Il Capitano Mario (XVIII)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII)

III

L’ALBA DELLA LIBERAZIONE

All’inizio dell’estate del 1943 qualche cosa di nuovo si sentiva nell’aria e nel sole.

Ero andata alla ricerca di una domestica per l’autunno a Varzi, il capoluogo dell’alta valle della Staffora. C’erano dei giovani armati in divise militari alquanto scalcinate che circolavano con un’aria tutt’altro che militaresca, non inquadrati, con un fare bonario e disinvolto, incurante di ogni disciplina, quasi allegro. Come borghesi in divisa. Erano gentili, mi lasciarono passare, anzi mi fecero strada. Stupita, mi chiedevo dove fossi capitata: chi fossero costoro.

Mi era sempre accaduto infatti di imbattermi in una pattuglia di soldati, di camicie nere, di poliziotti che trattenevano dal proseguire per una determinata strada in quel momento senza dare spiegazioni, facendo dirottare i passanti con tono severo e perentorio. Non era piacevole incontrarli. Ma eravamo in guerra e questo giustificava una certa vaga apprensione, un senso di disagio, se non di paura. Qui invece l’atmosfera era diversa: io non riuscivo a capirne il motivo. Chiesi del medico, il quale mi disse di conoscere mio marito e mi indirizzò ad una signora che aveva un piccolo negozio nel centro del paese. C’era, dentro, di tutto: oggetti di ogni epoca e di ogni gusto, anticaglie e ferri vecchi accanto a sedie di bellissima fattura e a tavolini su cui era distesa in bell’ordine della biancheria intima molto moderna e molto elegante. La signora venne fuori dal profondo, con aria regale, né vecchia né giovane, pitturatissima, vestita con colori intonati al trucco, sgargianti. Una via di mezzo tra la maga la strega e la fata benefica. Molto loquace, “la signora” mi promise il suo interessamento per quel che cercavo e mi mandò infatti poi una di quelle ragazzotte che non erano mai discese dal loro rupestre paesuccio sulla cima solitaria dei monti “elevati al cielo”, come quelli descritti dal Manzoni nell’immortale addio di Lucia.

Così me ne tornai a casa quel giorno, ripensando, divertita, ai miei strani incontri e, mentre seguivo il sinuoso percorso della Staffora canora che scendeva gorgogliante tra i sassi levigati, bianchi di spuma, mi sentivo molto Alice proveniente dal paese delle meraviglie.

Non avevo capito sopra tutto una cosa che non sapevo, né potevo ancora sapere, e cioè che quella di Varzi sarebbe diventata una delle prime “repubbliche libere” fondate dai partigiani e che né fascisti né Tedeschi avrebbero potuto mettervi piede.

Eravamo alle prime avvisaglie della guerra di liberazione che doveva concludersi circa due anni più tardi, dopo sacrifici inauditi da cui sarebbe stata fecondata quella nuova fioritura di speranze.

Un giorno, poco tempo dopo, tornavo alla mia provvisoria casa di Rivanazzano da Pavia sul consueto trenino che aveva un’unica carrozza, aperta sui brevi sedili allineati, tra i quali gli occasionali viaggiatori parlavano, a gruppi di quattro, tra lo sferragliare delle ruote sulle rotaie rugginose nel ritmico dondolio del treno.

Ad un tratto un viaggiatore dall’aspetto distinto, fino a quel momento piuttosto silenzioso, si mise improvvisamente a gridare concitato, nel cuore della conversazione, in preda ad un’evidente, incontenibile emozione: “Ma lei non sa che cosa è successo a Boves!” Tutti gli fecero segno di tacere e tutti tacquero. Forse qualcuno, ma non credo certo che tutti sapessero che cosa era successo a Boves: era evidente però che il solo accennarne provocava una grande paura generale. Nemmeno io lo sapevo, né potevo saperlo, né potevo chiederlo, neanche sottovoce, a nessuno. Tacqui. Il treno intanto continuò la sua corsa nel ritmico sferragliare sulle rotaie in un silenzio cupo, oppresso da una muta tristezza.

A Boves lo seppi più tardi che cosa era successo: (Primo olocausto: 19 settembre 1943) 28 persone arse vive nel villaggio incendiato per rappresaglia.


Spesso le vicende più clamorose vengono presto o tardi alla luce, ma ancora più spesso rimangono tristemente sepolte, portate via dal silenzio nella notte dei tempi.

L’umanità procede irresistibilmente nel suo cammino con brevi passi di faticosa ascesi spirituale e frequenti rovinose cadute. Dio solo ne misura il tempo col suo imperscrutabile metro, mentre il Cristo ci accompagna (almento così crediamo) attraverso i nostri anni brevi, secoli, i millenni, grondanti di mistero.


Eravamo allora nel 1943, l’anno della svolta: impreveduta, fatale. Per noi Italiani significava, “segnata dal destino”, (come aveva detto il Duce in ben altre circostanze), la fine della dittatura fascista.

In Grecia, dove Mario era restato fino alla tarda primavera, le truppe di occupazione rimaste in seguito allo sfondamento del fronte greco-albanese e al conseguente trasferimento al Sud dei soldati ancora validi, non erano certo devote al regime. Come distaccate dal governo centrale, facevano il loro dovere di pattugliamento con l’umanità propria del nostro spesso vituperato popolo italiano ed erano infatti bene accette alla popolazione.

Dopo la caduta di Stalingrado e la conseguente rovinosa ritirata sul Don, anche in Africa, ad El Alamein il destino delle operazioni militari aveva piantato la sua pietra miliare con la parola “Fine”. Ed era il principio della disfatta, ormai chiaramente inevitabile.


Serpeggiava l’antifascismo, che era stato attivo all’estero, specialmente in Francia e in Svizzera, costretto alla clandestinità fin dai primi anni del ventennio, quando Mussolini proclamava l’inizio della dittatura.

La guerra, incominciata nel ‘40, durava ormai da tre anni, vissuta, giorno per giorno, nell’ansia, nella sopportazione, nella comune tristezza. Il sentimento della patria era affievolito fin quasi a dissolversi, l’orgoglio spento. Esisteva tuttavia, come non mai, (e questo, visto a posteriori, induce a meditare), un senso umano di solidarietà fraterna: la solidarietà nel soffrire, nel continuare a vivere resistendo ad ogni fatica e ad ogni dolore, la solidarietà nel cercare ad ogni costo di farsi reciprocamente coraggio, di infondersi l’un l’altro una sia pur vaga speranza: quella di arrivare presto alla fine.

Il fascismo faceva affiggere sui muri a grandi lettere la scritta “Vinceremo” che suonava ironica, e ce n’era anche un’altra, altrettanto intelligente: “Solo Dio può piegare la volontà fascista, gli uomini e le cose mai” che qualcuno commentava così: “Allora non resta che sperare in Dio”. Non importava a nessuno, ormai, né della “immancabile vittoria”, né della sconfitta, purché finisse la guerra.

Le tre grandi città del Nord: Milano Torino e Genova erano prese di mira dall’aviazione alleata che colpiva ferocemente sopra tutto Milano. Terribili i bombardamenti del febbraio che non distrussero soltanto le zone industriali, ma tutta la città, dove si sentiva ormai apertamente imprecare contro il fascismo, causa di tanti lutti e di tanto terrore. Ci furono anche, in marzo, degli scioperi, mai visti prima: le maestranze chiedevano pace e pane. L’antifascismo era evidente: nessuno lo poteva più negare.

Intanto a Pavia si lavorava come sempre. Per me era prossima la fine dell’anno scolastico, Mario, durante la sua licenza di tre mesi frequentava la clinica e studiava per la libera docenza. La sera di solito ci incontravamo con gli amici che venivano spesso a casa nostra perché, essendo tutti scapoli vi si trovavano come in famiglia. E ad ogni fine settimana noi due raggiungevamo a Rivanazzano la mamma e le bambine, le quali ci donavano la gioia e la serenità degli innocenti: compenso ai disagi della guerra, che pur esistevano e continuavano ad esistere. Comunque il sole splendeva ed era spesso limpido e caldo sui prati verdi e fioriti e anche la pioggia li rigava di luce.

Eravamo insieme finalmente, dopo tanto soffrire, ed era questo il miracolo nuovo. C’era la guerra, ed era dura, eppure il coraggio mi sembrava facile in quei giorni ritrovati nella speranza, perché eravamo giovani, e ci bastava un segno di croce per riassestarci sulle spalle il peso di tutte le miserie del mondo.


(continua…)

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