Un genere fragile

da qui

La canzone è un genere fragile: pochi accordi e un pugno di parole da sistemare negli stampini rigidi dei versi e delle strofe. Cosa puoi dire con mezzi così poveri? Meglio passare alla poesia o alla narrativa. Meglio riconoscere che è tutto un commercio, un modo per vivere di rendita con un successo di cinquant’anni fa: quanti cantanti ne hanno indovinata una e poi più niente? Ma i diritti d’autore fioccano e pagano. Basta con i festival e le raccolte da supermercato, si riconosca il fallimento anticipato di qualsiasi tentativo, si rinunci alle entrate immeritate di filastrocche senza senso.
O no?

A Hard Rain’s Gonna Fall
Oh, where have you been, my blue-eyed son?
Oh, where have you been, my darling young one?
I’ve stumbled on the side of twelve misty mountains,
I’ve walked and I’ve crawled on six crooked highways,
I’ve stepped in the middle of seven sad forests,
I’ve been out in front of a dozen dead oceans,
I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, and it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what did you see, my blue-eyed son?
Oh, what did you see, my darling young one?
I saw a newborn baby with wild wolves all around it
I saw a highway of diamonds with nobody on it,
I saw a black branch with blood that kept drippin’,
I saw a room full of men with their hammers a-bleedin’,
I saw a white ladder all covered with water,
I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken,
I saw guns and sharp swords in the hands of young children,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

And what did you hear, my blue-eyed son?
And what did you hear, my darling young one?
I heard the sound of a thunder, it roared out a warnin’,
Heard the roar of a wave that could drown the whole world,
Heard one hundred drummers whose hands were a-blazin’,
Heard ten thousand whisperin’ and nobody listenin’,
Heard one person starve, I heard many people laughin’,
Heard the song of a poet who died in the gutter,
Heard the sound of a clown who cried in the alley,
And it’s a hard, and it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
And it’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, who did you meet, my blue-eyed son?
Who did you meet, my darling young one?
I met a young child beside a dead pony,
I met a white man who walked a black dog,
I met a young woman whose body was burning,
I met a young girl, she gave me a rainbow,
I met one man who was wounded in love,
I met another man who was wounded with hatred,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Oh, what’ll you do now, my blue-eyed son?
Oh, what’ll you do now, my darling young one?
I’m a-goin’ back out ‘fore the rain starts a-fallin’,
I’ll walk to the depths of the deepest black forest,
Where the people are many and their hands are all empty,
Where the pellets of poison are flooding their waters,
Where the home in the valley meets the damp dirty prison,
Where the executioner’s face is always well hidden,
Where hunger is ugly, where souls are forgotten,
Where black is the color, where none is the number,
And I’ll tell it and think it and speak it and breathe it,
And reflect it from the mountain so all souls can see it,
Then I’ll stand on the ocean until I start sinkin’,
But I’ll know my song well before I start singin’,
And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard,
It’s a hard rain’s a-gonna fall.

Versione italiana di Riccardo Venturi
Una dura pioggia cadrà

E dove sei stato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Dove sei stato, mio caro ragazzo?
Ho inciampato sul fianco di dodici montagne brumose,
Ho camminato strisciato su sei strade tortuose
Sono andato dentro a sette cupe foreste,
Sono stato davanti a una dozzina di oceani morti,
Mi sono addentrato per diecimila miglia in una tomba,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai visto, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai visto, mio caro ragazzo?
Ho visto un neonato circondato dai lupi,
Ho visto un’autostrada di diamanti, ma non c’era nessuno,
Ho visto un ramo nero che stillava sangue,
Ho visto una scala bianca tutta coperta d’acqua,
Ho visto diecimila bocche che parlavano con le lingue spezzate,
Ho visto pistole e lame aguzze in mano a dei bambini,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E che cosa hai udito, figlio mio dagli occhi azzurri?
Che cosa hai udito, mio caro ragazzo?
Ho udito il rombo d’un tuono che ruggiva un allarme,
Il boato d’un’ondata che avrebbe sommerso il mondo intero,
Ho udito cento tamburini con le mani in fiamme,
Ho udito cento che sussurravano e nessuno che ascoltava,
Ho udito una persona morire di fame, e molti che ridevano,
Ho udito il canto di un poeta che moriva nelle fogne,
Ho udito il rumore di un clown che piangeva nel vicolo,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

E chi hai incontrato, figlio mio dagli occhi azzurri?
Chi hai incontrato, mio caro ragazzo?
Ho incontrato un bambino accanto a un cavallino morto,
Un uomo bianco che portava a spasso un cane nero,
Ho incontrato una ragazza col corpo che bruciava,
Ho incontrato una bambina che mi ha dato un arcobaleno,
Ho incontrato un uomo ferito in amore,
Ho incontrato un altro uomo ferito d’odio,
E una dura, una dura, una dura, una dura
Una dura pioggia cadrà.

E che farai adesso, figlio mio dagli occhi azzurri,
Che farai adesso, mio caro ragazzo?
Me ne tornerò indietro prima che cominci a piovere,
Andrò nel profondo della più buia foresta,
Dove c’è tanta gente con le mani vuote,
Dove le pillole di veleno straripan le loro acque,
Dove la casa nella valle è come una sporca e umida prigione,
Dove il volto del boia è sempre ben nascosto,
Dove la fame è brutta, dove le anime sono dimenticate,
Dove nero è il colore, dove zero è il numero,
E lo dirò, e lo penserò, e lo affermerò, lo respirerò,
E lo rifletterò da una montagna, così che tutti lo vedano,
Poi starò sull’oceano finché non comincerò a affondare,
Ma conosco bene la mia canzone prima di cominciare a cantare,
E una dura, una dura, una dura, una dura,
Una dura pioggia cadrà.

21 pensieri su “Un genere fragile

  1. e i gingle televisivi? altre miniere d’oro fatte dal nulla di tre note in croce; ne azzecchi uno, basta che passi in tv per qualche minuto al giorno, e sei a posto per la vita.

    e pensare che un tempo, per strada, si canticchiavano cosette come “là ci darem la mano” o “che gelida manina”, autorucoli da nulla il signor mozart e il giacomino nazionale firmavano le canzonette di allora.

    un abbraccio, fabry

    f&r

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  2. Ma che vuol dire “è tutto un commercio”? Stavolta proprio non ti seguo caro Fabrizio. Coincidenza vuole che abbia sul blog un frammento preso da un articolo che avrebbe molto da dire a tale riguardo, ma in ogni caso non si liquidano così certe questioni.

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  3. “… si rinunci alle entrate immeritate di filastrocche senza senso”
    Volentieri ma non penso sia possibile, possiamo farne una questione di etica e di morale ma poi si pensa al pane in tavola, alla casa, agli agi e a tutto ciò che questa rendita può dare senza affaticarsi troppo.
    La fortuna è una dea bendata ma una volta che ti ha abbracciato perchè bendarsi e scacciarla via? Può non avere un senso reale, ma di fatto assicura un benessere che forse prima era sconosciuto e sconosciuto sarà ai più, ma ha senso rinunciare? Sarà duro e infelice quel che dico, ma la morale non porta il piatto in tavola, però ti guardi allo specchio ogni mattina, sacrosanta verità: ma domani potresti non avere più lo specchio in cui guardarti;-)
    SM

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  4. Sara’ l’ora ma faccio fatica a cogliere dove il post voglia davvero andare a parare.
    Avendo imparato a conoscere don Fabrizio dai suoi scritti sul blog, ritengo sia una provocazione.
    Vito Mancuso su LPELS si e’ chiesto se faccia bene a pubblicare con Mondadori.
    Don Fabrizio apparentemente condanna le canzonette, ma accompagna la sua riflessione sul GENERE FRAGILE con un video audio di Bob Dylan, autore di testi di denuncia.
    La musica leggera puo’ avere il suo peso e veicolare messaggi che altrimenti non arriverebbero al grande pubblico.
    Ci sono fior di musicisti che non sopravvivevano suonando generi elitari e quindi sono approdati al pop che gli ha fatto mettere il piatto in tavola e pagare il mutuo e poi magari li ha arricchiti. Non ci vedo nulla di male se non si svendono snaturando i propri contenuti. Certo mi danno da pensare se – come si dice ultimamente di Vasco – fanno tanto i contestatori del sistema ma poi vi sono dentro fino al collo nell’usarne i mezzi illeciti per eludere le tasse con finte societa’ di comodo con cui garantirsi yacht e beni di lusso all’estero…Se vuole il mio modesto parere, don Fabrizio, usi pure un mezzo discusso se il suo fine e’ lecito: se glielo proponessero, scriva pure un testo per una canzone o pubblichi con Mondadori se vuole comunicare cose serie che vale la pena di far conoscere. Se intende sragionare, invece, rimanga qui fra noi quattro amici al bar (si fa per dire)!
    Con immutata Ammirazione ed Amicizia,
    A.A.

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  5. Si’, grazie, in effetti i nostri commenti si sono incrociati. La sua risposta mi ha confermato quanto pensavo. Vada per il Nobel a Bob Dylan, dopo quello dato ad Obama… O no? 😉
    Ora La lascio all’abbraccio di Morfeo.
    A.A. amico anonimo

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  6. In effetti un Nobel, se non fosse a rischio di screditamento pure quello, lo meriterebbe uno dei miti della mia generazione e non solo.
    Ma non è proprio la fragilità il cavallo sul quale puntare? E non mi riferisco solo alle note e agli spartiti del post.
    Altrove leggevo di un uomo importante che, divenuto anziano, è come un bambino.
    Ma la sua forza e il messaggio che trapassa è in questa sua nuova condizione.
    Secondo la buonanima di Nietzsche (nella sua opera forse più celebre): “tutto l’effimero – è solo un simbolo ” , rimandando ad un mondo nel quale “la Realtà è al di sopra del mondo e dell’uomo”.
    Chiedo venia Fabrizio, non avevo intenzione di essere pesante.

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  7. Ehi, cominciano a capire che sei un imbroglione, vuol dire che fino qui hai lavorato bene.
    Il nobel a Dylan è peggio delle royalties miliardarie, è un modo ulteriore di neutralizzare ciò in cui credeva, vecchio trucco, ci han provato anche con Obama, ancora nessuno che rispedisca indietro il premio?

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  8. si vede che non hai letto Pret(re) à portér, Mario:
    dico precisamente questo:-)
    d’altra parte, persino nel cattolicesimo più retrivo ( e se ne vede ancora in giro),
    l’idea stessa di premio comincia a puzzare.

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  9. ho una canzone ancora da scrivere
    per un prodotto che devo lanciare
    ho una musica per uncinarti il cuore
    in cima a una lenza
    che non puoi più sbrogliare.

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  10. Io l’ho letto! bellissimo.

    mi pare che anche Vado dica cosa pensi del premio, che sia Nobel o Paradiso ha poca importanza.

    Un abbraccio, fabry

    f&r

    Nobel per la pace

    Darei il Nobel per la pace ai poveri che non prendono le armi. A chi non ha da mangiare e muore in silenzio, nell’indifferenza generale. Che l’Accademia scelga tra i fantasmi nascosti negli angoli oscuri della storia, tra le voci che vorrebbero urlare e invece osservano mute la mano del passante. Rabbrividisco pensando alla consegna del premio prestigioso: mi tornano alla mente le mani tese dei mendicanti della terra, le richieste timide, querule, aggressive, la voce potente della fame che scardina il mondo dalle fondamenta. Nessuno se ne accorge, distratto dal rumore dell’aspirapolvere, del phon, del forno a microonde. Dal rumore assordante del potere armato del denaro.

    Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter, Effatà, p.127

    Vado

    E se tutto fosse inutile, il tempo donato, la fatica, la tensione che sembra diventare urlo, ma può solo stringere i vasi sanguigni, il flusso delle arterie, fino a quando, un giorno, sentirò lo schianto nel cervello e resterà la smorfia della bocca che ho sempre temuto di vedere? Gli impegni, i progetti, le scadenze che mi assediano come le giravolte degli indiani nei film che guardavo da bambino, l’appuntamento che ricordo all’improvviso, quello che la stanchezza mi ha fatto tralasciare, la rinuncia allo sguardo che mi attrae, all’abbraccio che sembra promettermi il riposo, la rissa per difendere il debole, quella per respingere il povero violento o quello ubriaco; se tutto l’amore, se l’abnegazione che metto ogni giorno in ogni singolo gesto della vita, il respiro affannoso, l’eterno mal di testa, l’incubo costante di non farcela, se tutto, tutto, fosse solo un sogno, un’illusione, l’attesa di finire nel grembo inconsapevole di un silenzio irreversibile, farei ancora un gesto, direi ancora una parola, muoverei ancora un passo in questo mio morire quotidiano? Ecco, suonano alla porta. Vado, comunque sia, qualunque faccia abbia il futuro che mi cerca.

    Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter, Effatà,p.64

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  11. Ho acquistato, letto e propagandato il suo libro, don Fabrizio, proprio per questo avevo citato il Nobel ad Obama, ma stavolta Lei non ha colto il mio 😉 e l’accento sullo “O no”…Ma l’ora era tarda per tutti noi.
    Amichevolmente Anonimo forever

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  12. In genere in questa societa’ corrotta si suole premiare e promuovere i raccomandati.
    Se il premio o la promozione va ad un meritevole, ha sicuramente un’altra faccia della medaglia: in realta’ e’ per punirlo e segargli la carriera, spedendolo altrove in un angolo morto.
    Don Fabrizio, le auguro di non essere mai promosso in questo senso e di invecchiare come un personaggio che stimo molto.
    La fragilita’ di Mandela anziano mi commuove, ma rivela che sotto c’e’ un vero combattente.
    Come del resto, mi sembra di aver capito dal libro, fosse anche il suo pretre a porter.
    Sulle di lui orme, non molli mai e rivoluzioni il pezzo di mondo affidatoLe, con i pochi mezzi che ha (cinque pani e due pesci) e con la fragilita’ che predilige.

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