A fare tutto il giro della musica

di Alfonso Nannariello

I IIIIIIV

Anche se non fu così per loro, anche al tempo del fidanzamento dei miei, ci si conosceva durante un qualche raro ballo familiare.
In città, per poter allargare le loro conoscenze, far scorgere qualche amore e trovare marito, ogni domenica pomeriggio, le ragazze delle migliori famiglie organizzavano in casa un ballo. Da noi, invece, si ballava da mia zia solo una volta all’anno. Alla fine del corso di taglio e cucito, con la radio o il giradischi. Durante quei balli, gli sguardi si fissavano, e poco a poco ci si scambiava le prime parole, cercando di non farsi notare. Ballando ballando nasceva indichiarato qualche amore.

Da noi solo in quell’occasione, alzata dal suo posto, si sentiva il profumo di una donna, e tra le braccia si teneva la persona amata.
«Quando si è in ballo bisogna ballare», così di solito si dice. Ma non è sempre vero. Non sempre quando si è coinvolti in qualcosa, la cosa deve essere portata a termine per forza. Qualche eccezione si può fare. Mio padre e una sua precedente fidanzata, avuta non so quando, né per quanto tempo, si lasciarono. E tutto era in regola, tutto senza che nessuno potesse mormorare.
La possibilità di sospendere ciò che si stava facendo e considerare una cosa diversa, era permesso. Addirittura anche dopo il matrimonio, almeno così sembrerebbe stando a un nostro modo di dire grezzo e spudorato

Fèrma ‘u bàll, c’àdda p’scià la zìta
(Ferma il ballo, perché la sposa deve fare i suoi bisogni).

In verità anche da noi, quando ci si trovava impegnati in una impresa non ci si poteva tirare indietro. Figurarsi se la cosa iniziata era il matrimonio. Dopo il primo ballo degli sposi, anche a radio spenta, i piedi non potevano andare più dove e come volevano. Dovevano seguire il ritmo e l’andamento della musica rimasto fisso in mente.

Quel nostro modo di dire, era solo un modo di dire. Infatti né agli uomini, né alle donne la possibilità di fermarsi a ballo iniziato veniva mai data. E non poche volte gli ami, come in bocca ai pesci, tagliavano le labbra morse nel segreto. E nessuno mai veniva a saperlo. Tutti facevano come se tutto andasse davvero proprio bene. Infilzati al cuore, che comandava altro, in tante pungevano gli uncini. E, nonostante tutto, tutte si imponevano di mandare avanti la baracca, senza piantarla con tutti i burattini.

7 pensieri su “A fare tutto il giro della musica

  1. Caro Alfonso,
    certe culture non davano spazio alla scelta personale tra rimpianto e rimorso, e magari ancora ne danno ben poco.
    Altre recidono il problema alla base, fondendo i due concetti in una sola parola o, più probabilmente, non lasciandoli nemmeno emergere con chiarezza nelle loro differenze.
    Tutti modi per evitare perdite e sofferenze con altre sofferenze e perdite.
    Un abbraccio,
    Roberto

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  2. Caro Alfonso,
    ribadisco il mio giudizio espresso a proposito dei matrimoni “combinati” e soprattutto di quello “strano” rito del lenzuolo appeso al balcone. Mi pare che l’identità dell’individuo in una società così retriva sia totalmente annullata da una schiacciante volontà collettiva che spegne persino l’istinto alla ribellione.
    Penso che persino la sofferenza sia soffocata in fondo all’animo per non palesare il proprio dissenso e procurare, come ha scritto Roberto, nuove e più gravi sofferenze.
    Giorgina BG

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  3. Grazie, carissimi. di cuore

    credo che proprio imparando ad anestetizzare il dolore, alla fine tutto si sia ridotto di intensità. può essere che tutto sia stato considerato normale e, pertanto, accettato. una cultura, evidentemente, pur se ha meccanismi contorti, produce anche questi effetti. quasi una sublimazione: un passaggio dallo stato solido direttamente allo stato gassoso, evitando quello liquido del dolore e delle lacrime

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  4. Alfonso, hai detto bene: anestetizzare. Però chi è sotto anestesia non sente più nulla, è come se fosse morto. Una cultura che riduce così gli essere umani, quasi corpi privati della facoltà di provare sentimenti, emozioni, desideri, avversioni, dovrebbe cambiare in modo radicale i suoi principi.
    Grazie per i tuoi racconti, anche se mi rattristano molto.
    Giorgina

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  5. Caro Alfonso,
    è illuminante parlare, come fai, di sublimazione nel senso fisico del termine, nel senso cioè del salto di uno stato: per cui si passa da A a C senza che sia reso ben chiaro e visibile da un qualche rito di passaggio che c’è stato un B di mezzo.

    Cara Giorgina,
    a partire da quanto sopra, estremizzando mi sentirei di dire che, tra gli innegabili aspetti oppressivi di una società tradizionale e quelli decompressivi/depressivi di una società a secolarizzazione spinta come la nostra, la scelta non è poi così immediata come alcuni vorrebbero farci credere.

    Un caro saluto a entrambi,
    Roberto

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  6. Caro Roberto,
    hai ragione. La società attuale ha reificato e spesso mercificato l’essere umano, specialmente la donna che è sempre l’elemento più debole, checché si dica.
    Io, però, mi riferisco in modo positivo a un periodo un poco più lontano nel tempo, circa una quarantina d’anni fa e forse più, e a regioni o città italiane in cui una ragazza poteva scegliersi il fidanzato a parer suo ed anche cambiarlo se si accorgeva che “non erano fatti l’uno per l’altra”. Non veniva per questo uccisa a coltellate dall’ex fidanzato. Una ragazza poteva frequentare l’università in una città diversa dalla sua e vivere lontano dalla famiglia nel luogo degli studi senza che si mettesse in dubbio la sua moralità. Le feste da ballo erano una consuetudine molto piacevole.
    Non sto parlando di un “modus vivendi” di fantasia, ma di realtà.
    Un caro saluto
    Giorgina

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  7. siamo così, oscillanti come tutti, come sempre, come anche allora
    tra improvvisi lampi, tra intuizioni di un qualche aspetto del mondo
    e un ritrovarsi precipitati per essersi approssimati al fuoco degli dèi.

    ci sono ancora meccanismi da indagare, incluso quello della sublimazione “in senso fisico”.
    l’espressione di Roberto esplicita che ciò che era acquisito a livello mentale non era poi rielaborato a livello psicologico, passando direttamente al momento esistenziale.

    un grazie, ancora. sempre

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