Nuovo intervento di Vito Mancuso sul caso Mondadori

Cari amici di Mondadori, preferisco la giustizia

Giornali, radio, siti, tv, non vi è stato mezzo di comunicazione che non abbia ripreso e alimentato il dibattito sviluppatosi in seguito al mio articolo del 21 agosto “Io autore Mondadori e lo scandalo ad aziendam”. Naturalmente ognuno ha detto la sua, sia in merito alla questione in sé sia a me che l’avevo sollevata, facendomi provare l’ebbrezza di un viaggio sulle montagne russe della psiche col passare da coscienza profetica a povero ingenuo, da eroe coraggioso a ipocrita opportunista. Su quest’ultimo aspetto non ho nulla da replicare, registro solo lo spettacolo di individui così incapaci di prescindere dall’ego e concentrarsi sulle cose in sé da risultare impossibilitati a concepire che qualcuno faccia qualcosa senza volerci guadagnare. Molto più interessante è la dimensione oggettiva della questione, che ritengo di poter riassumere come segue.

1. Esistenza del problema: il problema da me sollevato esiste, non è per nulla nuovo perché risale al 1993 cioè a quando il proprietario della Mondadori entrò in politica, e spesso riaffiora come i sintomi di una malattia non curata. Persino i giornali e le tv (Tg1) che ne hanno sostenuto l’inesistenza in realtà col loro zelo hanno confermato che esiste, perché non si dedicano pagine e minuti preziosi a un falso problema.

Si fa così solo con un problema vero di cui si vuole sostenere capziosamente la falsità.

2. Essenza del problema: nella sua specificità il problema
consiste in quell’immenso agglomerato di potere che (caso unico in occidente) fa capo all’attuale premier e che genera il nodo da tutti conosciuto come “conflitto di interessi”. Se il Gruppo Mondadori non fosse “sua” proprietà, la discutibile legge ad aziendam voluta dal “suo” governo rientrerebbe al massimo nelle normali pressioni che le singole lobby esercitano in ogni democrazia di libero mercato. Purtroppo però la proprietà del Gruppo Mondadori e la guida del governo coincidono, il che conduce chi riflette in modo disinteressato a non poter evitare di associare la legge di cui ha beneficiato il “suo” gruppo editoriale (pagando solo 8,6 milioni invece di 350) alle altre leggi ad personam finora volute dal “suo” governo, compresa la legge-bavaglio contro la libertà di stampa e il progetto di legge sul processo breve.

3. Prospettive di soluzione del problema: Eugenio Scalfari (le cui parole affettuose ricambio con gratitudine) affermava in risposta al mio articolo che il problema “si combatte politicamente”. È vero, ma mi permetto di replicare che la politica, come l’essere secondo Aristotele, “si dice in molti modi”, non tutti riservati ai politici di professione. Uno di questi modi è la pubblicazione che, come dice la stessa parola, è un gesto pubblico, spesso non privo di risvolti politici e mai privo di risvolti economici, soprattutto per autori da primi posti della classifica vendite.

In questa prospettiva io chiedo due cose: A) l’autore ha il dovere di verificare la correttezza etica (e non solo giuridica) del proprio editore? B) l’autore ha il dovere di chiedersi quali investimenti sostiene con il profitto da lui generato?

A entrambe le domande si può rispondere di no, che un tale dovere dell’autore non c’è, sostenendo da un lato che l’autore si deve preoccupare solo della libertà di esprimere le proprie idee, del prestigio del catalogo, della professionalità dei funzionari editoriali e basta, e dall’altro lato che ciò che conta per lui è unicamente la capacità di promozione, distribuzione e vendita dell’editrice alla quale affida il suo testo. Molti degli autori del Gruppo Mondadori intervenuti a seguito del mio articolo hanno sostenuto in parte o per intero queste prospettive, compresi Eugenio Scalfari, Corrado Augias e Adriano Prosperi. Mentre nessuno si è posto la domanda B, nella risposta alla domanda A Scalfari ha distinto gli attuali dirigenti che guidano l’Einaudi dalla proprietà da cui i medesimi dirigenti dipendono, Augias ha dichiarato che il suo rapporto con la Mondadori “non è con una marca ma con uomini”, Prosperi è stato il più duro giungendo a negare la stessa pertinenza del problema: “Mettersi ad aprire una discussione in termini moral-editoriali lascia il tempo che trova”.

Io non sono d’accordo. Io penso che discutere pubblicamente delle pubblicazioni sia qualcosa di molto utile se non un dovere, e penso che alle due domande poste sopra si debba rispondere con un netto sì: l’autore ha il dovere di vagliare la correttezza etica della sua editrice (e del Gruppo al quale essa fa capo) e si deve chiedere a quali investimenti contribuisce con il profitto generato dalle vendite delle sue opere. Naturalmente mi posso sbagliare, posso essere ingenuo e mancare di realismo, ma questo è il mio pensiero. Il quale ritengo valga soprattutto per quegli autori che scrivono di etica, di politica, di filosofia e che sono giunti grazie al valore del proprio lavoro a vedersi riconosciuto il ruolo pubblico di “intellettuali”, svolgendo così un compito abbastanza delicato verso la società.

Penso sarebbe auspicabile che tutti gli autori fossero attivi nel cercare di arginare l’immenso conflitto di interessi del quale da quasi un ventennio tutti noi italiani (di destra, di centro, di sinistra non importa) siamo prigionieri, ma so bene che non tutti possono sempre permettersi questa battaglia, perché esprimere pubblicamente il proprio pensiero è un privilegio abbastanza raro. Primum vivere deinde philosophari, questa antica massima di saggezza vale per tutti, nessuno è chiamato a fare l’eroe. Per quanto mi riguarda poter esprimere liberamente il mio pensiero coincide con la possibilità di “combattere la buona battaglia”, per riprendere la celebre espressione di san Paolo. Naturalmente non condanno nessuno né chiamo nessuno a crociate, mi permetto solo di dire che provo ammirazione per tutti quegli intellettuali che, potendo permetterselo, evitano di contribuire con i proventi delle loro opere a finanziare quel conflitto di interessi che è “la madre di tutti i problemi”.

Sono consapevole altresì che ognuno si sceglie le battaglie ideali come meglio crede e io non intendo insegnare nulla a nessuno, tanto meno alle insigni personalità che in questo articolo ho chiamato in causa, cerco solo di dare il mio contributo perché l’Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi. Quando avrò il concluso il volume per il quale ho un contratto in essere con la Mondadori tirerò le logiche conseguenze di tutto questo ragionamento, come lo stesso farò per un piccolo saggio che avrei dovuto consegnare entro dicembre all’Einaudi per un volume a più autori a cura di Gustavo Zagrebelsky. Ai cari amici che ho in Mondadori ai quali mi legano stima e affetti incancellabili ho scritto ieri: “… magis amica iustitia”.
la Repubblica, 3 settembre 2010

17 pensieri su “Nuovo intervento di Vito Mancuso sul caso Mondadori

  1. Nonostante tutte le contraddizioni del “mestiere” di scrittore (sul quale nutro seri dubbi, percepisco difficoltà e conflitti che vanno molto al di là della Mondadori) credo che lo scrittore sia libero (per dirla alla Jean-Luc Godard “La cultura è la regola; l’arte è l’eccezione”), ma che il cittadino abbia il dovere etico di fare delle scelte politiche anche se queste scelte politiche possono essere causa di frustrazione, di umiliazione, di marginalità, di punizione per lo scrittore (di professione, soprattutto). Uno scrittore si giudica sulla base di quello che scrive, un cittadino si giudica sulla base delle idee e dei comportamenti. E oggi, tenere distinti i due piani, quello dello scrittore e quello del cittadino può essere pericoloso.
    Significherebbe ignorare il contesto in cui il testo si fa “letteratura”.

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  2. Rinnovando tutta la mia vicinanza a lei Vito Mancuso, e apprezzando oltremodo la sua battaglia di onestà e coraggio, Le posso garantire che i lettori più affezionati, continueranno a seguire il suo pensiero, come dire “anche in capo al mondo”.

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  3. Una domanda. bello porsi il problema, bello porselo in questi termini, ma…non dovremmo avee altrettanti scrupoli verso De Benedetti, arrestato per falso in bilancio e condannato per tangenti…? perchè nessuno si pone nemmeno la domanda? solo perchè è meno “visibile”? comunque grazie per averci dato l’opportunità di riflettere e di parlarne…

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  4. “Penso sarebbe auspicabile che tutti gli autori fossero attivi nel cercare di arginare l’immenso conflitto di interessi del quale da quasi un ventennio tutti noi italiani (di destra, di centro, di sinistra non importa) siamo prigionieri, ma so bene che non tutti possono sempre permettersi questa battaglia, perché esprimere pubblicamente il proprio pensiero è un privilegio abbastanza raro.”

    Prendere posizione in una faccenda delicata come questa, dalle molte implicazioni politiche ed economiche, è senza dubbio più gravoso per alcuni autori piuttosto che per altri (me compreso), ma restituisce dignità a una categoria, vivaddio, non tutta in vendita al migliore offerente, non tutta pavida e silente nel chiuso del proprio orticello; posizione come queste ridanno fiducia e speranza in una società migliore.
    Grazie perciò di cuore a Vito Mancuso, e a chi come lui prenderà posizione contro questa e altre ingiustizie con l’arma civile e potente della parola, e dell’azione conseguente.

    Giovanni

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  5. So che dal mio punto di vista, che non ho niente da perdere, è troppo facile scriverlo..però non posso fare a meno di tornare a chiedere: perchè Mondadori no e Repubblica “no problem”?

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  6. Credo per il semplice motivo che il professore Mancuso abbia a cuore le anime, di tutti indistamente. Se l’anima di De Benedetti fosse incancrenita tanto quella dell’attuale premier non esiterebbe a dedicargli un altro articolo magari in un altro giornale…
    E’ anche una questione giuridica, ma prima di tutto etica.
    Io credo che il premier Berlusconi non capisca ,talora, del tutto quello che fa! Va assolutamente aiutato!

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  7. Grazie Domenico per la risposta! Quello che tu dici è giusto. Berlusconi va aiutato a capire. Ma… pensi quindi che De Benedetti non abbia bisogno di essere aiutato a capire? Pensi davvero che il falso in bilancio e la corruzione siano più etici del conflitto di interesse? e se anche così fosse, si dovrebbero accettare i piccoli compromessi e non i grandi? chi determina il confine? ma..soprattutto, perchè nessuno si pone la domanda e solo tu mi hai risposto? Grazie quindi ancora per avermi risposto.

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  8. De Benedetti non è un fiorellino candido, anzi, oltre a tangenti e varie porcherie è riuscito a mandar in vacca la mai abbastaza ricordata Olivetti, il che per me è gravissimo.

    Detto questo, tuttavia va ricordato che il De Benedetti non aspira alla dittatura e al controllo di tutti i media e delle coscienze italiche come il cavalier alì Berlù detto il B.uce.
    😦

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  9. Hai ragione Mario: sono ben pochi in Italia i fiorellini candidi che possiedono giornali, case editrici, televisioni…insomma che detengono il Potere…E allora? diciamo che allora se il B.uce è il numero 1 dei fiorellini sporchi, De Benedetti è il n.2 (e certo il n.2, con la sua Repubblica e tutti gli annessi e connessi, non sembra essere un’innocente vittima del sistema, senza lettori e senza giornalisti, tutti necessariamente con il cuore leggermente a sinistra e il portafoglio, spesso e volentieri, leggermente a destra!)…A me sembra che l’unica via, per essere coerenti, sia stare alla larga dal potere e scrivere sui blog..come noi..:-)

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