Rovine

da qui

Ogni tanto, un passero o una rondine entrano in chiesa e non riescono più a venirne fuori. Volano da una parte all’altra del locale per cercare uno spiraglio, ma non imboccano la direzione giusta: la porta d’ingresso, sempre aperta, o l’uscita di sicurezza sul lato sinistro, guardando dall’altare. A quel punto, scatta una geometria indecifrabile di sguardi: noi umani, da una parte, incuriositi e preoccupati nello stesso tempo, perché il volatile disorientato potrebbe scendere in picchiata sulle nostre teste; il pennuto, dall’altra, che si chiede in modo primitivo – almeno così lo immaginiamo – in che posto sia finito, perché la gente stia seduta e in piedi, alternativamente, di fronte a un personaggio infilato in una veste convertibile in ali colorate, quando allarga le braccia, pronto ad alzarsi in volo, inseguirlo e catturarlo nel bel mezzo della sua disperata ricerca di un’uscita. Il mondo animale e il mondo umano confluiscono in forma incruenta, ma bagliori sinistri scintillano al ricordo dei sacrifici antichi, creature offerte come capri espiatori per riportare pace nella collettività squassata dai conflitti. La messa continua, ma il confine tra i due mondi ha creato un gorgo vorticoso che ingoia lo spazio e il tempo, risucchia tutto all’origine del cosmo, il big bang, la parola che inaugura il processo irreversibile dell’essere, lo lancia in un futuro imprevedibile, dove uomini, animali, piante, minerali, cercano un varco nella prigione che ogni giorno rinasce dalle rovine della nostra diffidenza.

11 pensieri su “Rovine

  1. “Così appare la vita dell’uomo, o Re, quale il volo di un passero attraverso la sala quando si sta seduti a tavola per il pasto nella stagione invernale, il fuoco nel camino, gelidi scrosci di pioggia all’esterno.
    Il passero vola dentro attraverso una porta e si trattiene un momento alla luce e al calore del focolare, poi vola fuori nel buio dal quale è venuto.”

    – Parole attribuite a un ealdorman nel resoconto di Beda sulla conversione di Edwin, Re di Northumbria. –

    Un abbraccio,
    Roberto

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  2. Tutte le volte che succede un senso di ansia si impadronisce di me: provo una claustrofobia fortissima e riesco a percepire la stessa sensazione di “trappola” che deve provare la povera rondine.
    Vorrei aiutarla ad uscire, capisco il suo senso di smarrimento; è intrappolata in un mondo che non capisce, che non è il suo e non esiste aiuto che si possa pensare di darle, se non sperare che riesca a ritrovare la strada per uscire seguendo la luce: quella naturale però, non quella artificiale che l’ha ingannata e imprigionata.

    Il tentativo di fare un parallelo con noi, esseri umani, è troppo facile: quello che spesso ci inganna è la sensazione di libertà; possiamo volare e per questo ci sentiamo liberi, ma non ci accorgiamo di essere prigionieri di noi stessi e di volare in cattività, come dentro un’enorme gabbia che ci sovrasta. Quello che fingiamo di non sapere è che sempre c’è una via d’uscita per volare in un cielo senza confini.

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  3. la povera rondine uscirà quando la chiesa si sarà svuotata perché non avvertirà più il pericolo incombente, anche noi potremo uscire dalle nostre prigioni solo quando la folla che ci urla dentro sarà acquietata e nel silenzio interiore riusciremo a vedere il varco verso la libertà.

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  4. Comprendere il linguaggio degli animali e quel sesto senso che ci consente di vivere in sintonia con in nostri instinti e con la natura di nostro stesso corpo e none molto diverso di una autentica speriencia religiosa, è il intento , è la fiducia che mette in movimento ciò che concretamente si vuole obtenere.
    La fiducia è piu una presisposizione dell’ animo che un contenuto especifico.
    Prendiamo il prigioniero di questo varco (copione) che non prevede nulla di buono e di nuovo a credere invece a suo sogno da perseguire cioè la fiducia con coraggio e solidarietà optando per la vita contro una morte certa.
    Un abbraccio

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  5. Essere intrappolati in un mondo che non si capisce, scrive LaPitta.
    Ed e’ proprio cosi’.

    Grazie Fabrizio, ottimo spunto.
    (ed immagine intensa)

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  6. Quante volte ci e’ capitato di cercare uno spiraglio, senza pero’ imbroccare la via giusta.
    Almeno le rondini volano, noi esseri umani ci trasciniamo…

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  7. nella scena finale di “Quel che resta del giorno” (in questo blog si propone “quel che resta del verso” [verso e giorno possono equivalersi]), in cui il proprietario americano di quella che era stata la tenuta di Lord Darlington cattura un colombo entrato per caso in uno dei grandi saloni, e lo libera, nello sguardo di Mister Stevens jr. (il maggiordomo)che rimane a comtemplarne il volo, si coglie, se non una speranza, un principio di nuova consapevolezza: la vita è andata, ma, piuttosto che tenersi al caldo nel “nido” di un ruolo (come ha fatto il “servitore”), meglio sarebbe stato spiccare il volo, libero, con i pericoli e le opportunità della libertà e la pienezza di vita che essa solo sa dare.

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  8. Caro Fabrizio,
    si tratta di citazione di citazione, in quanto anche epigrafe della “NORTHUMBRIAN SEQUENCE” di Kathleen Raine,
    di cui dovrebbe presto uscire la mia traduzione.
    Un abbraccio,
    Roberto

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