Vincenzo Pardini, Banda randagia

di Alberto Pezzini

Vincenzo Pardini è uno scrittore al confine.
Prima di tutto perché la scrittura è una occupazione parallela alla vita che conduce di notte. Fa la guardia giurata per vivere, sta a Lucca dove la città offre poco se si hanno una figlia ed una moglie (le antiche mura rosse non danno il pane), ed è l’autore italiano che al momento possegga la migliore dimensione per il racconto breve.

In questo lo aiuta l’animalità della sua scrittura. Cioè, la presenza di animali come a sciami dentro ognuno dei suoi racconti.
Sembra uno di quegli uomini che sanno di che sapore è il cuore di un cavallo, tanto è viva e al sole la sua vicinanza al mondo animale.
Le visioni che rapisce agli animali (perché il terzo occhio lascia spaziare la vista su di una vallata sconosciuta) le rielabora e le impasta poi dentro i colori della notte.

E questo è un altro aspetto buzzatiano dell’uomo scrittore, la notte in cui sei portato a vivere con uno sforzo fisico e psichico maggiore, e dove certe immagini le trovi soltanto in lì, all’alba dei sogni ed al largo dal sole.

Girare di notte per Lucca, con la possibilità di dover usare l’arma in dotazione, e con la continua presenza di una vita che non è quella normale e diurna, ne fanno un narratore nomade, scomodo, che non si può rinchiudere se non dentro un sogno che vira all’incubo.

Pardini ha sul suo capo la maledizione di Edgar Allan Poe. In tutto quello che scrive ci trovi sempre un nero di seppia a coprire, un odore che prima o poi rivela il gusto metallico del sangue. E ci trovi anche un sesso acceso, un colore in più dove senti un mondo paesano (quello toscano, pieno di strade bianche accecanti) che non si vuole perdere per niente al mondo.

Fu compagno di Mario Tobino, e di lui ha conservato il ricordo di antiche conversazioni sulla follia, insieme ad una certa astinenza dal mondo letterario. Si tratta, in entrambi i casi, di scrittori al sangue, immediati, senza necessità di frequentare un mondo letterario dove il più delle volte ci si spreca in prove muscolari di supremazia letteraria con destinazione il nulla.

Nei racconti di Banda Randagia (pagg. 209, Fandango, Euro 15,00) Pardini svela la violenza umana più attendibile, quella che sembra moglie alla cieca distruttività degli animali, salvo accorgerti poi che i veri animali siamo noi. Loro obbediscono soltanto ad un istinto meccanico, noi alle nostre voglie micidiali. Quelle dove la ragione sembra persa dentro antiche sale in cui abita l’urlo.
Per fare questo Pardini ha usato la dimensione del racconto, forse perché si tratta di un contenitore dove ci sta meno acqua, in cui la follia degli uomini si vede meglio in superficie.

Perché gli animali? Pensa le possano offrire qualcosa in più rispetto agli uomini?

Gli animali li ho sempre amati. Fin da piccolo. Nell’espressione dei muli, nella loro fatica e sudore ci vedevo la generosità e la forza della natura. Cercavo di osservarli, quando arrivavano dalla salita del mio paese. Ne ho avuto uno. Me lo sentivo fratello. E lui contraccambiava. Una lunga e bella storia, che mi ha arricchito.

Perché le armi? C’è forse una forza prodigiosa in loro?

Nelle armi non c’è nessuna forza. C’è soltanto la volontà dell’uomo, a seconda della quale si possono rivelare disastrose. Come accade in certi personaggi di questi miei racconti. Un esorcismo alla violenza. Non diamo mai la parola alle armi.

Quanto sesso ci deve essere in una storia, e quanta famiglia?

Il sesso è la forza della procreazione. Non deve, tuttavia, mai essere fatto a “macchinetta” ma in seguito a un sentimento. Allora è gioia. Nell’altra veste è coercizione.

Mi sembra che la sua sia una dimensione dove la notte conta molto. Lavorare di notte cosa significa per uno scrittore? Fare la guardia di notte è stata una scelta?

La notte è divenuta il mio mondo. Una volta che ci siamo entrati dentro è un po’ come il male dell’Africa. Seduce, coinvolge. Fare la guardia non è stata una scelta. Lo è divenuta nel tempo. Lucca offre molto poco. Avrei dovuto fare il giornalista professionista, ma non ho avuto molto fortuna in questo. Sono solo pubblicista. Una storia che dovrò raccontare.

So che non si sente omogeneo all’ambiente degli scrittori e che ricorda Mario Tobino. Nelle sue storie di matti c’era una umanità molto folta, e molto vissuta. Lei mi ricorda un poco lui, anche se con gli occhi di chi quelle mattane le ha inghiottite e digerite per poi risputarle in una pagina più disinibita. E più violenta, sessuale, meno clinica.

Di Tobino fui sodale. Mi portava con sé all’ex psichiatrico di Maggiano perché toccassi con mano e con mente i disastri della 180. Tobino non era contro quella legge. Era contro il fatto che non fossero state create strutture alternative allo smantellamento dei manicomi, e gli ammalati finissero in malo modo. Non potevo che dargli ragione. L’ho fatto e continuerò a farlo. Sono fedele alle amicizie. Per il resto non mi sento omogeneo all’ambiente degli scrittori. Anche perché sono convinto che uno scrittore deve seguire strade proprie, essere libero e creativo. Salotti e conventicole non mi piacciono. Più che mattane ho digerito la follia del mondo che ci circonda, spesso surreale. E l’ho trasmesso a questi miei racconti.

I rimandi ed i paragoni so che è sempre meglio non farli ma mi piaceva sapesse quanta brace (La brace dei Biassoli di Mario Tobino – NdR) io abbia trovato nelle pagine di Banda Randagia: per me resta il libro di racconti più scomodi, velenosi e tirapugni dell’anno.

Può darsi sia così. Nel mio lavoro di guardia giurata vedo quanto la gente, sia di notte sia di giorno, abbia paura di una delinquenza che ormai la fa da padrona. E vedo quanto il cittadino sia poco tutelato, insieme alle forze dell’ordine. Più nessuno vive tranquillo. E’ cambiata la nostra psicologia. Ci sentiamo, tutti, in pericolo. Alle belle parole e alle molte leggi seguono assai di rado i fatti. E’ questa la mia preoccupazione e la mia angoscia. Che mondo lasceremo ai nostri figli? Ne ho una di 14 anni, e sono in apprensione per il suo futuro. I figli sono beni assoluti. Regali di Dio.

Ed in più, ci si diverte d’ansia in quel treno lanciato dentro una notte assurda e gommosa come una bolla di chewing-gum, ed ho sentito un brivido osseo quando i cani hanno mangiato lo sparatore seriale.

In quel treno saliamo ogni giorno. Non mi sono mai trovato bene con i nostri treni. Ma, soprattutto, è il treno della vita, quello di Ferrovia parallela. Il nostro viaggio in questo mondo. Capisco la sensazione che le hanno dato quei cani. Ma lo sparatore era di gran lunga peggiore

3 pensieri su “Vincenzo Pardini, Banda randagia

  1. mi sono tuffata a leggere questo libro un paio di mesi fa circa. l’ho abbandonato e l’ho ripreso, ma guarda un po’, ieri. non so ancora cosa ci troverò: ma mi pare di poter convenire, dopo i primi due racconti, su parecchie delle cose dette in questo post. sono sincera: non mi piace del tutto la scrittura, la trovo, in certi passaggi, immotivatamente “scorretta”. mi spiego: se la voce narrante fosse al livello dei personaggi, e i personaggi del tutto incolti e popolari, lo capirei. ma il narratore è estraneo alla vicenda, onnisciente. perché sgrammatica, allora? non è cieco purismo il mio, è richiesta di una leggerezza di mano proprio perché l’assurdo di certe vite raccontate, il piombo, delle pallottole e dell’aria cupa, ne avrebbero forse bisogno. apprezzo la dichiarata estraneità di pardini ai salotti (evviva!), ma la sua scrittura, per me troppo ruvida, mi ricorda certi cattivi ragazzi diventati troppo presto gran frequentatori di salotti. effetto dei primi due racconti? asfalto sullo stomaco, sabbia in bocca: riesce benissimo ad essere sgradevole. può essere un pregio, non lo nego.

    "Mi piace"

  2. Giulio Ferroni nel suo ultimo illuministico saggio “Scritture a pardere” indica la strada del racconto come possibile via da seguire per ridare smalto alla letterartura italiana; però Pardini non lo nomina manco di striscio.

    Quel poco che ho letto di Pardini mi basta e mi avanza e non ne voglio più che sapere, manco morto. E’ una delle tante cavolate che circolano in Fandango, che eppure ha in catalogo libri mirabilissimi. Ci sono anche le ciofeche e Pardini è proprio una ciofeca, come scrittore ovviamente e a mio modesto – be’, non troppo modesto – parere.

    "Mi piace"

  3. Giuseppe,

    Ferroni non cita Pardini, ma Moravia, Siciliano, la Ginzburg, Colasanti, per citarne alcuni, citano Pardini. Secondo me non si tratta di citare o meno chi cita, ma di gusti.
    Pardini è un grande, leggiti Broggi ( ahimé, che conflitto, l’ha scritto in un libro con me )far west toscano di un toro paralizzato. Quanto a Banda è senz’altro, secondo me, un gran libro. Di Pardini basta il taglio per farne un grande del racconto.
    Grazie a Pezzini per l’intervista.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.