Aemulationes

Amelia Rosselli

Se per il vino che avevo bevuto fino a tarda sera barcollavo con le mani

nelle capella e sbattevo contro dei pali della luce, contro delle gomita

dei viandanti che mi contemplavano dalla bottega del uva; se perseguitavo

i miei deliri dentro della gabbia dell’ordine, dentro della prigione squamosa

dei miei diti giovanili col mio sguardo colmo di sequoie; se il carrozziere

della rivoluzione segava e saldava il pane dei poveri molto puzzolente car

il sciovinista ha il tempo da perdere; se casualmente mi ritrovavo a sborsare

più del dovuto contro del mio volere depositando così tanto arrabbiatamente Continua a leggere

Tra due golfi

da qui

E se fosse questo il centro del mondo? Se la storia di ogni essere vivente finisse per specchiarsi qui, nel golfo di Sirolo, per comprendersi davvero? Se il muso mite del Conero, appoggiato sul mare, fosse in realtà un oracolo, una Sibilla incaricata di emettere responsi sul destino che attende dietro l’angolo? Vedo un gommone rimbalzare sulle onde, avanti a me, come un cavallo imbizzarrito, indifferente alla solennità del luogo, rapito nell’ebbrezza acerba della velocità. E’ il dilemma eterno fra contemplazione e azione, la prova che la vita è sospesa tra due golfi, sotto lo sguardo da sfinge muta del Conero-Sibilla.

Nuove armi

di Domenico Lombardini

Gli effetti immediati di una guerra, a prescindere dall’oggettività delle fonti giornalistiche in loco e dalla reale possibilità che queste hanno di riferire sugli eventi bellici, sono spesso riportati in termini ponderali, quindi misurabili: numero di morti e di feriti, danni agli edifici e alle infrastrutture, ecc. Un simile approccio è ben più problematico, invece, quando gli effetti sotto studio sono quelli a lungo termine sulla salute dei sopravvissuti. Questo è in gran parte dovuto alla difficoltà intrinseca di studi condotti sul posto, che sono invìsi alle forze occupanti, e alla natura stessa di questi studi, i quali necessitano di lunghi periodi di follow-up, un numero elevato di campioni, personale altamente specializzato per la raccolta dei dati ecc. Un gruppo di ricercatori italiani ed esteri ha appena pubblicato su una rivista scientifica internazionale i risultati di una ricerca, del tutto inedita come approccio e sui generis, sugli effetti delle nuove armi usate dall’esercito israeliano a Gaza nelle operazioni militari del 2006 e 2009, e i dati che ne derivano sono allarmanti. Continua a leggere

Tracce

da qui

Per la prima volta, dal golfo di Sirolo, ho osservato a lungo il riflesso solare sulla tavola d’acqua increspata da una corrente appena percettibile. Ho sorpreso grumi di stelle in movimento, luci tremanti e vive, segnali di una realtà da decifrare. Ho capito che il mare è un cielo capovolto trafitto da stelle incorruttibili, tracce di una verità sepolta che a uno sguardo attento si trasforma in strada, come la scia di barche che planano sulla lastra di cristallo fino a perdersi o trovarsi giù in fondo, nella nebbia.

Tutta questa bellezza inutile

di

ALESSANDRO CARRERA

Una donna sta percorrendo il corridoio di un museo, fermandosi a osservare quadri e statue. Tra la forte compostezza dell’arte romana si sente piccola; poi svolta nell’ala del Rinascimento e le figure della più idealizzata bellezza che mai sia stata immaginata torreggiano sopra di lei, ma le sono familiari, e non ha la sensazione che la tengano lontana. Si spinge fino alla sala dei preraffaelliti, con le loro fanciulle ellenizzate che scendono lunghe scale dirette a qualche segreta cerimonia, e percepisce lo sforzo del pittore di far tornare indietro il tempo, perché la bellezza descritta in quei quadri è impossibile, e dovrebbe esistere solo nel passato. Poi la donna volge lo sguardo al compagno che la vita le ha concesso e non può trattenersi dal compararlo alle forme che ha appena visto. Non c’è modo di redimere la povera figura di quell’uomo vivo di fronte a tanto dispiego di bellezza inutile. Ora che è disturbata dalle imperfezioni del suo accompagnatore, dalle sue membra men che proporzionate, dalle superfluità della sua circonferenza, alla donna non resta che immaginare come si viveva all’epoca in cui quei quadri furono dipinti, quando storia e leggenda erano in rotta di collisione, il tempo storico aveva ingaggiato una guerra gioiosa con l’alone di una possibile assenza di storia, e i colori si mescolavano sul campo di battaglia senza distinguere amici e nemici, come i cavalli e i cavalieri di Paolo Uccello. Continua a leggere

Interno coniugale

di Alfonso Nannariello

IIIIIIIV VVIVII

Anche se mia madre era donna di casa, anche se era del ‘26 e papà del ‘13, un poco con lui già si conosceva. Le famiglie avevano la stessa attività e posizione, erano da qualche tempo della stessa “corporazione” di artigiani, dei muratori. Fu certo per questo che quando papà la chiese l’ottenne in moglie.
Mio padre e mia madre si scambiarono gli anelli di fidanzamento, ma non so se con qualche ufficialità, davanti alle due famiglie. Il suo papà lo conservò in un suo tiretto dell’armadio della sua camera, con un suo cappello a falde larghe e delle cravatte che usava allora. Lo teneva in una custodia che sembrava di guscio di conchiglia. Era quadrato con sopra incise le sue iniziali LN. Mamma lo teneva sempre al dito, anche dopo sposata. Lo perse facendo qualcosa in casa. Continua a leggere

Portami rispetto

di Errico Buonanno

A parte il governo nazionale, pochi potrebbero nutrire dei dubbi sul fatto che le grandi inchieste letterarie sul tema della malavita organizzata abbiano fatto un certo bene alla società civile. Quello che emerge lentamente è che ne ha persino guadagnato la fiction, che non soltanto ritorna sul tema, ma si è liberata in quattro e quattr’otto della zavorra più insipida, ritrita e rischiosa del romanzo di mafia: l’afflato romantico. Prendiamo un esordio ben riuscito, un romanzo noir della Rizzoli: “Portami rispetto”. Un titolo senza alcuna epica. Continua a leggere

Che sarà

da qui

Arrivo a Loreto allo stremo delle forze. Dovrei chiamare Linnio, che sta a Osimo, ci teniamo entrambi a incontrarci di persona. Non ho l’energia per comporre il numero, però. Così ho deciso di mettere la cosa nelle mani della provvidenza: se legge questo articolo e mi manda un cenno, vuol dire che è la volta buona, altrimenti sarà per un altr’anno, o un’altra vita. Perché la vita è questo: avvicinarsi senza mai incontrarsi veramente, il simbolo di un appuntamento che si realizzerà alla fine, quando la sceneggiata si sarà conclusa. Non dire così, lo sai che si gioca nel presente, la partita. Sì, lo so. Scendo nella piazza, c’è qualche persona sola che passeggia, come me. Le persone sole sono tristi. Mi sembra che uno mi segua in modo strano: che si sarà messo in testa? Guardo i passanti solitari con la certezza di essere diverso: loro non sanno che ci sei anche tu, non immaginano che stiamo conversando. Mi affaccio alla terrazza che spazia sulla campagna e il mare e il Conero che troneggia sullo sfondo: è bello ritrovarci qui, dirci ancora una volta quanto sono belle tutte queste luci.

Arieti di mare

di Antonio Sparzani

Ma che saranno mai gli arieti di mare? Eppure così dice, letteralmente, Gottfried Benn, Meerwidder, e non v’è dubbio che Widder indichi l’ariete, il maschio della pecora, simbolo tra l’altro di una prestigiosa costellazione (qui ad esempio), segno di fuoco, grande energia.
Mi è venuta incontro fin da adolescente questa parola, quando ancora liceale comperai (costava lire quattrocentocinquanta), e ancora l’ho qui tra le mani, un libro di Hugo Friedrich, La lirica moderna, (Garzanti 1958, copertina blu, scritte bianche e rosse, ricordate, serie “saper tutto”!). Mi attirò molto quel piccolo volume, lo lessi con adolescente avidità, saltando qua e là per la fretta di arrivare in fondo, a leggere la breve antologia di liriche che conteneva nell’ultima parte, Apollinaire, Valery, . . . , Garcia Lorca, Alberti, . . . , T. S. Eliot, Benn, ecc., léggere, sì, con un po’ dell’emozione di conoscere e forse imparare ad amare le prime poesie che provenivano d’oltre confine, Garcia Lorca di certo, c’erano i quarantacinque giri, in quegli anni, incisi da Arnoldo Foà, quella sua voce densa e sicura, col lamento per la morte di Ignacio, corpo presente, anima assente ( «… no te conoce el toro ni la higuera, / ni caballo, ni hormigas de tu casa, / no te conoce el niño ni la tarde / porque te has muerto para siempre …»), che strazio di viscere … insomma primi amori poetici, io poi già allora avrei voluto sapere tutte le lingue del mondo e invece, allora, masticavo quel po’ di francese imparato alle medie e due parole di tedesco imparate da certi cugini ferraresi. E Benn mi incuriosiva proprio, con quell’onda della notte, perché è bella l’immagine dell’onda della notte, la notte si gonfia e ha una pancia enorme nella quale fa rotolare tutto quel che contiene, compresi gli arieti di mare, ascoltate:

Welle der Nacht

Welle der Nacht ‒, Meerwidder und Delphine
mit Hyacinthos leichtbewegter Last,
die Lorbeerrosen und die Travertine
weh’n um den leeren istrischen Palast.

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Provocazione in forma d’apologo 172

Il melanoma è una brutta bestia, di cui una vegetazione sempre crescente di nevi mi rende probabile vittima. In particolare la mia schiena, più che una carta geografica, è un vero e proprio plastico in continua e minacciosa evoluzione. Non per nulla ormai da molto tempo sono inserito in un programma specialistico di monitoraggio, che prevede, oltre alle visite programmate in base alla situazione individuale, l’accesso immediato ad un servizio d’urgenza. Anzi prevedeva: da alcuni anni le visite sono state diradate ope legis, ed il servizio d’urgenza è stato semplicemente abolito.
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Titos Patrikios. Due poesie


(Titos Patrikios)

Tombaroli

E se di questi tempi ti puzzano di cadavere i poeti
è perché di notte girano per i cimiteri come tombaroli
frugando tra i morti per trovare almeno un briciolo di verità.

Maggio 1956 Continua a leggere

Risposta di Vito Mancuso alla Mondadori

Cara Mondadori, per le leggi il tuo sarto è proprio su misura

Cara Arnoldo Mondadori Editore, penso sia capitato a pochi di venire chiamato per nome da un’entità impersonale come una Società per Azioni, com’è avvenuto ieri a me con la Vostra lettera: “Caro Mancuso… firmato: Arnoldo Mondadori Editore”. Ora sono un po’ a disagio perché non so bene come rispondere (come ci si rivolge a una SpA?) e se uso l’antiquato Voi è perché non trovo di meglio.

Sento però che già in questa Vostra confusione di generi letterari tra l’epistola, dove ci si rivolge all’interlocutore in modo personale e si firma in prima persona, e il comunicato ufficiale, che non conosce legami e firma istituzionalmente, c’è qualcosa di stonato. Tanto più se si considera che a essere in gioco è un’editrice che fa della letteratura e della poesia, e dei rapporti personali con gli autori, il suo punto forte. Continua a leggere

Mi pare si chiamasse

da qui

Potrei scrivere una storia straordinaria. Per esempio: il governo decide di cambiare rotta, annulla i privilegi, costituisce un Ministero delle disgrazie della gente, della disperazione di chi si vede costretto, da un momento all’altro, a mangiare alla mensa della Caritas. Il paese rimane spiazzato, si stropiccia gli occhi e si pizzica per verificare che non sia solo un sogno. Si va al bar a discutere la cosa, il caffè è meno amaro e costa meno, perché il barista si sente investito da un’improvvisa compassione. Il nuovo spirito contagia tutti: i governi mondiali gareggiano per dimostrarsi all’altezza di una politica finalmente rinnovata, nasce un nuovo impero romano della legalità e della giustizia, della fraternità e della coscienza. La chiesa ha un nuovo impulso, si moltiplicano i santi e nel mondo fiorisce un sentimento di cui si era persa la memoria: mi pare si chiamasse gioia o felicità.
Mi stropiccio gli occhi, vado al bar a prendere un caffè: all’orecchio arrivano bestemmie e imprecazioni. Uscendo, sento il barista protestare perché non ho lasciato i dieci centesimi di mancia.

Pro/vocazioni. Dieci domande a scrittori e poeti italiani. 10# ANNA LAMBERTI BOCCONI

a cura di Franz Krauspenhaar

Dieci domande secche (o delle 100 pistole) a scrittori e poeti italiani. Sempre le stesse domande per tutti, non si scappa. Scrittori e poeti giovani e meno giovani, famosi e poco conosciuti. Domande provocatorie (forse) sulla vocazione letteraria. Uno spaccato, un ritratto, un modo di vederci più chiaro, uno spunto per approfondire una conoscenza. Uomini e donne che fanno della loro vita un romanzo non solo da continuare a vivere ma anche da continuare a scrivere. O sotto altre forme della scrittura, come la poesia. Un modo per essere al mondo ed esprimere non solo se stessi ma proprio questo mondo che noi siamo e allo stesso tempo ci contiene.

Sei una scrittrice. Chi te lo fa fare?

E’ la cosa migliore che so fare; me lo fa fare la voglia di dare qualcosa di buono al mondo. Continua a leggere

Un genere fragile

da qui

La canzone è un genere fragile: pochi accordi e un pugno di parole da sistemare negli stampini rigidi dei versi e delle strofe. Cosa puoi dire con mezzi così poveri? Meglio passare alla poesia o alla narrativa. Meglio riconoscere che è tutto un commercio, un modo per vivere di rendita con un successo di cinquant’anni fa: quanti cantanti ne hanno indovinata una e poi più niente? Ma i diritti d’autore fioccano e pagano. Basta con i festival e le raccolte da supermercato, si riconosca il fallimento anticipato di qualsiasi tentativo, si rinunci alle entrate immeritate di filastrocche senza senso.
O no? Continua a leggere

Nancy Morejón. Madre


(Tina Modotti. Mani che lavano i panni)

Nancy Morejón. Madre

Mia madre non ebbe giardino
ma isole rocciose
galleggianti, sotto il sole,
con i loro coralli delicati.
Non ci fu un ramo pulito
nella sua pupilla ma molto garrote.
Che tempi quelli quando correva, scalza, sulla calce degli orfanotrofi
e non sapeva ridere
e non poteva nemmeno guardare l’orizzonte. Continua a leggere

Il Capitano Mario (XIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII)

II

Il 1939

La dittatura, come un cavallo impazzito, aveva imboccato le tragiche vie del male e precipitava verso le sue inarrestabili conseguenze. Eravamo ai prodromi del dramma che doveva sconvolgere il mondo, e intanto si viveva nell’inquietudine di sinistri presagi.

Mario era spesso richiamato alle armi in quel lontano 1939, sempre tuttavia per pochi giorni e sempre per quel pericolo di guerra che poi ogni volta risultava scongiurato per noi dell’Europa occidentale. Ma era già una continua tensione per me, che aspettavo la seconda bambina. Stavo male, anche fisicamente e soffrivo per di più nel timore che la creaturina risentisse del mio stato d’animo. Mario mi rassicurava: non dovevo assolutamente preoccuparmi – diceva – per questo.

Già dal 1o settembre 1939, annunciando la Blitzkrieg (ossia la guerra-lampo), Hitler aveva invaso la Polonia, che si difese con le cariche di cavalleria contro i carri armati e poi si era rivolto proditoriamente verso l’occidente, proseguendo rapidamente nella sua marcia, sempre vittoriosa, verso la catastrofe, purtroppo ancora lontana.

Gli Inglesi, oltre la Manica, erano decisi a resistere.

Noi avevamo dichiarato la “non belligeranza”. Qualcuno, ancora in grado di ragionare, fra i capi dello Stato maggiore delle forze armate, ma anche fra gli stessi gerarchi fascisti, cercava di persuadere il Duce a prolungarla almeno per un paio d’anni, facendogli presente la nostra assoluta impreparazione militare rispetto a quella del nostro folle alleato.

Ma invano.

E scoppiò la 2a guerra.
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Io, autore Mondadori e lo scandalo “ad aziendam”

di Vito Mancuso

Da quando ho letto l´articolo di Massimo Giannini giovedì scorso 19 agosto non ho potuto smettere di pensarci. Ho provato a fare altro e a concentrarmi sul mio lavoro, ma dato che in questi giorni esso consiste proprio nella stesura del nuovo libro che a breve dovrei consegnare alla Mondadori, mi è sempre risultato impossibile distogliere dalla mente i pensieri abbastanza cupi che vi si affacciavano. La domanda era sempre quella: come posso adesso, se quello che scrive Giannini corrisponde al vero, continuare a pubblicare con la Mondadori e rimanere a posto con la mia coscienza? Come posso fondare il mio pensiero sul bene e sulla giustizia, e poi contribuire al programma editoriale di un´azienda che a quanto pare, godendo di favori parlamentari ed extra-parlamentari, pagherebbe al fisco solo una minima parte (8,6 milioni versati) di un antico ed enorme debito (350 milioni dovuti)? Come posso fare dell´etica la stella polare della mia teologia e poi pubblicare i miei libri con un´azienda che non solo dell´etica ma anche del diritto mostrerebbe, in questo caso, una concezione alquanto singolare? Continua a leggere

In morte di Cossiga, di Ivan Carozzi

Me ne vado tra i pellerossa
o tra i mammutones
Il fatto è che sono già sottile sottile
e fatico a pensare, a ricordare
Con tutte le accuse e gli insulti che si levano in rete
come frecce
io mi ci soffio il naso
che già mi cola di liquidi nerastri
sulla camicia azzurra stirata di Presidente pensionato
La connessione fra me e voi si fa sempre più lenta e disturbata Continua a leggere

L’essenziale

da qui

Nella mia stanza ci sono cose inutili: una crema per mani, sempre scaduta quando sarebbe necessaria; un pettine con i denti troppo grandi; una confezione di borotalco Robert’s per le macchie, mai usato per sfiducia nella bontà del metodo; un nastro adesivo per pacchi, sommerso da altri oggetti; pile da 1,5 volts accomunate nello stesso destino di rovina; tappi per le orecchie inservibili perché mi condurrebbero dritto all’otorino; pennarelli per i cartelloni delle messe che si seccano perché sfruttati due o tre volte l’anno; puntine arrugginite, essendo ogni angolo impegnato da icone o da fotografie. Qual è il senso di un universo umano in cui l’essenziale si riduce a libri, penne e lampadario? Potrei rinunciare perfino all’orologio, perché mi chiamano ogni volta che gli occorro: è allora che provo un senso di superiorità sul borotalco e le pile, il pettine e il nastro per pacchi mai inviati. Eppure farò la loro fine: sarà l’essenziale a spiegarmi chi sia e cosa vuole da me, suo servo inutile.