Teratografia – di Vladimir D’Amora

Vladimir e poi D’Amora, 36 inverni che so’ finiti tutti, biondo. E napoletano che non ama Napoli, e non solo perché la pizza è ormai di gomma. Indeciso tra Cruyff e Maradona, separato, vendo quelle scritture la cui morte è fantasma, ancora. Due bei lutti, come corpi morti di animali, intrattabili, col coro di sfibranti mormorii e martello. Convivo, ora, con una femmina ossuta, di quella distonia che sì giova al feticismo erotico, ed un fratello camuso e quasi ventenne e bello come i gelati. Quando guadagno, mangio e bevo e leggo, il vino nero, chiuso, sincero. Ma vendo parole, operazioni di parole, spiritica verticalità, con un pizzetto indecente, terso e rado.
Leggo e rileggo, detesto Calvino e Petrarca, Foscolo, la Maraini, Ammaniti e quelle degli orecchini a perla. Gl’impegnati che si dissimulano, lungi da me, e pure i nichilisti pigri. Della poesia, quella che sa andare a capo, mi piacerebbero gl’innografi dalla parola netta e poca, ma sento che il tempo si sazia ad elegie piene di pensieri. Sì al Manga, a Gadda, a Kafka, Tolstoj fu malato di bellezza, all’altro Russo difettava l’ironia, forse. Mi piacciono Longhi e Contini, le loro pagine però, meno quello che teorizzano, e imposero. Pacato godo degli epistolari, i critici, Benjamin e Platone, il Bacon dei trittici, il tratto pudico di Duerer, le foto bianche nere, le auto bombate, e allora immagino le Langhe. E le femmine che m’hanno saputo lasciare, e quelle che fingono, coi denti, di non esser donne, le loro mani. E Tacito. Perché lo senti moralista, ma non fa nulla… Mi faccio piacere Caravaggio e il Rinascimento, dentro adoro Skopas e il Laocoonte però, perché ho consumato tanta televisione. Ancora immerso dalle videocassette, da porno e filmati di calciatori lenti, colle ali storte. Proust mi fu noia dolce dolce, recentemente Michele Mari e McCarthy so’ stati buon farmaco. Ottonieri, tommaso dalle costole da fuori, non so se esista davvero, è come se lo tenga per sé, chiavato in un passato, il suo giudizio. E vorrei che Cortellessa mi dicesse personalmente, pagina per pagina, qual è stato il processo di polverizzazione di Di Ruscio, come lo ha trattato per starci due anni… Saviano e Parrella, non sanno scrivere! Totò è volgare, come la musica che non vuol finire.

Fondai una rivista, multilingue, solo digitale, che ora deve annaspare assai. C’era una volta un architetto, un francese albo e una messicana cresciuta a Borges e aglio. Ci guidava, schivo e geniale, un logico e filosofo e matematico, che ancora pedala per Praga. Il padre, quella specie dello scrittore che fu Kundera, lo chiamava il signor K.K. E c’erano preti capaci di bruciarle le parrocchie, ma pure lesti pompieri, purtroppo. Io tentai di diluire i miei due assilli, Nietzsche & Heidegger, ma invano. Se spieghi il mondo, dopo non sai che ci sarà, e se lo cambi, poi ti tocca dare spiegazioni… Non applicare nulla, non sviluppare nulla, non volere nulla: per alcuni è la comunità che sempre viene, però forse è noiosa, quanto l’attesa. Quando sosto alle fermate dei bus, colle loro tabelle d’arancione meneghino, è solo la disfunzione tecnica, che apre nel ritardo l’autentico del tempo. Il tempo mio, quella mia stupidità.

[Immagine: Albrecht Duerer – Mani che pregano.]

3 pensieri su “Teratografia – di Vladimir D’Amora

  1. Leggere le fesserie imbozzimate e grottescamente arzigogolate di Vladimir D’amora è peggio di giulebbersi una purga. D’Amora è uno scadente scribacchino con la passione non corrisposta per la filosofia, di cui macina come un asino arrancato decine di pagine senza cavarne fuori nulla. L’impressione è di uno che a ’36 (o 37) inverni’ non si sia ancora messo d’accordo col suo cervello.

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  2. Mi sono registrata appositamente per dissentire dal violentissimo, e ingiustificato, attacco di Esteticacontemporanea. Vladimir ha una scrittura incisa, violenta, implacabile, proprio come l’immagine di Durer in questo articolo. Forse a volte e’ un po’ duro nelle formulazioni filosofiche, ma sempre poetico.
    Nefeli

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