Cui dono lepidum

Sirmione lascia senza fiato: mirabile in ogni suo dettaglio, come fosse modellata senza riservare nulla all’imprevisto. Catullo non poteva farne a meno, lui così attento alla seduzione della forma, si trattasse di natura o di letteratura, di Clodia-Lesbia o di Giovenzio. Il suo libro non avrebbe potuto che essere expolitum, lavorato al punto da diventare lucido, impeccabile, come l’opera di un altro intarsiatore ugualmente raffinato; curiosamente, i loro nomi propongono un gioco di richiami, come abitassero la stessa città invisibile dell’esattezza: Catullo, Calvino, Sirmione, Sanremo. Il destino unisce chi nella parola ha colto il senso del tutto, il logos riflesso nel volto della musa vergine di un nuovissimo libretto.

7 pensieri su “Cui dono lepidum

  1. Canti
    XXXI. Paene insularum, Sirmio

    Paene insularum, Sirmio, insularumque
    ocelle, quascumque in liquentibus stagnis chiasmo
    marique vasto fert uterque Neptunus,
    quam te libenter quamque laetus inviso,
    vix mi ipse credens Thuniam atque Bithunos
    liquisse campos et videre te in tuto.
    o quid solutis est beatius curis,
    cum mens onus reponit, ac peregrino
    labore fessi venimus larem ad nostrum,
    desideratoque acquiescimus lecto?
    hoc est quod unum est pro laboribus tantis.
    salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude
    gaudente, vosque, o Lydiae lacus undae,
    ridete quidquid est domi cachinnorum.

    Catullo
    😉
    SM

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  2. Se i corpi luminosi sono carichi d’incerezza non resta che affidarsi al buio, alle regioni deserte del cielo. Cosa può esserci di più stabile del nulla? Eppure anche del nulla non si può essere sicuri al cento per cento. Palomar dove vede una radura del firmamento, una breccia vuota e nera, vi fissa lo sguardo come proiettandosi in essa; ed ecco che anche lì in mezzo prende forma un qualche granello chiaro o macchiolina o lentiggine; ma lui non arriva ad essere sicuro se ci sono davvero o se gli sembra solo di vederli. Forse è un chiarore come se ne vedono ruotare tenendo gli occhi chiusi (il cielo buio è come il rovescio delle palpebre solcato da fosfèni); forse è un riflesso dei suoi occhiali; ma potrebbe anche essere una stella sconosciuta che emerge dalle profondità più remote. (I. Calvino, Palomar)

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  3. Sirmione: l’ha visitata -don Fabrizio- oppure la conosce tramite Catullo? (come Salgari, di cui si dice non abbia mai viaggiato, pur avendo descritto magistralmente l’India)
    Se le piace cosi’ tanto, potrebbe essere la meta di un suo ritiro spirituale!

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