Sandro Sinigaglia

Sinigaglia

Sandro Sinigaglia

Alessandro Sinigaglia nasce il 28 aprile 1921 a Oleggio Castello, in provincia di Novara, da padre lombardo e madre piemontese, di Masserano, vicino a Biella, figlia del medico condotto del paese, nella cui biblioteca il piccolo Sandro trascorrerà ore felici («Conobbi il fascino orroroso della patologia, la famiglia immane dei polisarcidi e degli splenomegalici, gli idrocefali, le contratture della paralisi agitante, la malattia di Recklinghausen, la porpora, il mixedema, la leucemia linfatica, lo scorbuto, il beriberi, l’aneurisma gigantesco dell’aorta […] la realtà della parola come cosa verbale in sé e per sé autonoma, m’era entrata dentro»). Compie gli studi ginnasiali ad Arona e liceali a Novara, ospite presso amici. Nel 1935 la famiglia si trasferisce ad Arona. Cinque anni dopo si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Statale di Milano, ma lo scoppio della guerra lo costringe a interrompere gli studi. Antifascista, negli anni 1943-44 partecipa alla guerra di liberazione dell’Ossola militando nelle Brigate Matteotti.

Nel 1944 ripara in Svizzera dopo aver messo in salvo dai fascisti la biblioteca di Gianfranco Contini — conosciuto l’anno prima — presso il Convento dei Padri Rosminiani al Monte Calvario di Domodossola. Nel 1947, accantonata l’idea di una tesi su Piero Gobetti suggeritagli da Contini, si laurea in Estetica con Antonio Banfi su Italo Svevo, quindi entra nell’industria di gemme sintetiche per orologi diretta dal padre Luigi assumendo la direzione di uno degli stabilimenti, a Premosello («familiare retaggio — scrive nella Notizia di Versi dispersi e nugaci —, purtroppo ahilui!, sino al più flagrante degli insuccessi. / S’illude di avere, malgrado tutto, trasferito qualcosa di quelle tecniche millesimali nel suo modo di concepire “l’art de faire des vers”. Memorande comunque restano, il suo opificio essendo situato a pochi chilometri da Domodossola, le lunghe stagioni estive trascorse nella assidua frequentazione di Gianfranco Contini, amico e maestro imparagonabile». Nel 1949 sposa Enrica Porta, di famiglia aronese, e nel 1950 nasce Luigi, l’unico figlio, oggi medico a Milano. Nel ’54, con la mediazione di Contini, pubblica nella «Biblioteca di Paragone», diretta da Roberto Longhi e Anna Banti, la sua prima raccolta, Il flauto e la bricolla, che passa completamente inosservata. Insegna italiano e latino al Liceo scientifico del Collegio Mellerio-Rosmini di Domodossola fino al 1960. Nel 1968, con l’introduzione degli orologi al quarzo, l’azienda subisce un tracollo e Sinigaglia si trasferisce con la famiglia a Milano, dove trova un impiego prima alla De Agostini, nella redazione dell’Enciclopedia Universale («Sandro sta abbandonando allmählich — scrive Contini a Pizzuto il 22 luglio 1968 — il poco remunerativo risecamento delle sue pietruzze [fra non molto in crisi definitiva per il laser surrogante le bucatrici] e s’installa in Milano in piena industria culturale [presso De Agostini attende a confezionare, anzi a co-confezionare, la n + 1.esima enciclopedia; avrai, presumo, una scheda assicurata. Così l’Ossola è disertata anche da lui, e sempre più avremo per compagni noi stessi]»), poi, nel 1974, alla casa editrice Ricciardi di Raffaele Mattioli, in cui lavora intensamente alla collana dei «Classici italiani» nonché al Folengo e al Pascoli curati rispettivamente da Carlo Cordiè e Maurizio Perugi. Nel 1979 si dimette per stabilirsi definitivamente ad Arona, nella casa di Corso Cavour 90. Il 12 settembre 1990 muore per un tumore aggressivo al polmone, appena sette mesi dopo la scomparsa di Contini.

Da Gualberto Alvino, Peccati di lingua. Scritti su Sandro Sinigaglia, postfazione di Pietro Gibellini, Roma, Fermenti, 2009.


Osteria Osservatorio

(Da Versi per quattro compagni caduti contro i fascisti [1954]).


Lune violastre zodiaci

del litro,

palchetti per le mani

che parlano la morra

in campo è l’osteria,

cella nei muri e cranio

esposto all’orizzonte,

fino al mare

bistro sul ciglio!

E dove nella cotta

parlavi le sommosse

sei calato

giù dal camino

colle penne rosse.

Ti fu meno la morte

di un frontino, un petalo

di rosa esploso,

chiuso a palloncino.

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