Il Capitano Mario (XIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII)

II

Il 1939

La dittatura, come un cavallo impazzito, aveva imboccato le tragiche vie del male e precipitava verso le sue inarrestabili conseguenze. Eravamo ai prodromi del dramma che doveva sconvolgere il mondo, e intanto si viveva nell’inquietudine di sinistri presagi.

Mario era spesso richiamato alle armi in quel lontano 1939, sempre tuttavia per pochi giorni e sempre per quel pericolo di guerra che poi ogni volta risultava scongiurato per noi dell’Europa occidentale. Ma era già una continua tensione per me, che aspettavo la seconda bambina. Stavo male, anche fisicamente e soffrivo per di più nel timore che la creaturina risentisse del mio stato d’animo. Mario mi rassicurava: non dovevo assolutamente preoccuparmi – diceva – per questo.

Già dal 1o settembre 1939, annunciando la Blitzkrieg (ossia la guerra-lampo), Hitler aveva invaso la Polonia, che si difese con le cariche di cavalleria contro i carri armati e poi si era rivolto proditoriamente verso l’occidente, proseguendo rapidamente nella sua marcia, sempre vittoriosa, verso la catastrofe, purtroppo ancora lontana.

Gli Inglesi, oltre la Manica, erano decisi a resistere.

Noi avevamo dichiarato la “non belligeranza”. Qualcuno, ancora in grado di ragionare, fra i capi dello Stato maggiore delle forze armate, ma anche fra gli stessi gerarchi fascisti, cercava di persuadere il Duce a prolungarla almeno per un paio d’anni, facendogli presente la nostra assoluta impreparazione militare rispetto a quella del nostro folle alleato.

Ma invano.

E scoppiò la 2a guerra.

Il 10 giugno 1940, nella consueta coreografia delle “adunate oceaniche”, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini annunciava: “Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria: la dichiarazione di guerra oggi è stata consegnata agli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna”.

Era il calcio dell’asino alla Francia, mentre l’alleato tedesco stava entrando a Parigi. Sorpresa, sdegno e dolore fu la reazione generale. Dagli Stati Uniti il Presidente Roosvelt commentava: “La mano che stringeva il pugnale lo ha piantato nella schiena del vicino”.

Ci si vergognava, come Italiani.

Ma vent’anni di dittatura ci avevano abituato ad uno stupore passivo.

Le nostre azioni militari sul fronte ligure-piemontese durarono fortunatamente pochi giorni, bagnati tuttavia dal sangue delle prime vittime e dal pianto delle spose, delle madri, degli orfani.

La delegazione francese arrivò a Ciampino il 23 giugno a firmare l’armistizio imposto dal Führer.

Continuava tuttavia la guerra contro gli Inglesi.

LA TRAGEDIA VISSUTA

Cominciarono anni tristissimi.

Noi ne uscimmo incolumi, ma la tragedia della guerra in cui eravamo immersi e che si estendeva a macchia d’olio fino a divenire mondiale non poteva lasciarci indifferenti: erano notizie impressionanti: timori, angosce senza tregua, senza alcuna speranza di pace. Cinque anni in cui ogni alba che sorgeva sul nostro risveglio, fosse soleggiata o piovosa, non mi portava che lacrime.

E tutto per la follia di una guerra – almeno per noi – già fallita in partenza, teatro di vicende spaventose, immani, destinate a condurre l’umanità verso il peggiore precipizio: l’ultima duplice tragedia di Hiroshima e Nagasaki.

Le nostre bambine per fortuna non ne risentirono più che tanto: erano troppo piccole per comprenderne il senso universalmente tragico, ma per noi le ferite rimasero nel profondo dell’anima. Ferite anche in senso materiale, perché Mario ne ebbe una scheggia di granata nei polmoni, che tenne segreta, ma che causò gravi conseguenze postume.

Terminata sul fronte francese, la guerra riprese ben presto da parte sopra tutto dell’aviazione britannica: ogni notte, anche a più riprese, a Pavia fischiavano le sirene col lugubre suono dell’allarme. In queste condizioni io, che ero al termine della seconda gravidanza, dovevo andare a dormire in clinica per non essere bloccata dal coprifuoco.

E così nacque la Vanna.

Fu un parto difficile perché la bambina aveva superato di un chilo il peso normale e questo fu causa di un’emorragia che mi portò vicino alla morte. Avevo di fianco Mario e intorno a me tutti i medici della clinica: capivo dal loro viso tirato che la situazione era preoccupante, ma ero come avvolta da una nebbia, in uno stato di torpore e non mi accorsi nemmeno che Mario era stato accompagnato fuori dalla sala da parto.

Povero amore mio, quanto devi avere sofferto!

Ben presto comunque mi ripresi: mi diedero un caffè forte che mi fece risvegliare e mi rividi Mario vicino. La bambina era bellissima. Vennero insieme a vederla le due nonne, ma mia madre rimase scioccata perché, avvicinatasi al mio letto, non mi riconobbe se non quando le parlai. Le dissi che stavo già bene, e che ero felice: non riusciva a darsi pace, temeva che soffrissi ancora. Mi ripresi infatti prestissimo, ed ebbi in quei giorni tante attenzioni e tante manifestazioni d’affetto da commuovere.

Inutile dire quanto la bambina fosse ammirata per la sua bellezza, mentre lei, ignara di tanta gloria, con mio grande sollievo, pacificamente dormiva sempre.

Aveva appena tredici giorni quando la portai per la prima volta nella cantina del palazzo, rifugio degli inquilini durante gli allarmi ormai frequenti. Mario si preoccupava per la mia salute, perché ero molto debole, la Carla invece era felice di trovarsi insieme con gli altri bambini: era per loro la migliore occasione per divertirsi. Due anni dopo, in campagna dove non le svegliavano le sirene, la maggiore delle due sorelline, memore di quel divertimento, insegnava alla più piccola a giocare all’allarme, correndo qua e là con agitazione e andando a prendere i cappotti per rifugiarsi – presto, presto! – sotto il fienile.

Fanciullezza: prezioso scrigno di felicità perduta.

Devo dire sinceramente che anche per noi adulti fu nei rifugi che sbocciarono le nostre migliori amicizie. Ogni medaglia ha il suo rovescio.

Le bambine erano piccole: una di circa tre anni, l’altra di neppure tre mesi, quando Mario decise di partire, di nuovo volontario a mia insaputa, per la guerra.

Disse – più tardi – che, come altri colleghi erano stati richiamati, anche lui lo sarebbe stato prima o poi, e aggiunse che, quando gli altri partivano per il fronte, lui si sarebbe sentito vile a rimanere a casa.

Era il 2 gennaio 1941.

Dovetti rassegnarmi, ma questa volta con minore coraggio, ad affrontare ancora una prova: più lunga e più dura. Non mancò, molto più tardi una discussione in proposito fra noi due: discussione inutile, quando si ama. Allora ero sfinita, fisicamente e spiritualmente, e in continua preoccupazione per la responsabilità verso le bambine, che l’assenza di Mario rendeva angosciosa.

Per fortuna c’era ancora una volta mia madre accanto a me, con la sua amorosa comprensione, con la sua tenerezza, con la sua stessa presenza vigile coraggiosa e rassicurante: dono della Provvidenza.

I miei suoceri mi dicevano che ero pazza a portare la notte nel rifugio le piccole, a cui facevo prendere freddo. Lei la pensava diversamente, e scendeva con me.

Il fatto è che abitavamo all’ultimo piano di un palazzo antico situato tra due caserme, una della quali Scuola allievi ufficiali: entrambe obiettivi militari. Dal rifugio, ampio, costruito a volte, calcolavo che, vive o morte, ci avrebbero tirato fuori, come accadeva a Milano, ma, se una bomba fosse caduta nelle vicinanze, vetri spezzati, schegge, pioggia di calcinacci avrebbero spaventato o anche ferito le bambine: peggio dunque di un probabile raffreddore.

Ma non c’erano soltanto gli allarmi. Scarseggiavano i viveri, ogni genere di vestiario, la legna, il carbone per il riscaldamento, era difficile trovare il filo per cucire che io cercavo per la Nina, la nostra cara e solerte amica Nina, che arrivava spesso da Cantù, per stare un po’ con noi, con delle valige piene di vestiti da cui ricavava i grembiuli per le bambine. E cuciva, cuciva… Presenza amorosa e incoraggiante, parte della famigliola sola.

Avevamo una tessera coi punti coi quali era ridotta oltre misura ogni possibilità di acquisti, specie alimentari.

La Carla mi disse un giorno: “Mamma, ma in tempo di guerra è proibito anche fare le uova?”

Io, nelle ore libere dalla scuola, andavo ogni giorno nelle varie cascine del suburbio per comperare – a mercato nero – la farina con cui avevo imparato a fare il pane, e altri prodotti che riuscissi a ottenere. Ma il problema era quello del rientro in città. E perciò avevo escogitato un piano strategico: mandavo a ritirare la merce la domestica con le bambine, la grande tenendola per mano, l’altra spingendo la carrozzina. La piccola stava trionfalmente adagiata sui cuscini che celavano nel doppiofondo del veicolo ogni sorta di vettovaglie, sfuggenti beffarde al controllo e al sequestro degli odiati gabellieri.

In quanto agli ortaggi e alla frutta provvedeva per noi un carissimo amico: il direttore del mercato ortofrutticolo di Pavia, mandandomi lussuose abbondanti ceste di ottima verdura e frutta di cui rendevo partecipi anche i suoceri e i cognati. Mi faceva pena Alberto, poverino, che veniva ogni giorno ad elemosinare il poco pane nero che sopravanzava per noi, ma non per i suoi famelici 16 anni. Io a scuola avevo proibito ai ragazzi di portarsi la merenda quando vidi, da parte di quelli che venivano ogni giorno dalla campagna, sfoderare certe fette di pane bianco che erano un insulto per gli altri.

(continua…)

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