L’escursione #3 di Franz Krauspenhaar

La notte ci percuote,
il tamburo di latta
batte incessante disillusi rintocchi
di tempo – illudersi è sparire, fare
la fine d’ogni specie rara, bestie
da zoo di provincia che grattano
le zampe su piastrelle sporche.

E la passione dei lettori
ci fa tenerezza e calore,
sembrano in fuga nell’adolescenza.

Come noi, quando prendevamo nelle mani
Holden il Giovane. E appresso il Beckett
della trilogia. Capimmo leggendola
che si poteva scrivere d’assenza,
di grigi vasi non comunicanti, come
da un purgatorio fatto di sparuti
commedianti. Che sia stato romanziere
capitale, Beckett, lo sapremo ancor meglio
domani, quando tutto sarà stato tritato,
sfatto, bollito in confettura di pensiero
stanco, appeso a vaghe code di ruggini.

Quando le Caroline Invernizio dell’oggi
saranno state spazzate come merda
di cane. Quando le Mazzantini con
“l’anima sudata”, i Faletti coi versi
per canzoni estrogenati in gialletti,
quando Camilleri l’avrà finita di sentirsi
lo Sciascia della televisione, quando
tutti questi sopravvalutati pezzi da 90
gradi di bucato nel culo avranno chiuso
i battenti d’una fama immeritata,
come la fu quella di Sainte-Beuve,
e mille altri di cui a malapena ricordiamo
i nomi, i nomi, i nomi…

Quando le installazioni funebri di libri
inutili o dannosi verranno bruciati
dal profondo nazismo delle fiamme,
quando quest’arte degenerata perchè
spacciata per cultura, quando Coehlo
verrà sbranato da dieci coccodrilli
e inculato, prima, da venti scimpanzè…

E la colpa non è anche dei lettori,
spesso senza un briciolo d’intelligenza,
curiosità, spasso della vita?
L’intelligenza la si puo’ imparare, si puo’
crescere. L’ignoranza è l’unica malattia
mortale ch’è ampiamente curabile.
Ma quanti non vogliono morire?

Pessoa ha infestato ogni insegna.
Anche nei bar, Pessoa si presta
per un festone, una luminaria.
C’è dell’altro, ma chi lo vuol sapere?

Il mondo sterminato del Borges
spesso è una costellazione di noia,
senza vita. La grandezza instancabile
di un cervello che non manda raggi
al di fuori della scatola cranica.

Vado verso la fine dell’escursione.
Potrei farne un bel pellegrinaggio,
potenziarla fino al porto di tante nebbie,
fino al cuore d’una vecchiaia sui libri.

Se non ci fosse stato Dos Passos
e il suo Manhattan Transfer non avrei
capito gl’intrecci delle anime nel mondo,
il conto senza fine della vita.

E senza Henry Miller sarei stato
più solo, più arreso. Henry m’insegnò
a disobbedire con orgoglio e dolcezza,
a dare del piacere quello che esso è,
il modo d’essere dei, accoglienti
di noi stessi in grembi teneri, ciò
che è amore senza maiuscole prive
di senso. Via, via dal romanticismo.

Ma al fondo d’ogni strada, vicolo,
autostrada, viadotto, muro cieco
c’è Baudelaire. Non c’è che il tocco
della sua vita mortale, che la sua
febbre agli occhi, il disperato credersi
ciò che era, che sempre, sempre sarà.
La sua violenza, ch’è quella della natura
e d’ogni amore che venga da vene,
e sangue, e sperma e cieli d’ogni aria
si fa genio di vetta. Charles Baudelaire
ha inventato ciò che noi siamo
al profondo, ci ha dato gli strumenti
per finalmente perderci.
Persi, siamo. Ma in tutta la grandezza.

[ Fine. Foto: Baudelaire visto da Nadar.  L’escursione #1 L’escursione#2]

16 pensieri su “L’escursione #3 di Franz Krauspenhaar

  1. Questo del terzetto è il mio preferito. Perché, come la foto del pittore, è da un angolazione assurda. Dalla verticale. Infatti è meno furioso. Inutile, anche se va detto, divertente, stare a contestare i nomi, i nomi, i nomi. Rimbaud e djuna che sia, siate la salvezza dell’anima mia.

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  2. Ti ho letto con crescente curiosità e non solo per il tono che regge tutto il costrutto.
    Le critiche a personaggi più o meno famosi ( letterati e “dintorni”) non sempre son motivate.
    L’unica riserva è affidata alla opinabilità delle recensioni ( io le evito tutte le volte che posso perchè ala fine senti odore di supponenza comunque).
    Ti scrivo in seguito alla lettura di una intervista a Francesco Bonami per il quale l’arte è una esperienza individuale, una scoperta, intervista pubblicata nel numero 77 di “Etruria Oggi”. Forse non ti scrivo novità e non me ne vorrai.
    Le polemiche ( o critiche se preferisci) condotte contro l’establishment del mondo poetico e letterario sono stimolanti, vista la stagnazione e il degrado culturale in cui versa il paese.
    Ma, secondo me, ci aiutano solo a ritrovarci, a sentire vicini chi appartiene già ad una enclave.
    L’iconoclastia, passami il termine, rimane invalida, vana, per tanti che continuano imperterriti a leggersi e comprare un Camilleri o un Pessoa.
    Spero di essere stata chiara, Franz.
    Buona domenica!

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  3. Caro Franz,
    non sono d’accordo quasi su niente, in ciò che hai scritto, ma mi garba molto il modo, lo stile con cui ce l’hai porto. Mi trovo perfettamente in sintonia per Dos Passos.

    Alla fin fine è il corpo di questo poemetto, o quel che è, che conta, forse più il rimto, l’umore e la cantata del resto, detto anche, e talvolta, contenuto.

    @Marzia
    siamo sempre lì:
    Bonami è un critico militante, tuttavia è pure uno che traffica con importantissimi collezionisti, galleristi e fondazioni.
    E ci fa soldi con le sue scelte, con chi tira su e chi abbassa di valutazione.
    Per cui non mi interesso più di ciò che scrive Bonami, bado alle sue “azioni”, “fatti”, “atti”.
    Di fatto scelse e fece esporre in alti luoghi alcuni oggetti di più che dubbia qualità, schifezze direi.
    A Venezia un par di anni fa scelse, e lodò sperticatamente, motivando con concetti assai elevati, i disegni di un tale che rappresentavano male (disegno quasi infantile) un tubo di scolo di acque luride.
    Quindi un artista, anche ignoto, meglio se molto giovane, scelto da Bonami aumenta assai di prezzo, con guadagno alto e netto, immediato del critico e del gallerista che lo tratta.
    Quindi “arte come esperienza individuale”, una banalità vecchia come il mondo; sono solo parole,
    vedo invece esperienze individuali suggerite, guidate, girate, manipolate, collocate poi nei luoghi giusti e “giustificate” con tanti bei volumetti.
    Quello che conta è il prezzo, money, mucho dinero, dolares etc…

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  4. grazie di nuovo.

    @marzia. sulle recensioni, ce ne sono di estremamente illuminanti. io credo nella critica. la critica è necessaria, fa parte della letteratura.

    sul fatto che l’arte sia un’esperienza individuale non sono d’accordo.

    anzi,direi che l’arte è un’esperienza collettiva.

    ho spiegato mi pare in un commento della seconda parte cosa ho voluto fare.

    l’iconoclastia serve nella misura in cui – passami il termine – un urlo liberatorio è più efficace di un silenzio rassegnato.

    non cambierà nulla, siamo qui in una “enclave” a leggerci tra noi… ma vedi che siamo in un’esperienza collettiva?

    domani ci saremo scordati di questa cosa? non importa. dovessimo rinunciare all’incoclastia nell’arte dovremmo liberarci di grandi capolavori del passato.

    perchè se è “inutile” cantarcela tra noi, cantare silenziosamente lo stesso refrain facendo la doccia è utile? o ha un senso maggiore?

    non lo credo. gli olandesi hanno strappato la terra al mare a forza di mani unghie e braccia.

    che facciamo, rinunciamo alla lotta?

    non è nelle mie corde, nemmeno fossi un giapponese che gira solo per le isole nel 1950 credendo che la guerra sia ancora in corsa.

    e sono molto serio e convinto quando dico questo.

    un saluto particolare a lucy, con la quale ho polemizzato a lungo e duramente ma, evidentemente, con un senso che si è volto in positivo, in comprensione e conoscenza reciproca – coi limiti della comunicazione virtuale, ovviamente.

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  5. “Ma al fondo di ogni strada, vicolo”….

    Caro Franz, mi piace solo da qui in poi il tuo post-poetico ( parlo da un punto di vista concettuale, e tralascio ovviamente sia l’aspetto formale che la sequela di autori- ,da Invernizio a Faletti, – che nulla hanno a che spartire con la letteratura); è vero , come tu dici , che con il grande decrepito drogato sdentato , forse sifilitico , Baudelaire
    ( quando morì aveva 46 anni e ne dimostrava il doppio) inizia tutta la nostra letteratura moderna, come dagli impressionisti discende tutta la pittura moderna.

    Come saprai egli aveva un vero e proprio complesso nei confronti della madre ( che l’aveva traumatizzato in modo irreversibile sposando, dopo la morte del padre, un generale , che come primo provvedimento mandò il giovane Charles in un collegio reale), che in pratica lo mantenne per tutta la vita ( Charles non ricavò neppure un franco dalla sua attività di scrittore, anzi ci rimese bei sold) . Ebbene quando Charles – anche dopo che divenne celebre – quando doveva tenere una conferenza , parlare di un suo libro , ed era presente la madre, egli letteralmente tremava , gli veniva da balbettare , era pieno di insicurezze.

    Franzo caro, Ti allego il solito “pezzo” su uno spaccato del pensiero del grande Baud.

    Un abbraccio.
    Augusto

    ———————————————————————————–

    Il vero trionfo è nella caduta

    Secondo il grande poeta francese Baudelaire – una sorta di ponte tra la poesia romantica e quella moderna – lo scrittore, il poeta, il pittore, il musicista, ma anche l’attore teatrale, anche il prete che fa l’omelia, il conferenziere, colui che affronta il rischio di esporsi e mettere a nudo sè stesso di fronte ad un pubblico , di fronte ad una critica , che è quasi sempre sadica , è insieme un po‘ esibizionista, un po’ malato, un po’ puttana. B, che era insieme contento e angosciato ogni volta che veniva pubblicato un suo libro, temeva soprattutto il giudizio della madre, ch’era una donna colta ed esigentissima , una figura decisiva e insostituibile, nella vita di Charles , come sarebbe stata , per farvi un esempio , la madre Susanna per Pasolini

    Ma col tempo e coll’età matura, Baudelaire imparò a vincere quegli eccessi di imbarazzo e timidezza che hanno di solito i creativi ( scava scava negli attori, ad esempio, e troverai quasi sempre un timido ) . Quegli atteggiamenti divennero una sorta di processo di difesa “ in cui di solito si perde il senso vivo dell’esibizione che accompagna gli inizi e si trasforma in curiosità.

    L ‘ Io creativo si svincola dalla prostituzione e diventa spettatore di sè stesso. L’artista non è più l’ingiustizia, la violenza, la fame, la guerra, il male che vede nella società , nella realtà quotidiana e che sta dentro di noi; l’artista è colui che guarda il male , ma ne è immune; è uno spettatore privilegiato che guarda tutto con un atteggiamento talora pietoso, tal altra sprezzante, qualche volta iroso…Ma non c’entra con la realtà, come la intendiamo e la vediamo noi. Lui la registra e la trasmette come la vede lui. La sua tendenza alla esibizione trova un altro mezzo per manifestarsi: lui sta alla finestra, osserva … E crea dei totem , degni di ammirazione o di pietà; li mette in bella mostra sul piedistallo in faccia a tutti col desiderio di attirare l’attenzione, di essere amato, di essere ammirato, ma poi si accorge che non è così come crede lui e allora si ritrae di fronte alla realtà e alla critica. Si accorge che il mondo è solo un vero grande immenso bordello, dove tutti si prostituiscono. E anche lui – deve ammetterlo – è in realtà un prostituito. Fatta questa scoperta vorrebbe fuggire quel sozzo luogo di malaffare, dove non riesce a stare in armonia con sè stesso , ma allo stesso tempo si accorge che vivere è comunque un dono straordinario ….Alla fine prende atto che la vita è fatta sì di studio , di viaggi, di conoscenze , di bellezza , ma anche di mostruosità, di pietà e di miseria… soprattutto di spleen, ovvero di noia, per Charles , che , per tentare di vincerla, o comnunque per non pensarci troppo , se ne andava a fare la solita fumatina di oppio.

    Ma non crediate che il suo fosse un atteggiamento snobistico o estetizzante , è vero il contrario. Lo Spleen è il simbolo esatto e spaventosamente sincero della condizione esistenziale di un uomo profondamente attaccato alla vita e dotato di una sensualità aperta e dolorosa , che tuttavia non ha potuto, né voluto sottrarsi alla tremenda certezza che era un escluso , un disadattato , un oggetto di incomprensione e di scherno. “ Osservo lo spettacolo intimo e crudele della mia angoscia , della mia solitudine, del mio immenso e immensamente insoddisfatto bisogno d’amore , ma non mi piango addosso. Cerco di capire , tradurre, decifrare , cogliere e raffigurare ogni più riposto e segreto moto della mia sensibilità e della mia coscienza , ( atteggiamento che non è solo intellettuale , ma, per così dire, fisiologico , n.d.r.), a ogni forma di vita, compresa quella parte che è meno nobile e meno gradita , come il vizio, la malattia, la miseria, la morte, i “fiori del male”. Se vogliamo capire Baudelaire dobbiamo separare la poesia dalla moralità, dalla eloquenza , dalla filosofia , dalla psicologia, dalla storia… La sua poesia è incanto…musica… sensualità astratta…potenza immaginativa…

    ” Solo l’immaginazione contiene la poesia…. Il compito del poeta è sì quello di illuminare le cose della realtà quotidiana con il suo spirito e proiettarne il riflesso su altri spiriti, il poeta è il traduttore e il decifratore della analogia universale, colui che coglie per tutti le corrispondenze della natura, i sottili , misteriosi legami attraverso i quali i profumi i colori rispondono, ma attenzione!.

    Io diffido dei poeti che si lasciano guidare unicamente dall’istinto, li ritengo incompleti…In un vero poeta ci deve essere anche il critico in grado di dimostrare la infallibilità della produzione poetica rispetto a tutte le altre arti. Il vero trionfo del poeta non consiste nel ricevere elogi dalla critica e applausi del pubblico, quello è il metro giusto per misurare un non poeta , un saltimbanco del linguaggio e della parola. Il vero trionfo del poeta consiste nella sua dannazione e nella sua “caduta”

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  6. ti ringrazio per il pezzo e per l’apprezzamento.

    però credo che non esista “trionfo del poeta”. la poesia, secondo me, come mille altre cose, è sopravvalutata da chi ne vive. chiaro che il volgo della poesia, dico in generale, non sa proprio che farsene. un caro saluto

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  7. ma certo, tanto più che è morto da tempo:-).

    è un’invettiva piena di cazzate, me ne rendo conto. c’è di tutto.

    è un esperimento. borges e il suo mondo sterminato – che conosco ovviamente molto in parte – non mi vien voglia di andarci più in profondità. probabilmente è stato uno dei massimo del 900, ma sono altri nelle mie corde. insomma, è un discorso tutto mio, è chiaro, mostruosità e beceraggine compresa.

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