Il Capitano Mario (XII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI)

L’estate con i cugini

Trascorrevamo la villeggiatura estiva in Val d’Intelvi con i cugini di Como, carissimi, con i quali andavamo d’accordo perfino sulle reciproche, inconsapevoli date delle gravidanze che iniziavano, tanto la prima quanto la seconda, singolare appuntamento, sempre a distanza di quindici giorni. Quando visitai la Carmen col suo piccolo (il primo figlio), nato nella notte, ricordo che mi disse, con le parole del cuore: “Maria, è una gran cosa!” e ci abbracciammo con lacrime di gioia. Italo, il cugino-fratello, condivideva con la stessa espressione sul viso, con lo stesso velo sugli occhi. Anticipo per me della stessa esperienza imminente.

Altrettanto doveva avvenire alla nostra seconda maternità.

È strano come fra Italo e Mario si fosse stabilito a prima vista un rapporto di reciproca simpatia, di comprensione, di fraternità, pur fra due uomini diversi per età, orientamento professionale e consuetudine di vita. Io ci pensavo con gioia, essendone il fulcro convergente e con gratitudine per questo ulteriore dono celeste.

Quando i due cuginetti, Carla e Giuliano, non camminavano ancora, stavano sempre insieme nello stesso box, oppure nelle reciproche carrozzine, affiancati, ed erano naturalmente al centro dei nostri affetti e dell’ammirazione dei villeggianti.


La prima angoscia

Ma venne per me un giorno angosciosissimo. Una mattina che mi ero portata in braccio la bambina, allora di circa dieci mesi, mi accorsi che reclinava la testolina sulla mia spalla come se fosse rimasta improvvisamente priva di forze. Corsi a casa spaventata: la piccola era pallidissima, febbricitante e respirava a fatica. Mandai a casa un fonogramma per Mario, che era a Pavia. La Carmen avvertì, contemporaneamente suo marito che era in studio a Como. Italo partì subito con la macchina e andò in cerca, per tutta la valle, di un medico. Intanto il tempo passava, interminabile, lentissimo. La padrona di casa, una contadina del luogo, venne premurosa a vedere la bimba e mi disse: “Sciura, la ghe moer”. Mi trafissero il cuore quelle parole: agonizzavo. Per fortuna arrivò Italo con un pediatra, mentre già la bambina cominciava a riprendersi: attacco di angina. La sera stessa la bambina stava già bene.

Il giorno dopo, con calma, arrivò l’ignaro padre. Stupito. Non aveva capito niente e non riuscì nemmeno a reagire alla tempesta che si scatenò su di lui da parte mia. L’avrei ammazzato. Non l’ho fatto, e così si può dire che furono superati non uno, ma due pericoli. Siano lodati il Signore e la grazia della sua Santa Madre.

L’anno seguente, in Val d’Intelvi, i bambini erano tre, perché venne da Milano un altro cuginetto, più o meno coetaneo: il figlio dell’Edoardina. Correvano sulle spianate erbose dei colli e non c’era mai verso di farli stare in posa tutti e tre insieme mentre noi ci ostinavamo a tentare di far loro una fotografia. Ma i bambini non si preoccupano di queste cose: vivono in un mondo superiore e felice, quando si sentono amati, incuranti come sono dell’importanza delle loro fotografie.

Io vedevo, riflesse in loro, le immagini felici della mia infanzia lontana, che sempre, ora più che mai, si riaffacciano numerose alle soglie dell’anima, come in un quadro d’autore particolarmente ammirato, come una musica accompagnata da un ritmo inferiore rimasto per sempre.

Il notissimo, pur breve, accenno del Vangelo ai bambini è emblematico del loro incontro con Gesù, il quale non si esprime con parole: dice soltanto ai discepoli: “Lasciateli venire a me”. Non impartisce loro insegnamento alcuno. È un incontro d’anime, nel reciproco sorriso, nell’affetto, nella spontaneità, nella libertà. Doni del Cielo.

Noi ci preoccupiamo forse troppo per loro, o forse troppo materialmente, ma in fondo tutto si riassume nel farli crescere con questi doni, mantenendo vivo in loro, come una piccola fiamma accanto all’altare,
quell’incontro d’amore.

Era un breve periodo felice quello del 1938. O almeno così sembrava. Mario era sempre allegro e la Carla si divertiva “quando faceva il matto”. Noi, a scuola, dovevamo metterci “sul piano dell’Impero”: che cosa volesse dire non l’ho ancora capito.

Era abolito il lei, sostituito dal voi. Così pure la stretta di mano, troppo poco marziale: braccio destro invece, fieramente alzato nel “saluto romano”. Il sabato (fascista) era obbligo vestire la divisa in “orbace” (che sarebbe una specie di stoffa tessuta in Sardegna, autarchica). C’erano i Littoriali della Cultura (oggi si direbbero meeting) per i giovani, a Firenze, le feste dell’uva, i premi alle belle (anche se non tanto, purché numerose) famiglie italiane. C’erano sopratutto le amene barzellette contro il regime: ma attenzione a non farsi sentire.

In realtà Mussolini era tornato da un incontro a Monaco con le grandi potenze europee, all’apice della sua gloria per aver “salvato la pace del mondo”: tutta l’Italia viveva un’allegra commedia.

Ma non durò molto la gioia di veder crescere i nostri figli in tanta (benché solo apparente) serenità.

Ben presto si sentirono lontano minacciose trombe di guerra: le dittature minacciavano di travolgere ogni diritto di popoli e cittadini ad una libera e civile convivenza umana.

Se non bastava Mussolini, ci si mise Hitler a tuonare minacce dal video [dei cinegiornali, N.d.C.] con quel ceffo che aveva qualche cosa di ripugnante, come il tono secco del suo dire imperioso. Un dittatore deve sempre avere un nemico. Mi arrivavano a scuola continue circolari, opuscoli anche illustrati, volantini che esaltavano la superiorità della razza ariana e nello stesso tempo denunciavano le malefatte secolari degli Ebrei. Io dapprima non capii: inverosimile mi sembrava la demenza folle, ma purtroppo dovetti divenirne consapevole, e per di più avevo l’ordine di trasmetterne l’insegnamento agli alunni. I messaggi finivano regolarmente intonsi nel cassetto della mia cattedra, di cui avevo la chiave, per poi passare al macero: in realtà non ebbi nessun controllo, nessuna noia. Ma con crescente amarezza da parte mia, la situazione andò sempre peggiorando. Furono promulgate le leggi antiebraiche. E io rivedo ancora nella memoria, mentre indicibilmente mi si stringeva il cuore, un bravo collega scendere curvo e triste le scale dell’istituto perché obbligato a lasciare la scuola che amava, per obbedire alla legge razzista. Nessuno gli disse una parola di rammarico di consolazione di solidarietà. Una sola parola sarebbe bastata perché non sentissi in me un senso furente di repulsione per quella vigliaccheria. Ecco a quale livello morale può essere ridotta la persona umana quando obbedisce alla dittatura!

Io avevo sempre amato amici, compagni di scuola ebrei, come fratelli. Avevo anche partecipato con loro nella sinagoga alle cerimonie funebri di qualche persona illustre. Non capivo una parola: dicevo un requiem. Una suorina mi disse un giorno che per questo sarei stata scomunicata: poverina, le avevano messo in testa questi pregiudizi; ma io ricordavo, per sentito dire in casa, che il santo papa Sarto, quand’era vescovo di Mantova, sostava spesso, durante le passeggiate con il mio altrettanto santo zio, a pregare davanti al cancello del cimitero degli Ebrei.

Ed io, a volte, mi vedevo accanto, a pregare con me, nel mio bel Sant’Andrea – specie in vista di qualche compito in classe – due mie compagne di liceo, entrambe ebree. Chissà poi che fine avranno fatto: non ci posso pensare!

Bisogna poi sapere che un altro grande Papa: Pio XII, quando venne in Italia il Führer, come capo di stato, in visita diplomatica, gli sbarrò le porte dello Stato Vaticano. E che protesse gli Ebrei dando loro asilo nella sua sede apostolica, che traboccava di rifugiati, mentre altrettanto avveniva nei conventi sparsi per l’Italia, dove furono nascosti col suo consenso. Gli fu imputato, più tardi, di non aver levato una voce di protesta, ma è ovvio che coi pazzi non si ragiona perché possono provocare guai peggiori; e poi non era ancora venuta l’ora della sacrosanta rivolta del popolo, in difesa della libertà, cantata dai poeti, esaltata dagli uomini grandi lungo i secoli della nostra storia. Non ultimo il Carducci che la chiama “la santa libertà”. E aggiunge, un po’ retorico: “Io benedico chi per lei cadea, io benedico chi per lei vivrà”.

(continua…)

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