L’ALBATROS

di Antonio Sparzani

Charles Baudelaire, Les fleurs du mal, I: Spleen et idéal

II. L’Albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

L’albatros muove la fantasia degli umani; quello che affascina dev’essere il suo appartenere a un altro mondo, un mondo di ebrezza di voli incuranti delle tempeste, di luoghi inaccessibili ‒ nidifica nelle isole australi più a sud dei “ruggenti 40” ‒ di eleganza senza confini, di grida incomprensibili, cui l’uomo sempre e comunque vorrebbe attribuire un significato. Il suo mito comincia dal nome della famiglia cui appartiene ‒ le Diomedeidae (nella quale poi ci sono diversi generi, ed in ogni genere varie specie, ma ben mi guardo dall’infilarmi in questi dettagli dove subito ci si perde, tanto più che apprendo da qualche sguardo in rete che la tassonomia di questi uccelli è ancora dibattuta) ‒ , nome dato da Linneo per alludere alla mitica metamorfosi dei compagni di Diomede, alla sua morte, in uccelli di mare.
Mentre il nome albatros arriva, come molte parole che cominciano con “al”, dall’arabo e ha a che fare col tuffarsi.

E poi colpisce in questi uccelli la magnifica apertura alare, che può arrivare, nelle specie maggiori, a 3,40 incredibili metri, e la loro resistenza al volo: non migrano nell’usuale senso periodico della parola, a quanto si sostiene, tuttavia percorrono agevolmente rotte circumpolari attorno al Polo Sud, uno degli ambienti meno ospitali per l’uomo di questo pianeta.

Charles Baudelaire (Paris, 1821 ‒ 1867) ne avrà visti nel viaggio che compì ‒ per volere della famiglia, ormai del tutto insofferente della sua crescente débauche ‒ negli anni 1840-41, sulla Paquebot des Mers du Sud, una nave diretta a Calcutta, che percorreva la rotta del Capo di Buona Speranza. Le tempeste mandarono poi la nave, con gli alberi spezzati, a rifugiarsi a Port-Louis, isola di Mauritius, da dove Baudelaire tornò direttamente ‒ cioè con un’altra nave ‒ in Francia senza proseguire il viaggio programmato.

Una rotta, quella della Paquebot des Mers du Sud, assai simile a quella che percorreva la Jane Guy, la “bella goletta da centottanta tonnellate” sulla quale il Gordon Pym di Poe si apprestava ad attraversare l’Oceano Indiano. E Baudelaire fu, di Edgar Allan Poe, il traduttore francese, e l’ammiratore sconfinato. «Voi che amate esercitarvi in tutte le profondità, non siete tentato di fare una escursione nelle profondità di Edgar Poe?» scrisse il 14 giugno 1858 a Sainte-Beuve.
Nel XIV capitolo del Gordon Pym vi è un’accurata descrizione dell’albatros, delle sue abitudini, del suo volo e dei suoi nidi. Sembra che Baudelaire abbia scritto la poesia nel 1859 a Honfleur, in Normandia (località dove si ritira la madre alla morte del patrigno ‒ sempre detestato dal poeta ‒ nel 1857), ma altri sostengono sia stata almeno abbozzata prima. Quel che è certo è che la poesia compare in un piccolo plaquette, insieme con l’altra Le voyage, inviato a Flaubert, che risponde ringraziando: «è un vero diamante».

L’albatros è la seconda poesia della ultrafamosa raccolta Les Fleurs du mal, prima edizione 1857: appartiene alla prima sezione, Spleen et Idéal, delle sei in cui è divisa l’opera.

Vi propongo la traduzione di Giovanni Raboni (C. B., I fiori del male e altre poesie, Einaudi, Torino 1987/1999)

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
indolenti compagni di viaggio delle navi
in lieve corsa sugli abissi amari.

L’hanno appena posato sulla tolda
e già il re dell’azzurro, maldestro e vergognoso,
pietosamente accanto a sé strascina
come fossero remi le grandi ali bianche.

Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E comico e brutto, lui prima cosi bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, impediscono
che cammini le sue ali di gigante.

e quella di Antonio Prete (C. B., I fiori del male, trad. e cura di Antonio Prete, Feltrinelli, Milano 2003/2010) che a Baudelaire ha dedicato uno dei suoi più intensi studi e che cerca di tradurre conservando ritmo e rima con notevole successo:

L’ALBATRO

Spesso, per divertirsi, uomini d’equipaggio
catturano degli albatri, vasti uccelli dei mari,
che seguono, compagni indolenti di viaggio,
il solco della nave sopra gli abissi amari.

Li hanno appena posati sopra i legni dei ponti,
ed ecco quei sovrani dell’azzurro, impacciati,
le bianche e grandi ali ora penosamente
come fossero remi strascinare affannati.

L’alato viaggiatore com’è maldestro e fiacco,
lui prima così bello com’è ridicolo ora!
C’è uno che gli afferra con una pipa il becco,
c’è un altro che mima lo storpio che non vola.

Al principe dei nembi il Poeta somiglia.
Abita la tempesta e dell’arciere ride,
esule sulla terra, in mezzo a ostili grida,
con l’ali da gigante nel cammino s’impiglia.

Per i più curiosi, qui si trovano vari esperimenti di traduzione inglese della poesia, qui essa viene recitata in originale e qui Antonio Prete stesso la legge e la commenta.

E, ultima grande fortuna di questo misterioso uccello nella letteratura, come dimenticare il suo ruolo sacrificale in quella meraviglia che è la Ballata del vecchio marinaio di Samuel Taylor Coleridge?

14 pensieri su “L’ALBATROS

  1. Grazie per questo post più che perfetto. Il ringraziamento è anche a nome di tutti quelli che non commentano mai. L’Albatro di Baudelaire, proprio come Il Barone Rampante, Rimbaud e il rock’n’roll, è la parte più illuminante del mio primo decennio. E Leo Ferré poi, per quanto mi riguarda, non ha mai smesso di cantare questa poesia. E poi chi sono (chi siamo) in realtà? Un albatro che sogna di essere Leo oppure Leo che s’immagina di essere stato un albatro? Ti ringrazio ancora, mi scuso con Chuang-Chou e ti saluto con questo simpatico mantra:
    goo goo johnny goo goo
    go johnny go go go johnny go
    go go johnny go go
    johnny b goode

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  2. Che ventata di poesia e memorie Sparz! La poesia è stata fin dal liceo una delle mie preferite, e i regali, meravigliosi albatros, mi è capitato di vederli in volo giusto un anno fa in mezzo al mare….

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  3. Bellezza ed eleganza. E razionalità. Non manca proprio nulla. Grazie Sparzani, soprattutto per il bellissimo regalo del canto di Léo Ferré, una bella chiave di “lettura” e interpretazione dell’Albatros. E grazie, si capisce, al vecchio Baud, padre della poesia moderna.

    PS. Per gli appassionati, consiglio la lettura de IL RIBELLE IN GUANTI ROSA, di Giuseppe Montesano, Ed. Mondadori, 2007, (libro insignito del premio Vittorini 2008) una attualissima lettura del vecchio Baud, scritto come un saggio, ma che si legge come un romanzo.

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  4. L’albatros per me da quando conosco Coleridge è anagramma di “baratro” per pura assonanza emotiva: colui che può tuffarsi, ma colui che può far precipitare per atto di ybris, ovvero uccidere la bellezza che non comprendiamo, che non meritiamo, soprattutto quella che conteniamo in noi e a cui non lasciamo spazio, quella che sottovalutiamo e deridiamo come i crudeli marinai di Baudelaire. Grazie Sparz ❤

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  5. Sono appena ritornato da Cleguer in Bretagna dove un amico di là mi ha recitata la poesia di Baudelair ,quasi un ” i n f i n i t o “leopardiano mi è piaciuta ripeterla ritornando a Napoli . Anche noi uomini dovremmo essere sempre in volo e saremmo la più eloquente bellezza del creato. Invece ci piace di più apparire degli storpi.Loreto

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  6. Possiamo vedere la Bellezza, solo se abbiamo la Bellezza “dentro” …Noi siamo irrimediabilmente la proiezione di ciò che abbiamo “dentro” E costruiamo mondi, purtroppo ,a nostra immagine …E somiglianza.. Albatro è l’ altra dimensione, la dimensione di una Bellezza che non sappiamo … Non possiamo -abitare…..Perlomeno per ora….Per abitare la Bellezza, dovremmo comprenderne l’ essenza…Che va infinitamente oltre il piano delle forme, cui normalmente l’associamo…Confondendo bellezza con Bellezza , cioè la dimensione delle cose , del limite, del nostro tempo lineare….Con la Belleza quale essenza, che attiene a un Tempo senza tempo.. e non ha più bisogno di sostanza : impalpabibile , viva, eterna Armonia ..Che si mostra come traccia…Traccia di Luce , che indica la Luce…La Bellezza è Etica , Valore, e Cura … La Bellezza è Medicina…E’ Guarigione… La Bellezza è Musica….Ed è Speranza che ricolma il cuore..E nostalgia …Di un “luogo” , di un ” momento”, che forse abbiamo conosciuto..Che ci appartiene…Che d’ improvviso acutamente ” risentiamo”.in noi ..Come la fitta di un desiderio grande, di un ricordo .vivo…che quasi ci fa male, di dolcezza ..La Bellezza viene a renderci migliori , ad innalzarci…ad insegnarci la Bellezza ! Mentre ogni giorno, e ripetutamente, noi La sfiguriamo, precipitandola fra noi…Nel mondo delle cose, nella nostra circoscritta dimensione.. Allora la Bellezza..che attiene ad una dimensione superiore ..diventa specchio , specchio fedele di ciò che noi .ora siamo. :.l marinai ridono di se stessi…Ridono e sono ciechi : alla Bellezza così come alla propria consapevolezza Poeta è l’ uomo che si sveglia alla Bellezza e per seguirLa accetta di morire: per poi rinascere, diventare “altro”, diventare, essere …. Poesia: cioè Canto Consapevole di Bellezza ..Non sparate agli albatri, non sparate ai Poeti…

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