Il tubo

D’estate, alla fine di ogni sua giornata lavorativa, Marco Cedratti andava sempre a fare una nuotata.
Era il momento che maggiormente aspettava. Non al mattino, il mattino scorreva sempre con una leggerezza non voluta, con una facilità per molti versi inaspettata. Ma già sul principio del pomeriggio, immediatamente dopo la pausa pranzo, gli saliva con lentezza tra i pensieri l’immagine dell’acqua liscia e della costa silenziosa, insieme al bisogno d’uscire, di risalire le correnti di bagnanti che tornavano a casa e di recarsi sul litorale.
Da saltuaria pratica estiva, nuotare era divenuto col tempo il suo attimo di personale scollegamento dal resto del mondo.
Nuotava esclusivamente in mare, ed esclusivamente all’arrivo della bella stagione. Non facevano al caso suo le piscine, templi innaturali di fatica e allenamento, con tutti quegli odori e quei corpi in andirivieni sulla periferia del campo visivo. Vasche prive di alcuna vera profondità in cui poter affondare la mente. Marco Cedratti non considerava se stesso uno sportivo. Sebbene in giovane età fosse stato un discreto nuotatore, col tempo aveva abbandonato lo sport – insieme all’idea d’esserne amante – e si era rifugiato nella quieta agiatezza di una vita fatta d’altro. Di lavoro, soprattutto, ma anche di rari fine settimana con gli amici o di bevute coi colleghi d’ufficio e, talvolta, di strampalate avventure sentimentali che di sentimentale finivano per averne sempre meno.
Nuotare in mare, a un’ora di distanza dalla chiusura degli stabilimenti balneari, era divenuto il cuore della sua giornata. Il nucleo di silenzio intorno al quale ricostruire il senso della propria esistenza.
Marco Cedratti incrociava il fiume di bagnanti che tornavano dalla spiaggia ogni tardo pomeriggio, parcheggiava la macchina in uno dei numerosi posti lasciati vuoti – trovando uno strano senso di soddisfazione al pensiero della calca che con ogni probabilità c’era stata fino a pochi minuti prima – e in perfetta solitudine attraversava l’entrata dello stabilimento balneare “Aurora”.
Risaliva con passo quieto la fila delle cabine, fino ad arrivare alla porta numero 65. Entrava, si spogliava, indossava il costume da bagno. Raccoglieva gli occhialetti da nuoto lasciati ad asciugare il giorno prima sull’appendiasciugamani e si dirigeva verso la riva.
La spiaggia era quasi sempre deserta. Restavano i bagnini, a finire di ammainare le bandiere o intenti a cicalare la sabbia, e, di rado, qualche coppia di anziani a conversare nell’aria tiepida.
Percorreva lo spazio che separava la terraferma dall’inizio del mare in uno stato di concentrazione quasi sacrale.
Nella sua mente quel confine luminoso e pacifico era ad attendere il suo arrivo fin dall’inizio della giornata, quietamente in movimento, come la soglia di un tempio da varcare.

Soglia. Proprio così.
E poi soffice. Leggera. Morbida. Questi i primi tre aggettivi che gli affioravano nella memoria ogni volta che ripensava a quell’istante. L’attimo in cui i piedi entravano nell’acqua. Il sussulto successivo ad aver toccato la superficie. Quando il liquido circondava in un abbraccio le caviglie.
Infine brivido, riconoscimento, piacere. Sensazioni che lo accompagnavano mentre muoveva i primi passi dentro il mare.
L’acqua e l’uomo si riconoscono, gli veniva ogni volta da realizzare.
Da alcuni mesi, da quando il suo nuotare era divenuto più profondo, più intenso, più concentrato e in questo senso sempre più solitario, Marco Cedratti si era convinto che proveniva anche lui, come tutti, dall’acqua. Ma si trattava di qualcosa che era avvenuto in un era così remota che la Storia non ne aveva più memoria, né la scienza controprova.
“Tutto è successo grazie all’acqua” pensava. “Discendiamo tutti da qui.”
E si calava gli occhialetti da nuoto sul volto.
Aspettava, cullandosi in questi pensieri, fino a quando sentiva la frontiera liquida arrivargli sotto le anche, e poi su, a risalire come un siero fin quasi ad avvolgergli il bacino. E in quel momento, nel secondo in cui sentiva l’acqua insinuarsi intorno alle linee del basso ventre ed entrare in delicato contatto col pube, in quell’attimo, si tuffava.

Nuotava allora per circa mezz’ora, dirigendosi verso il largo. Raggiungeva una distanza di un centinaio di metri – abbastanza da non essere più in grado di riconoscere il fondale sotto di sé – e poi cominciava a muoversi in parallelo alla costa avanti e indietro, fino a sentire i muscoli sciogliersi, fino a sentirli divenire estranei al corpo. A quel punto si fermava. Si girava sulla schiena. Voltava lo sguardo verso il cielo. Allargava appena braccia e gambe. E galleggiava. Se ne stava lì per lunghi minuti, ad ascoltarsi respirare.
C’era in quella situazione qualcosa di dimenticato. Qualcosa che tutti, tutti quanti pensava, dovrebbero provare. E poi quel cielo. Così vicino. Così diverso. Attraversato com’era da striature bianche, viola, rosse, quel cielo rosa o azzurro chiaro, o turchese, un cielo così mica lo si scorgeva da terra, camminando per strada o aspettando il verde a un semaforo. Il cielo visto dal mare pensava, è un altro mare.
“È un mare che galleggia sopra il mare.”
Marco Cedratti riposava pochi minuti lasciando che questi pensieri scivolassero via da lui, poi si scuoteva d’improvviso, come per il timore d’essersi addormentato. Allora si guardava attorno, valutava con calma le distanze, e lento ricominciava a nuotare verso riva.
Tornava ogni volta a casa all’imbrunire. Con un misterioso sorriso negli occhi, e una sensazione di pienezza che non si ricordava di aver mai provato, neppure da bambino. Come se in quell’attimo fosse stato l’unico essere veramente vivo, veramente vivo e respirante, lungo quella strada.

Nondimeno non sempre era un piacere.
Alle volte l’acqua era sporca, invasa da particelle nere, residui, scarichi, pezzi di plastica. Anzi. Negli ultimi tempi la situazione era andata peggiorando. Pesci non se ne vedevano più. Ma non era questo il punto. Marco non nuotava per osservare i pesci. La presenza di pesci, come di qualsiasi altra forma di vita subacquea, addirittura lo infastidiva. Semplicemente non amava vedere i resti delle vite altrui ecco, anche se immobili, anche se dimenticati, anche se insignificanti, anche se avvolti nell’oblio di un fondale distante e sabbioso. Tutti quei segni lo disturbavano.
Così, da un po’ di tempo in qua, nuotava sempre il più velocemente possible verso il largo, quasi fosse di fretta, fino a raggiungere un punto in cui il fondo diveniva un’ipotesi non più verificabile. Poi continuava in parallelo alla costa, cercando di non pensare a quello che aveva visto lungo il percorso – cercando di dimenticarsi di ciò che con ogni probabilità continuava a giacere anche lì, a tutta quella distanza da riva – nuotava e trovava conforto, e si voltava, e galleggiava specchiandosi nel cielo.
E si sentiva in pace.

In uno di quei pomeriggi, però, durante l’attraversata che doveva condurlo verso il largo, gli parve di riconoscere qualcosa di bizzarro. E sebbene si fosse più volte ripromesso di non lasciarsi deconcentrare da nulla, e per nessuna ragione, questo qualcosa finì per distrarlo al punto tale da incuriosirlo.
Rimase per qualche istante a mezza strada, in stallo, a osservare un tubo lungo e sottile, poco più grande di una pompa da giardino, che proveniente da chissà dove correva sul fondo e si insinuava proprio sotto di lui, nella sabbia.
Della presenza di tubature sui fondali marini o dell’esistenza di scarichi che correvano per chilometri fino al largo, aveva sempre sentito parlare. Non sapeva quanto fossero legali o meno, ma che esistessero su quello non c’erano dubbi.
Il tubo però era apparso da un giorno all’altro, come dal nulla. Questo era ciò che l’aveva incuriosito. Marco era sicuro – centopercento sicuro – che il pomeriggio prima, in quel tratto di mare, non ci fossero altro che particelle nere e sporcizia varia. Un tubo no. Un tubo era qualcosa di nuovo.
Correva sul fondo per diversi metri. Poi risaliva di un niente verso l’alto. E appena sollevato, a pochi centimetri dal basso, curvava in una sorta di tornante proprio davanti ai suoi occhi, andando a infilarsi con decisione quasi perpendicolare nel fondo.
S’immerse, l’osservò da più vicino. Prima titubante. Poi diffidente. Con una strana irrequietezza a farglisi largo dentro al petto. Finché, nel provare a toccarlo, si scoprì addirittura spaventato. Gli parve vivo.
Tornò verso la superficie con un colpo di gambe, diede quattro possenti bracciate e si allontanò, cercando di distanziare al contempo quell’immagine dalla sua mente. Raggiunse il largo ancora sotto affanno. E solo dopo essersi messo a galleggiare a pancia in sù, riuscì nuovamente a rilassarsi.
Gli venne addirittura da ridere, al pensiero della reazione avuta poco prima.
Tornò poi come suo solito verso la costa badando bene a nuotare su di un altro corridoio di corrente rispetto all’andata, e una volta a casa, se ne dimenticò.

La notte fu densa d’incubi.
Un infinito rigirarsi nel letto tra lenzuola divenute liquide. Sognò il tubo. Lo sognò, viscido e misterioso, che stava sotto, che si muoveva in parallelo a lui sul fondale. E nell’istante in cui si fermava, eccolo attorcigliarglisi attorno alle gambe e avvolgergli il torace, e nella solitudine di quel momento trascinarlo con sé sul fondo.
Un attimo prima Marco Cedretti stava nuotando. L’istante successivo era scomparso.

Durante il resto del giorno seguente Marco cercò di non pensare a nulla. Né al mare, né alla notte appena trascorsa, né soprattutto al tubo. Pioveva con furia. Se ne stette tutto il tempo alla sua scrivania, sprofondato in un silenzio impenetrabile. Di solito l’arrivo di un temporale estivo lo infastidiva, ma questa volta si accorse di averne accolto i segnali con un gesto di sollievo, come se il fatto di non poter andare al mare addirittura lo confortasse. A sera guardò un film, mangiò una pizza, ragionò d’altro.
Ma durante la notte gli incubi tornarono ad assediarlo. Questa volta poteva vedere l’interno del tubo. Era pieno di cose, di immagini, di fantasmi, di suoni. Conficcava ogni cosa nel centro della terra. Nutriva così l’anima del pianeta. Ecco perché nessuno andava più a nuotare. Marco ebbe la sensazione che tutti, tutti quanti, sapessero, anche per strada, anche in ufficio.
Si svegliò coperto di sudore e tremante. Con la fronte gelida e la schiena appiccicata al materasso. Accese la luce. Si tirò su. Si mise a girare inquieto per casa. E per il resto di quella notte non riuscì più a prendere sonno.

Ad aspettarlo il mattino dopo trovò una limpidissima giornata di sole.
Andò in ufficio e lavorò fino a tardi. E all’ora di chiusura scese verso la macchina, l’aprì, la mise in moto, si diresse verso la spiaggia.
Mentenne i pensieri su di un manto costante di leggerezza, con l’unico scopo di non pensare, non titubare, non essere tormentato da alcun tipo di ragionamento non voluto.
Arrivato allo stabilimento balneare camminò di gran lena lungo le cabine col costume già indosso fino al bagnoasciuga.
Tutte stupidate continuava a ripetersi. Certo che sono tutte stupidate, ma a pensarci troppo, alle stupidate, si finisce per crederci.
Entrò nell’acqua e mosse i primi passi. Si calò gli occhialetti sul volto. Si tuffò. Si mise a nuotare con decisione verso l’orizzonte.
Nuotò senza badare troppo al fondo, aspettandosi da un momento all’altro di veder comparire la sagoma del tubo – ma convincendosi al contempo di stare ignorando la cosa – e si diresse in questo modo verso il largo. Finché raggiunto un punto sufficientemente distante da riva, si mise a pancia all’aria e schiacciò con tutta la forza che ancora aveva in corpo lo sguardo contro il cielo. E aspettò.
“Non c’è alcuna ragione di avere paura di un tubo” si sentiva continuare a ripetere mentre respirava con affanno.

8 pensieri su “Il tubo

  1. matteo telara, sei una bella scoperta! il racconto mi spinge a pensare a talmente tante cose…
    una sola cosa mi disturba – dirai che è una sciocchezza – come un quadro un po’ storto sulla parete: “S’immerse, l’osservò da più vicino. Titubante prima…”: di fronte ad un tubo, tiTUBAnti…
    😀

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  2. Cari Lucy e Matteo,
    per forza che TITUBA disturba, e non per la paronomasia, di per sé pregevole: ricordate “Il crogiuolo” di Miller.
    A parte questo, il racconto mi ha fatto pensare alla lirica di Franca Grisoni “Chì sota ‘l let mé gho i me bis”, con, oltre agli aspetti metafisico e psicologico, quello
    civile-ecologico.
    Bello!
    Ciao,
    Roberto

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  3. Infatti nel commento completo oltre quei … (tre puntini) dicevo che in fin dei conti il disturbo che una parola dà in un racconto scritto per silenziosamente disturbare (inquietare) mica stona poi così tanto.
    Grazie anche a te Roberto.

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  4. Gentile Giorgina,
    la traduzione è “Qua sotto il letto ho le mie serpi” (Poeti dialettali del Novecento, Einaudi, 1987, pag. 574).
    Data la notorietà della Grisoni, certo non commisurata alla bravura, pensavo che non ci fossero difficoltà a reperire il testo e la relativa traduzione.
    Un caro saluto a te,
    Roberto RT

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  5. Gentile Roberto RT,
    conosco infatti la poetessa Grisoni, i suoi libri, le sue poesie nonché i prestigiosi premi giustamente assegnati alle sue pubblicazioni. Il mio dubbio riguardava la parola “bis”, mentre il resto, non molto lontano dagli altri dialetti settentrionali, mi era chiaro. Tuttavia confesso che ho qualche problema con il dialetto in generale, non per disprezzo puristico, bensì per più assidua frequentazione con la “lingua”, come si diceva un tempo.
    Forse la pigrizia mi ha trattenuta dal controllare sul libro la traduzione del termine.
    Ma come in un’illuminazione memoriale mi torna in mente una parola del “mio” dialetto, il piacentino: “la bissa, al biss”, la biscia, le bisce. D’ora in poi guarderò bene sotto il letto prima di stendermici! Sono terrorizzata dai rettili.
    Grazie per l’indicazione del libro e un cordiale saluto
    Giorgina BG

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