Per fare voglia agli sposi

di Alfonso Nannariello

Puntate precedenti  I II

Non so se il primo piatto al pranzo dei miei furono r cannàzz.

R cannàzz sono un tipo di pasta lunga, quanto i bucatini, ma con un foro molto più largo. Una sorta di grossi maccheroni detti a Napoli maccheroni di zita.
Noi chiamiamo «zita» sia la promessa sposa, sia la ragazza il giorno che si sposa, e «zit» il corrispondente maschile. Chiamiamo «zita» anche la ragazza da marito non ancora maritata, e la zitella, la donna con la pelle che si sgrana arrugginita in ogni sua membrana.
«Zita» una volta deve essere stato un fiore così pieno di grazia che deve essere diventato il simbolo e il nome delle vergini nel corpo e dentro il cuore, un fiore talmente bello che chi sposava una così l’ostentava sulla giacca, al foro dell’occhiello.
Per la festa di nozze il primo piatto erano, perciò, i maccheroni di zita.
Non so perché fossero chiamati così. Sicuramente erano una figurazione dell’uomo primordiale, dell’androgino. La forma allungata indicava la parte maschile, il foro quella femminile.
Nel nostro parlare «mangiàrs r cannàzz» significava mangiarsi la verginità. Significava per la donna essere stata praticata.

Le stelle filanti, invece, si chiamano zaharèggh. Il termine deriva da zagara. Evidentemente una volta al posto delle stelle filanti si spargevano i petali dei fiori d’arancio sugli sposi.
Ballando il primo ballo r zaharèggh lanciate su di loro si attorcigliavano. Ingarbugliandosi addosso come una matassa, quasi li soffocavano. Forse anch’esse simboleggiavano la fusione dei due in una sola cosa. Avvolti dalla testa quasi fino ai piedi da quelle strisce di carta variopinte, i due prendevano la forma di un corpo solo, venivano fusi in una sola sorte. Erano, forse, una forma d’augurio per la vita, un buon auspicio per ogni giorno fino alla fine dei giorni, fino alla morte.

10 pensieri su “Per fare voglia agli sposi

  1. Caro Alfonso,
    immagino per questi “cannàzz” un sugo elaborato e corroborante, adeguato alla circostanza.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  2. Se poi volete seguirla col testo sottomano, eccolo: (Grazie a argesarge e a Hyeronimus Bosch):

    argesarge | 25 marzo 2009
    Tarantella. Che se magnaie la zita.
    NCCP. Peppe Barra.
    Immagini; Hyeronimus Bosch.

    Che se magnaie la zita la prima sera
    primma e bà
    chella zita culumbrina steva diuna d’â matina
    se magnaie lu picciungino
    è bello lu picciungino.

    Che se magnaie la zita a li ddoie sere
    ddoie aucielli turturine
    annascusi sotto ô cuscino
    ammieze lu picciungino…………

    Ma che se magnaie la zita a li treie sere
    tre cetrole l’una e ll’ata
    ddoie aucielle turturine…

    Chi se magnaie la zita a li quatte sere
    quatte ranate ben tagliate
    tre cetrole l’una e ll’ata…………

    Che se magnaie la zita a li cinche sere
    cinche scope na matinata
    che facevano ‘o paro e ‘o sparo
    quatte ranate ben tagliate…………

    Che se magnaie la zita a li sei sere
    sei anguille ben piscate
    cinche scope na matinata
    che facevano ‘o paro e ‘o sparo………..

    Che se magnaie la zita a li sette sere
    sette valle cantature
    sei anguille ben piscate………..

    Che se magnaie la zita a li otto sere
    otto cuoppe de cunfiette
    ca purtava la zita mpietto
    capriole pe dinto ô lietto
    ce ‘o ffacevano pe dispietto
    sette valle cantature…………

    Che se magnaie la zita a li durece sere
    durece e bà.
    Io te voglio raccuntare
    femmene annure e uommene ncristo
    chillu povero priore
    sagliette ncoppa â bintunore
    na fellata e na tagliata
    capecuollo e supressata
    na rannissema paliata
    areta â porta steva astipata
    unnece muonachi cappuccini
    se ne ievano all’aria fina
    ievano dinto a lu ciardino
    cunfessanno a Ccatarina
    ievano a cogliere petrosino
    ddiece casce ‘e maccarune
    nove cotte e una crura
    nove piecure muntature
    se ne ievano muro muro
    ievano rumpenno cufenaturi
    otto cuoppi de cunfietti
    capriole pe dinto ô lietto
    ca purtava la zita mpietto
    ce ‘o ffacevano pe dispietto
    sette valle cantature
    sei anguille ben piscate
    cinche scope na matinata
    che facevano ‘o paro e ‘o sparo
    quatte ranate ben tagliate
    tre cetrole l’una e ll’ata
    ddoie aucielli turturine
    annascusi sotto ô cuscino
    ammieze lu picciungino
    ammiezo lu picciungì

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  3. Grazie, Angelo. Grazie della lettura, della stima e, particolarmente, dell’omaggio musicale che corrobora le immagini del brano.

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  4. Proseguo nella lettura e scopro affinità con la lingua paterna, sia nella scelta di ‘r’ come articolo determinativo (mio padre, di ‘Riuv’, ci divertiva con i suoi ‘cataloghi’ di pietanze strambe, tutte rigorosamente elencate con l’articolo determinativo invariabile), sia nel duplice significato del termine ‘zita’ e nel ricorso al termine ‘spase’. Grazie anche per questo.

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  5. Non ti preoccupare, Alfonso, avevo immaginato che fossi fuori. Rispondo al tuo quesito: mio padre era di Ruvo di Puglia (Bari) e usava entrambi i termini che ho ripreso dal tuo brano e riportato nel mio commento. Mia madre è di Pignola (Potenza) e da lei ho conosciuto altri termini, l’ultimo ieri: gnummariell’ (versione pignolese degli ‘gnummaridd’ protagonisti di una scena esilarante in Basilicata coast to coast).

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  6. dunque apparteniamo alla stessa tribù agricoltur-forestal-pastoral-zappator 🙂 dei KUTA KUTA, quella in cui Vinicio Capossela -il cui padre è di Calitri (AV), il mio paese, e la madre di Andretta, qualche km più in là- racconta delle sue origini.
    grazie ancora

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