Il Capitano Mario (XV)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV)

A Rivanazzano, in Valle Staffora

Seguirono, per noi, qui in Italia, due anni dolorosissimi tra difficoltà sempre più gravi e deprimenti sofferenze continue che pareva non dovessero finire mai più. Cominciava allora l’estate che portò dapprima con sé una certa distensione. Sapevo che laggiù in Grecia i pericoli più gravi erano cessati e noi pensavamo alla villeggiatura. In Val d’Intelvi quell’anno era impensabile andare: impossibile approvvigionarsi. Svanito il sogno di Italo di prendersi una casa sul lago in cui ricavare un appartamento anche per noi. Anche loro optarono per la campagna; io scelsi di portare i miei Penati a Rivanazzano, abbastanza vicino a Pavia. Trovai posto in una villetta che aveva un giardino affacciato sulle rive della Staffora dove potevo leggere e scrivere all’ombra protettiva di una grande antica pianta. Si aveva l’illusione, purtroppo assai fugace, di trovare qui tranquillità e pace. Il paesaggio era dolcissimo fra le colline dell’Oltrepò pavese che digradavano con lento pendio verso il torrente, di fianco al quale la valle si stendeva – ampia e fertile – in una verde piana di prati e pascoli e di campi coltivati. C’era la rassicurante possibilità di approvvigionarsi di viveri, sia pure a borsa nera, e c’era l’aria salubre che scendeva dalla testata della valle e gli ampi viali ombrosi che conducevano sia verso Salice che verso il centro del paese e l’ameno parco delle Terme. Il paese era animato dalla presenza di un attendamento di militari in esercitazione che spesso suonavano la banda e attiravano l’attenzione della gente tra cui erano numerosi gli sfollati come noi.

Io conducevo fuori ogni giorno le bambine: la piccola sul carrozzino, l’altra per mano: entrambe felici. Più spesso però uscivo sola con la Carla. Camminavamo a lungo in silenzio. A volte la piccola si fermava a raccogliere un fiore da spedire al papà, a volte da quei suoi silenzi fiorivano osservazioni che rivelavano una sensibilità così profonda da rimanerne stupiti. Mi faceva bene al cuore la compagnia di quella mia cara pensosa bambina, ma nello stesso tempo provavo un senso di pena per lei, perché a differenza dalla sorellina, per la quale non avevo nessun motivo di preoccuparmene, questa mi pareva troppo sensibile e temevo che partisse svantaggiata nell’affrontare le immancabili durezze della vita. Ma poi concludevo – scrivendone a Mario – che se Dio l’aveva creata così intelligente e riflessiva, affidandola a una famiglia disposta a comprenderla, le avrebbe concesso anche di adattarsi all’ambiente esteriore dandole la forza di non lasciarsene soverchiare.

Ma come cambiano le cose viste a distanza di anni!

Si profilava, per l’autunno, la necessità di ritornare a Pavia affrontando un altro duro inverno di guerra. Ma la riapertura delle scuole si protraeva sempre più allo scopo di risparmiare combustibile e questo mi permise di lasciare il più a lungo possibile le bambine con mia madre in campagna. Stavano bene ed erano sempre allegre.

I brevi giorni di pioggia non burrascosa davano risalto alle iridescenze perlacee che il sole, ancora splendido, risuscitava ovunque nella serenità del terso mattino, così come alle sfumature variegate del rosso incantesimo dei lunghi tramonti autunnali. La stagione attutiva così le molte preoccupazioni che accompagnavano i miei frequenti viaggi fra Rivanazzano e Pavia, dove dovevo spesso rientrare o per doveri scolastici: esami di riparazione o riunioni varie, ecc., oppure per preparare il ritorno in sede della famiglia. La speranza di una prossima licenza di Mario – anche solo di 15 giorni – mi alleggeriva i disagi provocati dagli inevitabili ritardi del treno che dovevo cambiare a Voghera e potevano durare anche un paio di ore. Passeggiavo sul marciapiede della stazione a volte fino al sorgere della luna, per poi buttarmi nella mischia dei passeggeri che aggredivano il treno, senza pietà per nessuno. Ma io stavo bene e combattevo contro le mie paure e le mie difficoltà con straordinaria energia. Combattevo su tutti i fronti: era necessario. A scuola avevamo 15 gradi: era un ordine. Stavamo col cappotto. A casa c’era abbastanza di carbone e legna per le stufe, quando non me li rubava qualche incauta domestica, subito però licenziata senza pietà.

La crisi ancillare era frequente perché le donne erano destinate a fabbricare ormai armi per la patria e le ragazzine, che andavo a cercare sui monti, mi venivano furbescamente offerte come diciottenni, mentre avevano meno di quattordici anni e sapevano soltanto accudire alle pecore. Mia madre doveva usare con loro un’enorme pazienza, tanto erano rozze e incapaci. Io di pazienza ne avevo molto meno e, anche se mi facevano un po’ pena, le riaccompagnavo al paesello.

Intanto la Vanna cresceva ed era vivacissima: aveva una speciale predilezione per ogni sorta di pericoli e inventava sempre nuove monellerie. La mia preoccupazione maggiore era per mia madre che si affaticava per sorvegliarla nelle ore in cui io ero a scuola. Nel pomeriggio: passeggiata. Oppure me la tenevo sulle ginocchia mentre correggevo compiti e la Carla, vicina, faceva giochi tranquilli.

Così i disagi e le sofferenze della guerra erano compensati dalla nostra comune attenzione verso queste due bambine, che illuminavano col loro sorriso tutta la casa e la fiorivano di speranze. Così di attesa in attesa venne il Natale e arrivò a casa Mario. La piccola non lo riconobbe: si nascondeva sotto il tavolo perché aveva paura della divisa. Ma ne fu ben presto conquistata. Non parliamo poi dell’allegria della maggiore che si trasmetteva alla sorellina così che, prese entrambe da un irrefrenabile desiderio di vessarlo, lo subissavano di abbracci e carezze. Lui lasciava fare, sottomesso, felice.

Era passato il 1941, cominciava il 1942

Quindici giorni passano presto, volano. E ne seguì l’anno più doloroso di tutto il periodo bellico: un anno intero in cui non ci fu più concesso di ritrovarci tutti insieme, nemmeno per una breve licenza. La guerra infuriava su tutti i fronti: nel Nord-Europa, in Africa, nella Russia sterminata, oltre che nei cieli e nei mari, con prospettive nettamente favorevoli all’asse Roma – Berlino. Mussolini aveva già pronto il cavallo bianco per entrare vincitore in Alessandria d’Egitto, da cui distava pochi chilometri. In Germania attendevano, con frenetico entusiasmo, “l’immancabile vittoria”.

Pare a volte che la storia si ripeta: taluni avvenimenti infatti conducono a dei raffronti estremamente evidenti: ma non è così. Gli uomini credono in un proprio perpetuo dominio, ma non sono padroni del loro destino, che rimane pur sempre affidato alla fantasia di Dio.

I Greci antichi parlavano di Nemesi, gli Ebrei dell’Antico Testamento descrivevano con fosche tinte il Vendicatore, noi, nati dopo l’avvento del Cristo, non possiamo più esprimerci così: noi possiamo soltanto meditare.

I formidabili carri armati tedeschi avevano invaso tutta l’Europa orientale, avanzando nella Russia sterminata e in occidente minacciavano di sbarcare alle bianche scogliere di Dover.

Noi si stava a vedere. Ci interessava ogni notizia, ma l’unica che ci stesse veramente a cuore era l’attesa fine della guerra, che pareva davvero vicina. Non sembrava vero, dopo tante prove. A volte, anche nei giorni bui, uno squarcio d’azzurro si apre all’orizzonte lontano in un cielo ancora tempestoso a sollevare i cuori. E avveniva così: era come l’apparire del ramo dorato dopo la notte fonda, ancora stillante di pioggia.

Sembrava rinascere la speranza.

Ed era in agguato l’autunno

Noi avevamo trascorso i mesi estivi ancora a Rivanazzano, non più però nella casa in riva alla Staffora a causa dell’aumento degli ospiti, ma nella piazza centrale del paese, come accampate in due stanze, in casa del macellaio che, con molta premura, ci riforniva ogni giorno – sia pure a borsa nera – di quanto ci poteva servire e anche di più. Le bambine, sempre felici, giocavano nel cortile con dei nuovi amichetti, e mia madre faceva miracoli, sopra tutto in cucina.

Prima della riapertura delle scuole tentai il rimpatrio. Ma gli ultimi avvenimenti non me lo permisero se non per qualche giorno e ritornai a far la spola fra Rivanazzano e Pavia.

(continua…)

Un pensiero su “Il Capitano Mario (XV)

  1. FIORIVANO OSSERVAZIONI DAI SILENZI.

    UNO SQUARCIO D’AZZURRO NEI GIORNI BUI:

    “l’IMMANCABILE VITTORIA”!

    Romanzo senza lieto fine, magari non ancora,
    ma con un’indiscutibile disponibilità “a vedere”,
    “all’oltre” il visibile agli occhi.

    Grazie

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