Siete ancora lì?

L’utilitaria è di colore rosso e sta viaggiando su una strada pesantemente trafficata.
La città è immensa. Talmente vasta da essere fatta d’interi quartieri di cui nulla si sa, tranne che hanno un nome e che ci sono migliaia di persone a viverci dentro.
“Poi c’è la cena da Mauro e Sara” sta dicendo la donna al volante. “Domani sera.”
Nell’utilitaria ci sono tre persone. La donna che guida, l’uomo accanto a lei, e un bambino seduto dietro.
L’uomo ha l’orlo delle adidas in equilibrio tra la fine del cruscotto e l’inizio della portiera, il nodo della cravatta allentato, l’espressione rilassata. Guarda di fronte a sé e “domani sera è perfetto” dice, giocando col filo d’aria che dal finestrino gli risale nelle dita. “Portiamo il vino rosso che piace a Mauro.”
Sul parabrezza posteriore è attaccato un adesivo con su scritto “Valtellina 2009, la vacanza da sogno” e un altro in cui si legge “Volcom, materiali per lo sci”. L’auto procede spedita, un galleggiante agile in una colata di lamiere.
“Il ragazzino dove lo dobbiamo portare?” chiede a questo punto l’uomo.
Ma la donna non risponde. Non subito perlomeno. Sta fissando lo specchietto retrovisore, è divenuta d’un tratto paonazza, immobilizzata in un pensiero di cui fatica a riconoscere la provenienza. Mio dio. Mio dio comincia a dire, e intanto si volta, continuando a tenere con una mano il volante, e si mette con l’altra a scuotere il ginocchio del bambino. “Alessandro” dice. “Dio mio, mi senti? Alessandro” ripete alzando la voce. “Mi senti?”
Il corpo del ragazzino assorbe le scosse e si inclina su di un fianco. Scivola sul dorso dello schienale cadendo giù come se fili invisibili avessero smesso d’un tratto di tenerlo in verticale. Pare una costruzione a cui hanno tagliato le fondamenta. Non un muscolo che si muove, le palpebre serrate. Lo si direbbe a dormire, se non fosse per quell’espressione d’innaturale sbigottimento che gli è comparsa sulla bocca mentre si accasciava.
La donna non ha smesso di guidare. Si è portata il palmo della mano a coprirsi la bocca, ha gli occhi impazziti. “O Mio Dio. O, Mio, Dio” comincia a ripetere. Si mette a cercare attorno con lo sguardo, fruga tra il cambio e il cruscotto, e senza degnare di una spiegazione l’uomo dice “il kit. Dov’ è il kit?”
Continua a tenere sotto controllo lo specchietto retrovisore e la strada di fronte, e chiede hai visto un kit nero?
“Un kit nero.” Ripete. “Tipo una valigettina di plastica semirigida.” Muovendo le mani a indicarne le dimensioni.
L’altro ripercorre le parole nella sua mente e cerca di dare loro un senso.
“Un kit nero!” Riprende la donna gridando. “L’hai visto o no un kit nero quando sei salito in macchina?”
L’uomo ha cominciato a realizzare la domanda. Si è messo a cercare, fruga sotto il sedile, nelle sacche della portiera, all’interno del cruscotto. Non ha ancora ben capito cosa stia succedendo, ma intanto cerca. “No” mormora poco convinto. E mano a mano che si rende conto che nell’auto non c’è nessun kit si mette a ripeterlo con sempre maggiore convinzione. “No, non mi sembra” dice “no. Non c’era nessun kit nero.”
“Alessandro mi senti? Svegliati” sta ripetendo la donna, la voce s’è fatta più acuta. Adesso si è messa a scuotere con violenza le gambe del bambino. Guarda la strada mentre guida, scuote le cosce del ragazzino e dice “il kit, merda. Non mi dire che ho lasciato il kit a scuola.”
“Kit kit kit” ripete l’uomo senza smettere di cercare. “Sei sicura?” chiede. “Ehi, sei sicura? Dov’era l’ultima volta che l’hai visto?”
“Dio mio santissimo, ti prego” sta mormorando la donna. Scuote le gambe del ragazzino e intanto pronuncia il suo nome e dice “ti prego ti prego ti prego fai che non succeda. Non a me. Non qui. Ti prego. Ti prego fai che non succeda.” Fissa per un momento l’uomo. Panico tra le parole. Dice: “dobbiamo chiamare un’ambulanza. Ti prego, chiama una maledetta ambulanza!” E poi dio mio ti prego, dio mio ti prego, dio mio ti prego fai che non succeda.
L’uomo sta digitando il numero, le dita gli tremano, fissa il bambino e intanto chiede alla donna “cosa devo dire? Sì, pronto?”, dice, “pronto, sì? Abbiamo un’emergenza.”
“Ipo. Digli che è in ipo!”
“Abbiamo un bambino in ipo.”
“Di tipo 1” sta continuando lei. “Ha il diabete di tipo 1 ed è in ipo.” Scuote le gambe del ragazzino e ripete a mezza voce, quasi sussurrandolo, quasi piagnucolandolo, quasi imprecandolo “Alessandro per piacere, Alessandro per piacere, Alessandro per piacere svegliati. Ti prego Alessandro svegliati!
“Ha perso coscienza” sta spiegando l’uomo al telefono. “Come? No, non è mio figlio. Non lo so! Come? Le ho detto che…” Tace un istante, poi si rivolge alla donna e chiede “da quant’è che è in ipo?”
La donna scuote la testa, agita le mani. “Dieci minuti? Cinque? Venti?”
“Non lo sappiamo” riprende l’uomo. “Dieci minuti forse, forse un quarto d’ora” continua a cercare con lo sguardo quello della donna e dice “da quant’è che abbiamo lasciato la scuola?”
L’altra sta ancora scuotendo la testa.
L’uomo ragiona un attimo, guarda nuovamente il ragazzino. Torna a parlare al telefono. “Forse venti minuti. Forse è in ipo da venti minuti, ma non ne siamo sicuri. Potrebbero anche essere meno. Siamo usciti da scuola e sembrava normale, sembrava normalissimo cristo santo, stava bene. Leggeva….” Tace. “No, è mia moglie. Mia moglie, sì! È la sua maestra. Cosa? Lo stiamo riaccompagnando…” si interrompe. “I suoi genitori sono a casa, per quello che ne so.”
Alessandro ti prego svegliati. “Alessandro ti prego. Ti prego, non farmelo, non morire. Alessandro ti prego non morire” sta dicendo la donna, e intanto tiene una mano sul volante e con l’altra non smette di scuotere il bambino.
“No” dice l’uomo, “le ho detto che il kit è rimasto a scuola!” Pausa. “Carboidrato semplice?” Fissa la donna. “Abbiamo del carboidrato semplice?” domanda con la faccia di chi non sa bene cosa stia chiedendo.
“Ha perso coscienza” dice la donna. Continua a ripetere ti prego e intanto dice “o mio dio. O mio dio ha perso coscienza. Sta morendo.”
L’uomo si volta, vede un filo di bava come un disegno di matita, un solco schiumoso che ha cominciato a scendere dalla bocca del bambino.
“Cazzo, ci serve un’ambulanza, capisce?”
Alessandro non morire. La voce della donna è divenuta un mantra indistinguibile adesso, con le lettere che si accavallano in un mugolio senza senso. Guida come in trance, in un traffico che non concede piazzole di sosta o corsie d’emergenza. Poi in un lampo di lucidità dice “dobbiamo uscire da questa strada. Dobbiamo trovare aiuto.”
Cerca con lo sguardo un appiglio tra le cime dei palazzi che sbucano oltre il gard-rail.
“Sì,” sta continuando l’uomo. “È un ragazzino. Sei, sette anni, ipo, esatto. Siamo…” si guarda attorno “dove siamo?” chiede alla moglie. Getta lo sguardo oltre il finestrino e dice “dove cazzo siamo esattamente?”
La donna ha cominciato a piangere. Intanto cerca un segno, una scritta, un’indicazione. Qualunque cosa le dia un’idea. Un nome, un’immagine.
Ed eccolo finalmente, un cartello!
Lo vede lei per prima, – è subito dopo un’uscita di cui non si riesce a leggere bene il contenuto – sul lato opposto della carreggiata, ha su scritto “MO… MON… MONT…”
“Ferma!” grida l’uomo. Indica una piazzola di sosta che è comparsa poco distante e dice “fermati! Veloce! Fermati! Vado a vedere.” E salta fuori dall’auto, e nel saltare il telefonino gli scivola dalla mano e finisce sul sedile.
È un impatto violento. Ma nello sguardo della donna diviene un rallenti irreale, una voragine abnorme che le si apre davanti per poi richiudersi in un tonfo, come se nulla fosse mai veramente successo.
Ha le sembianze di un’auto che entra in piena velocità sulle gambe dell’uomo. Le agguanta come se il paraurti fosse divenuto d’un tratto il gancio di un macello e gli spezza le tibie, trascinandosi dietro la parte inferiore del corpo.
La figura si piega, si incrina, si incurva allungandosi tra l’asfalto e il cofano. Poi il torace scardina in uno schiocco le gambe dal muso deformato dell’auto e le ruota, conficcandole in maniera innaturale nel fondo del parabrezza. Le giunture si aprono, si arcuano, saltano una dopo l’altra in una delirante parata di petardi, e all’ultimo strappo, l’anima del corpo si ribella al morso del vetro, piroetta intorno a un perno invisibile, e va a sbattere sulla superficie della carreggiata.
Avviene tutto così. In un istante impossibile da raccontare.
Dopo c’è la donna sul sedile. C’è il bambino ricoperto di bava. C’è l’uomo immobile, con la faccia aperta sull’asfalto.
“Pronto” sta dicendo la voce al telefonino, “siete ancora lì?”

5 pensieri su “Siete ancora lì?

  1. Il pensiero ci segue, le parole sono nostre; scegliamo come scriverle, come pronunciarle, come pensarle. Quandi siamo liberi è il più grande potere che ci rimane. Scrivere, pensare, recitare…

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  2. sì, sono ancora qui, con una mano alla bocca. sono una femminuccia impressionabile, abbi pazienza. ma sono anche, di nuovo, impressionata dalla tua bravura. non dico di che cosa è fatta la tua bravura: ma so perfettamente e saprei perfettamente elencarti tutti i pregi che vi vedo. te ne dico due: essenzialità e ritmo. con questi puoi raccontare qualunque cosa.

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  3. sei riuscito a rendere in modo impressionante la situazione.Tutto quello che gli scrittori desidererebbero:suscitare emozioni.
    Non si puo’ leggere il racconto infatti senza esserne partecipi.
    Bravo.

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