Il Capitano Mario (X)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX)

L’IMPERO

La sera del 9 maggio 1936 dal balcone di Palazzo Venezia, Benito Mussolini proclamava all’Italia in festa la vittoria e la fondazione dell’Impero “riapparso sui colli fatali di Roma”.

Quella sera, con la mia amica Carmina ascoltavamo la radio stando sul terrazzino sotto un limpido cielo stellato. Fu un’emozione esaltante. E non fu cosi solo per noi giovani, ma per tutti gli Italiani. Il giorno dopo Ugo Oietti, uno dei più quotati giornalisti-scrittori, ne scrisse, mi pare, sul Corriere della Sera, un articolo bellissimo, intitolato “Notte sull’Impero”. Ricordo, tuttavia, che mentre noi due commentavamo il giorno dopo la nostra felice impressione con l’amica Giuliana, che era figlia del direttore del giornale locale, persona assai colta ed autorevole che io stimavo molto, ci sentimmo dire da lui, in tono pacato: “Eppure ricordatevi che questo è il principio della fine”. Parole che allora mi stupirono: parole profetiche, ma anche ora mi chiedo: come mai tanta lungimiranza? E in quel momento? Il fatto è che noi allora eravamo giovani e non potevamo capire.

Eravamo cresciute col fascismo: ci pareva che tutto andasse bene (tranne la guerra, per fortuna finita presto); tutto era ordine e disciplina. Le poste funzionavano due volte al giorno, i treni partivano e arrivavano in perfetto orario; ammiravamo le perfette sfilate dei ragazzi e delle ragazze della Farnesina: scuola superiore di ginnastica, ci piacevano le parate militari, le bande, i carabinieri a cavallo. E tutto sommato la politica non ci interessava gran che, da noi delegata agli adulti, e non ci importava il dissenso espresso raramente tra amici, sempre sottovoce; ci bastava sussurrarci le barzellette, del resto innocue e divertenti, come le pagliacciate o le stupidità dei gerarchi fascisti. Gli antifascisti, ridotti di numero, erano all’estero o in qualche paese del Sud (vedi il famoso “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, bellissimo libro, uscito più tardi).

E l’ortodossia divenne meno rigida per la cultura, quando fu ministro Bottai, che non era cretino. Il Duce, del resto, era considerato un grande uomo allora, anche all’estero (vedi i “Colloqui con Emil Ludwig”) e non si può negare che avesse un grande carisma, con cui sapeva esercitare una dittatura all’acqua di rose. Allora, al momento della proclamazione dell’impero, era all’apogeo della sua celebrità.

Fu così che noi giovani di quel tempo solo gradualmente cominciammo a capire il linguaggio libero degli uomini di cultura più stimati, che parlavano e scrivevano fra le righe. E fu così che, seguendo questo metodo, ci fu possibile impartire un’istruzione, o meglio un’educazione più libera ai nostri alunni.

I giovani sono per natura estremisti: io avevo sempre stimato – semplicisticamente ammirandole – le persone che rimangono sempre rigorosamente fedeli alle loro idee.

Ma la graduale coscienza dell’evolversi degli avvenimenti umani divenne esplosione di intimo dissenso quando più tardi furono promulgate le leggi antirazziali e in definitiva antiebraiche. Dissenso – ripeto – intimo, perché non poteva ragionevolmente esprimersi in modo esplicito (“Siate prudenti come serpenti” dice il Vangelo), e dovette piegarsi al compromesso con la dittatura. Quando ci fu imposta un’attività extrascolastica di tipo assistenziale o culturale io scelsi quest’ultima e mi trovai a dirigere – ironia della sorte – una scuola di “Cultura fascista” alla Gil (Gioventù italiana del Littorio). Mi occupava un pomeriggio alla settimana; non mi fu proposto nessun programma, libera di scegliermelo, non ebbi mai nessun controllo, non vidi mai nessun inquirente alla cosiddetta “Scuola di cultura” e in più mi fu data una tessera di dirigente, che era un titolo molto onorifico. Scelsi come tema delle lezioni “L’organizzazione dello Stato nella storia d’Italia” e lasciai liberi i ragazzi (che appartenevano ad ogni ordine di scuola) di prepararsi da soli per una discussione, sottilmente guidata. Come si appassionavano, e come erano bravi. E come ne ero soddisfatta! Appariva il mio nome sul giornale ogni settimana per questa mia “lodevole iniziativa”. Era nata, così per caso, o ancora per una superiore volontà misteriosa, una vera scuola di libertà!

Durò poco, perché precipitarono gli eventi.

Ma ritorniamo all’Africa di quei tempi.

Breve pausa di attesa

Terminata l’avventura della guerra in AOI, Mario e i suoi alpini rimasero alcuni mesi, per organizzare il paese, con quasi tutti i combattenti (e in particolare gli ufficiali) in parte radunati sul vasto altipiano di Addis Abeba, a difesa della capitale dagli attacchi di gruppi di sbandati, o dai predoni, o dalle vere e proprie bande armate.

La marcia di avvicinamento ad Addis Abeba


Mario era istallato nel Ghebbì di Ras Cassa e si era impadronito di un bellissimo cavallo, di nome Morello, vanto delle scuderie del Negus, e orgoglio del suo attendente, e scorrazzava liberamente per l’altipiano verde di acace, euforbie e palme, oppure si dedicava coi colleghi alla caccia grossa della copiosissima selvaggina che serviva a rifornire le mense degli ufficiali e dei soldati. Così passarono alcuni mesi in relativa tranquillità, nell’attesa del ritorno.

(continua…)

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