di festival, fiere e defilè mondano-culturali.

Al netto delle ovvie lamentele per lo scempio di una vita ridotta a reality (al critico però bisogna riconoscere la schiena diritta di chi preferisce passare per barbogio e passatista piuttosto che abbracciare il neoestetismo degli scrittori che si vantano di vedere le lavandaie dell’”Isola”: qualche tempo fa lo ha fatto con tratto pensoso-paraculo Antonio Pascale nel salotto dell’ironista per principio Serena Dandini), sbucciando via insomma il di più necessario a impaginare il centinaio di cartelle, resta l’attacco alla “degradazione del linguaggio e della vita civile” cui molti scrittori italiani partecipano con scioltezza di manovra e gusto vanesio per la passerella – magari per segnalare, essi per primi, la vana irrilevanza della messinscena.

Nella stessa cultura che si vuole alta l’andazzo in corso è accettato come inevitabile; nessuno più mette in discussione il fatto che un libro esiste solo se ha successo; nessuno crede di doversi giustificare delle contraddizioni che questo implica. Farei un passo ulteriore rispetto al libro di Ferroni chiamando alla discussione gli scrittori accondiscendenti che ritengono normale acquattarsi nel così fan tutti di un’operazione editoriale come quella responsabile de La solitudine dei numeri primi.

In molti mostrano di apprezzare l’editor Antonio Franchini come scrittore in proprio, ma si guardano bene dal criticarne la regia che porta il romanzetto di Paolo Giordano non allo Strega, che va da sé (è “solo” un premio…) ma a una diffusa indulgenza critica. Se Ferroni scrive che il libro si risolve in “una scrittura plastificata” in cui “la scienza non c’entra nulla, non diventa in nessun modo principio di organizzazione del racconto, ma solo generica metafora della solitudine dei due protagonisti (…) in un intreccio di formule e presupposti mediatici, una superficialissima disponibilità sentimentale a un’immagine di dolore incantato”, ottimo di questi tempi per connotare il clima di “un’educata borghesia progressista”, ecco, mentre un critico scrive questo – e io sottoscrivo – ho l’impressione che molti scrittori siano affascinati dall’operazione, che la sognino per se stessi.

Perciò, l’equivalenza di cospicua parte del mondo letterario italiano con la beceraggine della comunicazione (sulla quale da tempo va scrivendo pagine più impegnative e stimolanti Mario Perniola) sta proprio nel rimosso che la costituisce: il motore, mezzo e fine insieme, è lo stesso: il marketing, l’efficacia economica – divinità suasorie che non risparmiano nessuno, tanto da consentire la riesumazione di decomposti cavalli di troia utili a replicare l’aura di duri e puri stando ben dentro al mercato dei libri che si ve(n)dono.

Fino a qualche giorno fa non risulta che autori Mondadori o Einaudi si stessero facendo problemi sulle scelte che li definiscono; finalmente – ora che va in piazza anche Sabrina Ferilli – è arrivata una lettera di protesta rispetto all’infame ddl sulle intercettazioni, acme di un’affezione non so se più acuta o cronica del corpo sociale di questo tristissimo Paese. Di solito, scrittori che si straccino le vesti per la fine che sta facendo non ne vedi.

I più fra gli scrittori italiani brillano per le loro “scritture a perdere” ma anche per l’assenza di partecipazione alle cose serie – vedi il disinteresse per la scuola. Credono di cambiare il mondo con un noir, o con una battuta molto ironica, mentre si aggirano sornioni – senza l’aria sperduta di Ferroni, che non vede l’ora di scappare – fra Saloni e Fiere del Libro che al risveglio culturale di cui abbiamo bisogno come e più del pane partecipano zero, fatturato a parte – Mondadori e Einaudi, s’intende.

11 pensieri su “Giulio Ferroni, Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero

  1. L’espressione “principio di responsabilità dello scrittore rispetto al destino del mondo”
    grosso modo equivale all’enunciazione romantica del “poeta quale occulto legislatore del mondo”.
    Avendo nel cuore la seconda, per quanto in apparenza travolta da tutto quanto avvenuto nel frattempo, non posso, nella mia modestia, che sottoscrivere la prima.
    Va da sé che il risultato non va necessariamente cercato attaccando frontalmente anche quando questo avrebbe come solo effetto possibile quello di rompersi le corna, senza che neppure ne restasse una testimonianza; poetiche “di aggiramento” sono sempre adottabili, ancorché con cautela, ossia evitando che il metodo diventi la sostanza medesima dell’operazione.
    Grazie per lo spunto e un saluto,
    Roberto

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  2. Il neoestetismo non esiste, tranne si voglia difendere per la logica delle lobbies (delle mafiette editoriali/culturali) i propri amici malati portatori non sani del niente, con la n minuscola.

    Il mercato editoriale è stato ridotto ad un baraccone di freak e pervertiti che si spacciano per scrittori: ecco così che quattro pazzoidi riescono persino a fare di un terrorista assassino uno scrittore. Allucinanti le dichiarazioni di chi strepita “che faremo di tutto per farla emergere” perché abbastanza “devastata”. Per nostra fortuna Babsi Jones è stata sepolta dalla sua stessa incapacità e la sua avventura nel mondo editoriale è finita. Scritture a perdere. Imbarazzanti titoli di sédicenti autori che sono finiti nei cataloghi di editori piuttosto in, minacciandone la credibilità.

    Paolo Giordano con “La solitudine dei numeri primi” ha fatto la sua parte, si è proposto sul mercato con la sua bella faccia di neolaureando con un libro, che Mondadori ha subito acquistato perché venisse blasonato con lo Strega e dato in pasto alle masse. Come rileva Giulio Ferroni il titolo, che non è stato pensato da Giordano, è il punto di forza del romanzo. La storia è di per sé ridicola, piatta quando non sciatta, in una Torino ridotta ad un microcosmo di nevrosi post-adolescenziali. Tolto il titolo, Giordano rivela di essere una penna lialesca non molto diversa da quella di Federico Moccia. E’ il caso di attendersi un nuovo lavoro da questo ragazzo fresco di laurea? Si spera di no. Mondadori non potrebbe più promuoverlo blasonandolo con un altro immeritato Strega. Sarebbe una mossa non azzardata ma da pazzi fatti.
    E con Tiziano Scarpa, il cui ambiente ideale e che si è scelto è quello delle deiezioni, dopo che gli hanno appioppato lo Strega numero 63, ora che l’eco di Stabat Mater è stata portata via dallo sciacquone e che tutti si sono puliti le terga per bene con la carta igienica a loro disposizione, è davvero da solo con le sue “cose fondamentali”, con la costipazione che l’ha riportato nel suo habitat naturale. Forse Tiziano Scarpa e l’editore credevano di poter bissare la fregatura che hanno partorito a tutto danno dei lettori, che per quanti pochi siano stati, hanno dovuto comunque fare i conti con gli attacchi di colite spastica dell’autore di Stabat Mater. “Le cose fondamentali” rimane sugli scaffali, non vende, non arriva alla gente che non ha più alcuna voglia di rimanere sommersa dalle deiezioni di Scarpa. All’autore non rimane che tenersi le copie fondamentali e la costipazione per cui così tanto ha lavorato.

    La gente legge poco o non legge proprio. Non è necessariamente un male. I freak attirano l’attenzione del pubblico una volta, anche due, poi vengono giustamente snobbati; e non c’è lobby (o mafiette editoriale) che possa raccomandarli a Dio o al Diavolo perché la gente si interessi ancora una volta a loro.

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  3. Sul mio blog una lunga e argomentata disamina al saggio di Ferroni, guardando anche agli ultimi premi Strega, alle lobbies editoriali (o mafiette che dir si voglia), con accenni importanti al ‘niente’ che è il NIE, passando per Paolo Giordano fino a Scarpa e Pennacchi… insomma tanta è la carne sul fuoco.

    Volevo lasciare il link, ma temo venga tenuto nascosto, per così dire, per cui segnalo così, in maniera tanto umile e cristiana. 🙂

    saludos

    ienax

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  4. caro michele,
    (com’è letterario questo incipit, com’è letterario!)
    il libro di ferroni me l’aggi’accattà. tu però sei grandissimo e ferroni mi strapiace e di te mi fido e per quanto mi riguarda sto con i passatisti. lo compro. se non altro per una rivincita personale sulle menate lette negli ultimi mesi su NI a proposito di responsabilità in cui gli scrittori, non tutti, e tutto il popolo degli AAAL non hanno fatto altro che sezionare il capello in quattro al cubo. alcuni credo perché siedono sulle poltrone sbagliate che mai lascerebbero e vogliono convincerci che non c’è niente di male.

    AAAL: autonominatisiaddettiailavori

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  5. @ LUCYPESTIFERA: Accattatillo, non so quanto possa pesare la mia parola, ma Ferroni ha scritto un saggio godibile, che dà pane al pane e vino al vino, evidenziando finalmente che in Italia a pubblicare sono coloro che fanno parte di una qualche LOBBY e lo dice chiaro e tondo parlando di lobbies che si fanno promotrici e che si avvalgono di promotori trasversali. Porco Diavolo, era ora che un Critico – con la “C” maiuscola – lo dicesse a chiare lettere, con coscienza, non semplicemente da una cattedra, ma iun saggio.

    Per comprendere la deriva della letteratura che non c’è oggi in Italia, il saggio di Giulio Ferroni è ineguagliabile. Ci metto mani e piedi sul fuoco che è così.

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  6. @ FABRY

    Fabrizio, perché i miei trackback vengono puntualmente… non accettati… si può usare questo cristianissimo eufemismo? Che c’è, fa male la verità? O bisogna pensare che anche qui vige la logica delle lobbies? Vero che mi farai sapere perlomeno il perché, che sicuramente sarà, come dire!, tutto incenso e niente sostanza? Grazie.

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  7. Grazie agli intervenuti e a Michele per l’interessante articolo. E lieto dell’apprezzamento per Ferroni.

    Lucy, sei sempre terrribbbile! Meno male che mi sono sempre dichiarato DFDE.

    DFDE: dilettantefelicediesserlo

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  8. Proprio una lobby. E non sono fuori tema: è quanto c’è scritto nel saggio di Ferroni, di come agiscono le lobbies e i poteri trasversali ad esse collegate.

    Se ne prende atto con disistima.

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  9. giorgio carissimo! sempre conservare il diletto, anche nel più serio professionismo. e tu sei un professionista, e molto dilettevole. (sai che mi vado a rivedere di tanto in tanto ACDD? per me sei un punto di riferimento: a proposito dell’argomento – scottante – del post e della teribbbbbile).

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