Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani #11 ENRICO GREGORI

A cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei uno scrittore. Chi te lo fa fare?

Per mestiere scrivo da 35 anni. Ovvio che la cronaca nera da sbattere sui giornali è cosa ben diversa dalla narrativa. Ecco, narratore più che scrittore. O almeno ci provo. Me lo fa fare il fatto che mi viene. Su come viene, poi, non decido io. Continua a leggere

E’ ancora possibile scrivere un romanzo? 1. Incipit

da qui

In genere, quando si inizia un romanzo, si è convinti di scrivere qualcosa di assolutamente originale, un’opera che passerà alla storia, si distinguerà dall’ammasso di carta quotidianamente riversato nelle bancarelle di mezzo mondo (la parte di mondo dove si ha tempo per leggere, e non si sgobba venti ore al giorno per un pugno di riso, per esempio). Chi si accinge a riempire il foglio bianco o la parte di schermo destinata alla scrittura, poi, si dà arie da bohémien, circondato da una cifra imprecisata di tazzine vuote da caffè e/o mozziconi di sigarette accumulati in ogni angolo; ha un aspetto scapigliato e una finestra che dà su qualche scorcio di città particolarmente pittoresco. Continua a leggere

Uno sguardo sulla poesia a Sud e l’”Antigruppo”. Saggio di Antonino Contiliano

[Victor Vasarely, Pal-Ket (1973-74)]

di Antonino Contiliano

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Il contesto

La poesia siciliana contemporanea – credo sia importante rilevarlo prima di problematizzare e indicare delle tracce seppure in termini generali – si muove in un contesto storico-temporale piuttosto problematico e complesso. Le sue costanti e le sue variabili, i temi e le scelte linguistiche (espressione in lingua italiana o siciliana, interferenze, plurilinguismo, modelli culturali di riferimento, tradizione, ecc.) sono significativamente condizionati sia dal movimento storico oggettivo sia dall’elaborazione soggettiva d’ogni autore. Non è un caso se Giuseppe Zagarrio, parlando della Sicilia e dei poeti siciliani compresi nel decennio 1970/1980, metaforicamente definì l’Isola come un continente dostojevskijano “dove il magma del profondo è di fluida incandescenza, e dunque un cenno diverso o una diversa sfumatura di comportamento possono costituire, tra un poeta e poeta, un abisso vero e proprio di misura non commensurabile”(1).

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Provocazione in forma d’apologo 173

A pochi passi dall’edificio dove abito c’è la casa in cui nella primavera del ’44 il diciannovenne Dante Di Nanni, partigiano garibaldino e medaglia d’oro al valor militare, da solo tenne testa per ore ai nazifascisti, dopodiché, terminate le munizioni, per non finire vivo nelle mani del nemico si lasciò cadere nel vuoto.
È una casa piccina di tre piani, e la lapide che ricorda il fatto quasi sembra più grande della facciata stessa.
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Mondo Beatnick

Un ambiente pre-Beat
(descrizione della casa di Henry Miller e June Mansfield Smith – Mona nei romanzi – di Hennery Street a New York. Miller era considerato dai beat, in particolare da Jack Kerouac, una sorta di padre letterario. Riportato da Anais Nin in Henry & June)

Letti sfatti tutto il giorno, capita spesso che ci cammini sopra con le scarpe; le lenzuola un casino. Si usano camicie sporche a mo’ di asciugamani. Il bucato viene portato fuori di rado. Lavandino intasato da troppi rifiuti. Si lavano i piatti nella vasca da bagno, tutta unta e con un bordo nero. Il bagno è sempre freddo come un frigorifero. Si rompono i mobili per gettarli nel fuoco. Le persiane sempre abbassate, finestre mai lavate, atmosfera sepolcrale. Il pavimento è costantemente ingombro di stucco, attrezzi, pittura, libri, mozziconi di sigarette, spazzatura, piatti sporchi, pentole. Jean gira sempre in tuta da lavoro. June sempre mezza nuda a lamentarsi de freddo.

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Zena Roncada recensisce “Il sentimento prevalente” di Lina Dettori.


“La mattina del 16 aprile del 2009, Cosimo Serra attraversò a passo sostenuto la strada stretta che lo separava da una palazzina dei primi del ‘900, recentemente restaurata sotto l’attento controllo dell’Intendenza alle Belle Arti del Comune di Mèrulas.”

Così prende avvio il nuovo romanzo di Lina Dettori,  Il sentimento prevalente, che, fresco di stampa per i tipi della Iris Edizioni, viene a proporsi, dopo La famiglia immaginaria e Baffi di cacao, come ulteriore testimonianza di una vena narrativa ricca e umorosa. Continua a leggere

Sabato

da qui

Ultimo giorno, arrivo prima, senza programmarlo, perché sento sfuggirmi l’immagine-sintesi di tutta la vita. Sull’acqua quasi immobile c’è una scia contorta, che risale a chissà quando: il nostro è un passaggio effimero, che si disfa istante dopo istante, una forza irresistibile risucchia nel nulla ogni guizzo vitale. Occorre un’azione che si opponga, che faccia resistenza. A questo rimanda il primo nome: Faber. Ho il karma della focalizzazione, non perdo un secondo del mio tempo, come se un Dio mi avesse messo nelle mani un orologio ad alta precisione. Maria è il secondo nome, a ricordarmi che anche il meccanismo più perfetto ha bisogno di una fede per procedere spedito, un’apertura a un’energia straniera. Leopoldo è il terzo, dal santo che trascorse l’esistenza a confessare: la produttività e la fede non sono sufficienti se non si è disponibili per gli altri con la stessa cura. Ecco, questa è la mia vita, racchiusa in una vecchia cartolina del golfo di Sirolo, visto dall’alto. Vorrei che una lacrima cadesse fra le chiazze azzurre del mare quasi immobile, toccasse il fondo oscuro della storia; confesserei, finalmente, quello che non t’ho mai detto: una sola cosa posso darti, il mio dolore. Chiunque tu sia, spero ti basti.

L’UOMO CHE SMISE DI FUMARE di G. Pelham Wodehouse

Se sono vere le due seguenti considerazioni – “il buonumore è un toccasana” e “leggere fa bene” – ogniqualvolta avremmo trovato un buon libro capace di farci ridere, o quantomeno sorridere, avremmo trovato un tesoro… o preso i classici due piccioni con una fava. Scrivo questo breve preambolo pensando allo scrittore inglese G. Pelham Wodehouse (nato a Guildford, nel Surrey, il 15 ottobre 1881 – morto a New York il 14 febbraio 1975), grande umorista ma anche autore dotato di uno stile pregevole, al punto da avere ammiratori del calibro di Hilaire Belloc, Evelyn Waugh, Rudyard Kipling, Salman Rushdie e Douglas Adams.
Come ha avuto modo di sostenere il citato Evelyn Waugh: “Wodehouse ha creato un mondo affinché ci potessimo vivere e divertirci… Un mondo idilliaco, che non morirà mai.”
Un nuovo pezzo di questo mondo, prodotto dal creatore – tra gli altri – dei racconti di Jeeves e del Castello di Blandings, è giunto di recente in libreria. Si tratta di una raccolta di racconti intitolata “L’uomo che smise di fumare” (Guanda, 2010, p. 240, € 16, traduzione di Silvia Piraccini).
L’ottima copertina dai colori sgargianti, disegnata da Alberto Rebori, mostra un omuncolo “digrignante” – spaparanzato su una poltrona rossa – che tiene in mano un sigaro. Sopra di lui, l’icona di una sigaretta cancellata da una X.
I racconti sono ambientati a Londra, all’Angler’s Rest, dove il signor Mulliner – instancabile chiacchierone del locale – è solito offrire storie incredibili e divertenti (piacevoli da ascoltare tra una sorsata di whisky e l’altra). Continua a leggere

“Per Amelia Rosselli” (una non parodia)

A seguito dell’interessante dibattito suscitato dalla parodia rosselliana di Gualberto Alvino recentemente pubblicata qui, propongo il mio poemetto rosselliano non parodistico (da A.L.B., Devi chiamarmi sempre, Campanotto 2005, ripreso in La furia dei venti contrari, Variazioni Amelia Rosselli. Con testi inediti e dispersi dell’autrice, a cura di Andrea Cortellessa, Le Lettere 2007).
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Maria Grazia Lenisa. O mia città celeste, Udine, forse?


(Udine. Castello)

Maria Grazia Lenisa. O mia città celeste, Udine, forse?

La cancellata della brezza s’apre in un tuffo

d’azzurro,

o mia città celeste reinventata, fluttua il pensiero,
cosciente, assoluto,

naviga il verso… sciolto

dalla forma, altre ne inventa, corpi luminosi, opachi
un tempo fuori dalla gloria. Continua a leggere

Venerdì

da qui

Il mare è a chiazze di luce azzurra: colori del’anima, naturalmente. So bene che tutto è dentro me: la barca da pesca immobile, in attesa di un guizzo, quella con la vela ammainata, cullata dalle onde di riporto, lo strato quasi impercettibile di nuvole che fa da contrasto all’orizzonte. Anche l’idea che oggi è il penultimo giorno di vacanza è solo in me: una chiazza opaca dove il riverbero del sole fa più male e costringe a difendersi, a cercare palliativi. Entra nel campo visivo la ringhiera grigia del terrazzo di Sirolo, a ricordarmi che siamo divisi inevitabilmente dalla felicità senza riserve, dall’abbandono del cuore. Se fossi una cosa sola con il mare, il cielo, la terra, la penna cadrebbe dalla mano, sarebbero loro a raccontare una storia d’acqua, di nuvole, di rocce. Ma non hanno parole: allo scrittore è chiesto di distinguersi dal mondo, di ignorare il suo abbraccio per potersi innamorare del suo sguardo. Può comprendere, così, il pescatore impietrito che fissa il filo a pelo d’acqua, l’immobilità della barca a vela in un riposo senza tempo, il taglio elegante delle nuvole incerte tra dissolvimento ed esistenza. La campana della chiesa parrocchiale batte le dieci. La chiazza si fa scura, mi toglie il respiro la fitta del futuro.

Il Capitano Mario (XIV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII)

Fronte greco-albanese

Se questa era la nostra condizione in città, ben peggiore era quella dei nostri soldati sul fronte greco-albanese. Il 28 ottobre del ’40 Mussolini aveva dichiarato guerra alla Grecia, con la scellerata convinzione di “spezzarle le reni”, come diceva, ossia di vincerla in due settimane, che diventarono oltre otto mesi (c’era da aspettarsene di più); e in quelle condizioni che sembrano oggi inverosimili a chi ha nella testa un briciolo di materia cerebrale. Sei divisioni italiane erano schierate su di un fronte montuoso, esteso per 200 chilometri contro quattordici greche, che conoscevano perfettamente il terreno, decise a difenderlo: come infatti fecero, con eroismo e con la sovvenzione degli Inglesi.

Mario era in prima linea sotto il tiro dei fucili e delle mitragliatrici nemiche, di marca inglese, che non risparmiavano nemmeno le tende con la croce rossa dei così detti ospedali da campo. Le nostre truppe erano male equipaggiate, costantemente in mezzo al fango e con le scarpe autarchiche, vale a dire con le suole di cartone pressato che si scioglievano sulla neve, e infatti a molti soldati gli si congelavano i piedi. Restavano anche spesso privi di munizioni e di viveri, oltre che di medicamenti d’urgenza. Questi arrivavano coi muli per i sentieri di quelle montagne sulle quali i Greci potevano sparare dall’alto centrando agevolmente i punti strategici. C’era un mulo che passava ogni giorno col suo carico su di un fragile ponticello di legno. Individuata la posizione, il tiro nemico spazzava via senza indugio il povero trasportatore che – eroe senza medaglia – se ne partiva col suo carico prezioso: così per tutto quel giorno, e per un altro e forse per un altro ancora ogni attesa era vana. Per farsi coraggio non restava che cantare: “canta che ti passa” anche la fame, dicevano. Come raccontano i Fioretti di San Francesco che quando il Santo era ricoverato nella capannuccia del convento di S. Chiara, perché era malato, per non sentire il male, cantava le lodi al Signore. Altrettanto facevano gli Alpini della lulia, poco lontano da loro, con quel triste canto rimasto famoso: “Sul ponte di Perati bandiera nera: l’è il lutto dell’alpin che fa la guera”.
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“Homo da ben o’ voilu andar?”

Ricevo da Fabio Franzin e volentieri pubblico (FK.)


L’apparizione della Vergine e la parola poetica

Giornata di poesia per i 500 anni dell’apparizione mariana a Motta di Livenza

11 settembre 2010

Sala superiore de “la Loggia”

Motta di Livenza (Treviso)

Tavola rotonda, ore 10.15

Accoglienza dei partecipanti e apertura della giornata:

Saluto di padre Alfonso Cracco, Rettore del convento

e del sindaco del comune di Motta di Livenza

Introduzione alla giornata di Fabio Franzin e Sergio Momesso

Relatori:

Adele Desideri:      “La parola riprenda a fiorire” nella voce degli ultimi. Riflessioni su Laudario alla Vergine di David Maria Turoldo (Bologna, Dehoniane, 1980)

Franca Grisoni:  Letture da Passiù (Brescia, L’Obliquo, 2008)

Franco Loi: L’apparizione come epifania creatrice. L’apparizione della parola
sulla carta

Davide Rondoni:  Letture da Compianto vita (Milano, Marietti, 2003)

Moderatori:        Fabio Franzin e Sergio Momesso

Reading poetico, ore 16.30

Pierluigi Cappello, Roberto Cogo, Ivan Crico, Adele Desideri, Fabio Franzin, Franca Grisoni, Franco Loi, Francesco Tomada, Davide Rondoni

Saluto conclusivo e ringraziamento

Organizzazione e coordinamento: Fabio Franzin e Sergio Momesso

I nuovi profeti:la premiata ditta B. & M.

di Linnio Accorroni

I nuovi profeti sfoderano volti sereni e rassicuranti, di un candore quasi bamboccesco e finto-naif; volti la cui grazia angelicata è sapientemente intonata alla camicia (B.) o al maglioncino (M.) o alla polo blu notte ( sempre M.), novità assoluta questa per look sapientemente meditati ed indagati, con un’acribia degna di miglior causa, da articolesse ponderose, da estenuanti esegesi di ineffabili cronisti, capaci di riempire intere colonne discettando sul numero dei bottoncini e sulla lunghezza delle arrotolate maniche di camicia. Continua a leggere

Addio a Panikkar teologo del dialogo

di Vito Mancuso

Cosmoteandria. In questa difficile parola è racchiuso il nucleo del pensiero di Raimon Panikkar (morto ieri a 92 anni nella sua casa in Catalogna), uno dei più grandi teologi della nostra epoca, destinato a diventare sempre più una permanente sorgente di luce per tutti i cercatori sinceri della verità. Cosmoteandria è il termine coniato da Panikkar per esprimere la sua intuizione filosofico-teologica fondamentale, cioè che l’Assoluto (teo) è attingibile solo in unione con il mondo (cosmo) e in unione con l’uomo (andria) e, simmetricamente, che l’uomo viene a capo della sua essenza solo in armonia con il mondo naturale e con il divino. Continua a leggere

Giovedì

da qui

E’ giovedì, parto fra due giorni. Devo prendere il massimo dagli istanti che torneranno l’anno prossimo, nella migliore delle ipotesi. Come portare a casa la bellezza, come fissare il verde delle felci, il bianco della roccia a strapiombo sul vetro azzurro dell’acqua? C’è una barca a vela, duecento metri oltre la riva: sembra immobile, e invece si sposta lentamente verso sud, come me, che starei qui per sempre, ma ho un vento che mi spinge e a cui non posso opporre resistenza. Ecco, ho capito come fare: sono io la barca, sono il mare, la roccia che abbaglia all’orizzonte, il cielo che abbraccia perfino il ricordo lacerante, il volto che mi appare accanto nella panchina in bilico sul mondo: sorridi, come sempre, come se il trenta dicembre del duemilaeotto non fosse mai arrivato, non fosse riuscito a strapparti dal mio sguardo.

Il segno di uno sguardo

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIVVVIVIIVIII

Non erano solo le voglie insoddisfatte della madre a difettare i figli.
Forse credendo di danneggiare l’indole di quelli che sarebbero da lui nati, quando si sposò papà smise l’unica sigaretta al giorno che fumava. Ritenendo vero che dagli occhi di una donna incita le immagini degli oggetti avessero il potere di imprimersi sui feti, per non sfigurare il nostro aspetto, cancellò la testa di lupo a capo al letto, da lui dipinta diverso tempo prima. E, per segnare sui nostri corpi la grazia dei loro volti e dentro buoni sentimenti, o solo per incrociare il loro sguardo al nostro destino, al suo posto appese l’immagine di gesso sistemata su una masonite smaltata con un tenuissimo celeste, di una madonna dalle carni rosa avvolta in un manto blu con, sul braccio addormentato, il suo bambino.

A casa fecero tutto per tempo, presero tutte le precauzioni affinché il figlio nascesse sano e, una volta nato, non fosse poi ribelle.
Incorporata l’anima al mio corpo nel corpo di mia madre, la lotta che lei fece, se darmi alla luce morto oppure vivo, mi marchiarono lo spirito al posto della pelle.

Sciamani del terzo millennio

La religione del peyote

Di Mara Macrì

Presidente ACTA POPULI – Istituto di Comunicazione Ricerca e Giornalismo www.actapopuli.net

Abitatori indigeni dell’America così furono chiamati da Cristoforo Colombo che credeva di aver scoperto una parte dell’India Asiatica. Gli indiani d’America, detti anche Pellirossa per il color rame della loro pelle. Nelle grandi enciclopedie vengono definiti affini alla razza mongolica, con capelli neri e folti, barba rada, fronte bassa, cranio mesocefalo…

Coraggiosi, tenaci, fedeli ma pigri e crudeli (Diz. Enc. Mod.. Ed. Labor) nella realtà un grande popolo in estinzione ricco di un patrimonio di saggezza, spiritualità e conoscenza fitoterapica che ribalta la mentalità acquisita dai films western che collocano i “bianchi” nella categoria dei buoni e definiscono i pellirossa selvaggi tagliatori di gole. Ma chiunque approdi ad Ovest, dove vive l’America “pellerossa” concentrata in riserve non più grandi della nostra Calabria o della metà del Lazio, può scoprire la verità e l’incanto racchiusi in luoghi lontani dalla cultura occidentale e materialistica, dove antiche comunità Navajo, Yaqui, Kiowa, Apache ed altri nuclei meno numerosi cercano di sopravvivere lungo i sentieri del sacro e dei culti ancestrali. Eppure, ancor oggi, in un mistico silenzio mito e storia si fondono con la religione e la medicina indiana – erbe medicinali, trance, massaggi terapeutici e canti – riaffermano nonostante tutto l’antico culto del Peyote sacro, la pianta utilizzata per secoli dalle popolazioni mesoamericane per cerimoniali religiosi, mistico-visionari, alimentari e curativi. Continua a leggere

Almeno questo

da qui

Concerto di Naji Akim tra gente in canottiera, dame dell’Unitalsi a passeggio in mezzo alle navate, uomini sui sessanta che chiacchierano di chissacché, bambini urlanti in un andirivieni di carrozzine colorate. Una giovane donna si volta a lungo per osservare l’organo, a essere ottimisti; poi anziane che spettegolano, ragazzi disabili che agitano nacchere, religiosi con il saio blu che s’inginocchiano, mogli e mariti dai capelli bianchi che dopo il terzo brano abbandonano il campo biascicando imprecazioni. Le dissonanze della musica contemporanea sono tutte qui, nell’ignoranza della gente semplice capitata per caso nella chiesa aperta al pubblico. Grazie a Dio, al riparo della Santa Casa, la Mater dolorosa non può vedere nulla. Almeno questo le è stato risparmiato.

Scatto e pedalo

bicicletta e telefonino,
oggi scatto foto al paese nuovo,
scatto e pedalo
ascolto se mi arriva
pure qualche voce.
ho in gola la lieve amarezza
dell’estate che volge alla fine
ma scatto e pedalo
qui dove il disastro del mio cuore
si sposa col cuore del disastro
e andiamo avanti
mentre la luce scema
e il telefonino ormai pesca solo ombra,
ecco, l’ultimo scatto è nero,
fuori dal disastro c’è solo la prima stella
che appare in cielo.