Vivalascuola. Che scuola ci aspetta?

Educazione militare, una scuola pubblica diventa scuola di partito, una scuola di partito prende soldi dallo Stato, menù padano agli alunni, via i disabili

Qui si accompagna il desolante passaggio dalla scuola della Repubblica (statale, laica, pluralista, inclusiva) alla scuola privata (aziendalista, confessionale, “omologata”, discriminante). Qui si vanno a minare definitivamente le basi dello stato sociale come frutto del patto di solidarietà che ispira dalla Carta, e si scongiura ogni possibilità di affidare alla scuola funzioni emancipanti rispetto alle condizioni socioeconomiche di partenza di tutti e di ciascuno. (Marina Boscaino)


Bugie, bugie! Ma che delirio è questo?

di Giovanna Lo Presti

Da troppo tempo ci lamentiamo perché, nel nostro Paese, non viene rispettata la Costituzione, perché le leggi ad personam sono più numerose dei funghi in un bosco dopo un temporale di fine estate, perché l’imbarbarimento della politica è davvero inaccettabile, perché tutti, compresi i bambini di cinque anni, sono costretti a sapere cosa sia una escort (e chi le chiamava così, qualche anno fa?). Potremmo snocciolare un rosario di lamentazioni – una per ogni grano. Ma la madre di ogni lagnanza, l’origine di ogni doglia resta la scomparsa del buon senso.

Così, i nostri politici le contano grosse. Ad esempio: i padri (le madri) devono restare più a lungo al lavoro per garantire il futuro lavorativo dei loro figli – ma come si concilia tale assunto con il fatto che, in molti ambiti, soltanto il turn over garantisca nuova occupazione? Se la generazione che precede resta al lavoro più a lungo la generazione che segue stenterà a trovare un posto di lavoro – è evidente.

Ci vogliono far credere che la politica di contenimento salariale deve continuare, per il bene del Paese. Però, si sa che in Italia, negli ultimi venticinque anni, la redistribuzione del reddito è avvenuta dal basso verso l´alto (nei termini non trascurabili di 16 miliardi di euro all’anno) ed ha impoverito i lavoratori, provocando la stagnazione della domanda interna: è questo uno dei principali fattori alla base della crisi economica in corso, non certo la mancanza di flessibilità del lavoro.

E la scuola? Il Ministro ha definito “Epocale” la sua “Riforma”; in omaggio alla precisione linguistica l’avrebbe dovuta definire “Miracolosa”, poiché attraverso tagli mostruosi di risorse e personale, presume di garantire una scuola migliore.

L’onorevole Goisis ci annoia con la regionalizzazione, panacea per tutti i mali del sistema scolastico; affidando alle Regioni la gestione e il reclutamento del personale scolastico, proclamando il “basta con l’equazione docente uguale personale statale” (e che vuol dire?), imponendo regole che scoraggino lo spostamento del personale sul territorio, tutto, miracolosamente, andrà meglio. Ma perché dovrebbe andar meglio? Con il ddl Goisis si attua l’ennesimo tentativo di privatizzazione dell’istruzione e di scardinamento della scuola statale pubblica su base nazionale.

E’ necessario dire che già adesso le regioni più povere hanno scuole meno efficienti e che, se il processo di regionalizzazione andasse in porto, tali regioni non potrebbero che veder peggiorata la loro condizione? E’ necessario aggiungere che la migrazione di forze intellettuali dal Sud verso il Nord ha garantito sinora il funzionamento della scuola italiana? E’ necessario ricordare che il prossimo anno il nostro Paese compie 150 anni e che, se la questione meridionale è ancora viva e irrisolta il Nord ha molte, pesanti responsabilità? E’ necessario affermare che non esistono soluzioni semplici per problemi complessi?

Forse sì, visto che i nostri politici, falsi e bugiardi, cercano di spostare il problema, propinando false soluzioni che il volgo disperso sempre più credulone e privo di buon senso, sempre più eterodiretto prende per buone. Affermiamo con decisione le ragioni del buon senso: la vita da precario fa schifo, la ricchezza va redistribuita, poiché la prima iniquità è una forte diseguaglianza economica, la regionalizzazione del sistema scolastico in nulla, se non nell’immaginario deviato di qualche “federalista” d’accatto, garantisce la qualità della scuola italiana.

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La scuola pubblica tra Padania e azienda
di Marina Boscaino

Diritti, doveri, divieti

“I genitori hanno il dovere di provvedere al mantenimento, così come hanno il diritto di scegliere per i figli il tipo di scuola che meglio concretizza i princìpi morali e filosofici in cui credono. Tale diritto è contenuto nell’articolo 30 della Costituzione, mentre l’articolo 34 sancisce la gratuità dell’obbligo scolastico. Nonostante la chiara previsione costituzionale, tali diritti sono stati disattesi per cinquant’anni e lo sono stati ancor più con il Governo Prodi, che ha preteso attraverso la scuola di controllare le coscienze degli alunni e dei loro genitori”.

“(…) Ribadiamo che non esiste un divieto costituzionale al finanziamento della scuola non statale, tanto è vero che le università non statali ricevono già finanziamenti dallo Stato. (…) Di più: la presenza della scuola non statale, che offre tuttavia un indispensabile servizio pubblico, è prevalentemente concentrata in Padania per la presenza di alcuni importanti fattori: 1) lo spirito imprenditoriale dei padani; 2) il desiderio dei popoli della Padania di liberarsi dal centralismo romano; 3) la consolidata tradizione storica delle scuole non statali. In tema di parità scolastica, la libera scelta educativa da parte della famiglia, che non deve incontrare ostacoli di natura economica, sociale, religiosa o etnica, è sancita da molte decisioni di organismi europei ed internazionali”.

“Solo quando tutte le competenze in campo scolastico passeranno dallo Stato alle Regioni, finalmente la scuola diverrà espressione del proprio territorio con programmi didattici differenziati e con proprio personale insegnante. Nel frattempo, il compito delle Amministrazioni locali rette della Lega Nord è quello di farsi trovare pronte, preparando il territorio mediante la sensibilizzazione dei propri cittadini nei confronti dell’importanza della cultura e della tradizione locale”.

Non è Woody Allen in Io e Annie, ma uno stralcio del programma politico sulla scuola a cura della Segreteria Politica Federale della Lega Nord Padania, compilato in occasione della campagna elettorale del 2008. Curioso considerare come alcuni principi possano essere disinvoltamente modificati e manipolati, a seconda delle finalità. Più grave è notare che questi pseudo-concetti fanno riferimento direttamente alla Costituzione, che, non lo si può proprio negare, parla piuttosto chiaro.

La curiosa quadratura del cerchio che viene fatta tra articolo 30 e articolo 34 della Carta, a sostegno dell’ipotesi della libera scelta gratuita delle famiglie rispetto alla possibilità di iscrivere i propri figli in una scuola pubblica o in una privata (argomentazione attraverso la quale, per esempio, il perenne Formigoni eroga il buono-scuola, ciellinamente chiamato da qualche tempo “dote”, alle famiglie che optino per il privato) “dimentica” che al dettato dell’art. 34 (“L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”) va aggiunto quello del terzo comma dell’art. 33 (“Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato). È falsa, insomma, l’assenza di un divieto costituzionale al finanziamento della scuola privata, ribadito con convinzione manipolatoria da tanti esponenti del centrodestra. Il criterio di gratuità pertiene esclusivamente alla scuola pubblica.

Relazioni pericolose
Quali che siano gli errori, le storture, le manipolazioni che sono state applicate alla norma costituzionale, è evidente che da quel 2008, anno della formulazione del programma politico della Lega (quando ancora potevamo aggrapparci alla convinzione fittizia che alcune parole d’ordine nel nostro Paese, bene o male, non sarebbero mai passate) hanno fatto un bel po’ di passi avanti nell’occultare (anche nella coscienza di coloro che vivono sotto la linea gotica) il fatto che quel progetto non contiene solo provocazioni.

In sostanza, la vigilanza su alcuni principi imprescindibili (che si chiamano art. 3, art. 33 e art. 34 della Costituzione) si è allentata, si è sbrindellata anche per alcune letteralmente scandalose ed incomprensibili affermazioni di coloro che dovrebbero fare opposizione: Bresso, che durante la campagna elettorale ha appoggiato la proposta dell’antagonista Cota relativa ad albi regionali degli insegnanti; Turco, che in una recente intervista ha pronunciato il requiem per la scuola pubblica, affermando che l’idea della scuola statale come unica scuola pubblica è superata, sottolineando che – a suo avviso – è scuola pubblica anche quella privata che risponde alle linee guida dello Stato. Come si vede, surreali sovrapposizioni del cosiddetto centro-sinistra con i massimi attentatori al concetto di unitarietà del sistema scolastico nazionale e alla difesa della scuola pubblica: un pedestre tentativo di cavalcare parole d’ordine altrui, in piena contraddizione con il Dna etico-politico della sinistra.

Tra i passi avanti più significativi, nei quali trovano un preciso riferimento le esternazioni di governatori e capigruppo leghisti che dalle regioni del Nord inneggiano alla devoluzione, trovando una sponda anche in amministratori di altri partiti dell’attuale maggioranza e, come si è visto, non solo, si collocano due disegni di legge – Aprea e Goisis – che rappresentano ipotesi di formalizzazione di quelle richieste, ciascuno per un aspetto differente e con tanti punti di tangenza.

Disegno di legge Aprea
Il disegno di legge Aprea (Pdl, presidente della commissione Cultura della Camera) è fermo da un anno in Commissione Cultura. Un cammino impervio: annunciato con vigore e trionfalismo perentorio all’inizio della legislatura, questa ipotesi di provvedimento ha avuto nel corso del tempo ben 3 stesure. L’iniziale decisione di Pd e IdV sulla possibilità di lavorare a un testo unificato, è stata bloccata dall’insistenza sull’ipotesi di un reclutamento dei docenti da parte dei dirigenti scolastici. Sulla quale ipotesi è stata da sempre contraria anche la Lega, che presentò a suo tempo proposte di test sulla verifica della cultura regionale per l’assunzione degli insegnanti. L’allora presidente dei deputati della Lega, oggi governatore del Piemonte, dichiarò a suo tempo: “Le proposte di riforma della scuola le deve fare il ministro Gelmini e non devono essere affidate a estemporanee proposte, anche se proveniente da presidenti di Commissione”.

I 22 articoli del disegno di legge Aprea si riferiscono soprattutto ad autogoverno della scuola e condizione dei docenti.

Le scuole vengono trasformate in fondazioni, istituti di diritto privato. Infatti lo Stato garantisce loro una cifra fissa e identica per tutte, ma aziende o enti, associazioni o singoli utenti potranno contribuire con finanziamenti. Tale condizione – tra tutti i possibili scetticismi rispetto alle concrete velleità di entrare come finanziatori di un’istituzione scolastica – configura la possibilità non solo di privatizzare qualunque scuola, ma di creare immense disparità tra istituti, a seconda del livello ordinamentale, dell’utenza, della collocazione nel territorio.

Al consiglio di istituto – attraverso una rivisitazione dei decreti delegati – verrà sostituito un consiglio di amministrazione (dal quale sono esclusi gli Ata, il personale Tecnico-Ausiliario), di cui farebbero parte rappresentanti degli enti locali e del mondo del lavoro e delle professioni. Non è un caso che questo percorso (di cui non è difficile individuare, oltre che le criticità rilevate, i danni in termini di ingerenza sulla libertà di insegnamento) rappresenta una mano tesa verso Confindustria, che a più riprese ha avallato e richiesto una simile trasformazione. Ha sostenuto recentemente Aprea: “Il mio programma intende introdurre prima di tutto una nuova governance basata sulla cancellazione dell’autoreferenzialità degli istituti, l’inserimento nelle scuole di soggetti esterni e la possibilità per gli istituti di partecipare a fondazioni“.

La carriera dei docenti è basata su una formazione iniziale concepita sul modello 3+2, con un corso universitario caratterizzato per il 75% da crediti di tipo contenutistico-disciplinare e solo per il 25% di tipo relazionale, didattico, pedagogico, cui seguirà un anno di tirocinio validato dal giudizio del dirigente, dopo il quale il candidato potrà iscriversi ad un albo rigorosamente regionale. Essa sarà articolata in 3 livelli: iniziale, ordinario ed esperto. Gli aumenti stipendiali saranno vincolati all’anzianità e all’appartenenza al singolo livello, determinato da concorsi banditi da ciascun istituto. Si propone così, oltre che un aggravio di lavoro difficilmente gestibile dalle segreterie, un sistema di reclutamento improntato a “cordate” interne più o meno di potere, meccanismo curiosamente non dissimile da quello che il centro destra ha sbandierato di voler debellare all’università. Infine, spariranno le Rappresentanze Sindacali Unitarie e per i docenti verrà istituita una area contrattuale separata dal resto del personale.

Il fatto che le politiche sull’istruzione del centro destra non si limitino semplicemente ad un – seppur allarmante e drammatico – disinvestimento economico e culturale, che culmina negli 8 miliardi di tagli alla scuola e nell’annullamento di più di 130.000 posti di lavoro, è chiaro più che mai. Perché qui si accompagna il desolante passaggio dalla scuola della Repubblica (statale, laica, pluralista, inclusiva) alla scuola privata (aziendalista, confessionale, “omologata”, discriminante). Qui si vanno a minare definitivamente le basi dello stato sociale come frutto del patto di solidarietà che ispira della Carta, e si scongiura ogni possibilità di affidare alla scuola funzioni emancipanti rispetto alle condizioni socioeconomiche di partenza di tutti e di ciascuno.

Rilancio leghista
Il ddl è fermo, come si è detto. Ma Valentina Aprea, sia in una recente intervista a “Tuttoscuola” (nella quale, con piglio proprietario, ha anche spiegato quali saranno i mercantilistici criteri di valutazione degli insegnanti, sottoposti a un team ispettori-Invalsi e al giudizio di studenti e genitori) e sia dopo un convegno di TreElle che si è volto alla Luiss, ha rilanciato il progetto, che dovrebbe – a suo dire – sbloccarsi entro maggio – forse anche sulla spinta di una novità, depositata il 30 marzo scorso: il ddl Goisis. Un’ipotesi di provvedimento che costituisce la risposta più esplicita alle incalzanti richieste della Lega che, come emerso da alcuni passaggi del programma politico 2008, attribuisce alla spinta localistica una funzione strategica.

Le urgenze devolutive della Lega non sono state accolte adeguatamente nel ddl Aprea? Paola Goisis, parlamentare del Carroccio, ripercorre alcuni dei temi già considerati da Aprea, modificandoli ulteriormente nella direzione di una regionalizzazione senza se e senza ma: albi regionali di insegnanti, dirigenti e Ata (reclutati solo tra i residenti); docenti dipendenti non più dallo Stato, ma dalla Regione. Condizioni contrattuali differenziate. Quote di insegnamenti sulla conoscenza del territorio di appartenenza; 3 organi scolastici: dirigente, consiglio dell’Istituzione, collegio dei docenti. Scuole autonome, finanziate direttamente dalla regione, con contributi da famiglie, enti pubblici e privati. Non manca infine un richiamo ai programmi di studio:

Le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado – si legge nella proposta Goisis – utilizzano una parte del curricolo obbligatorio per la costruzione di percorsi interdisciplinari dedicati alla conoscenza del territorio di appartenenza, dal punto di vista storico, culturale, ambientale, urbanistico, economico, sportivo“.

Sinergia distruttiva
Un affare tutto interno alla maggioranza, dunque, quello della formazione, del reclutamento, del merito, degli organi di governo della scuola, in un mix micidiale tra pressioni localistiche, destinate a difendere l’interesse delle regioni del Nord e a svincolare le scuole di quelle regioni dalla “zavorra” costituita dal Sud, e visione imprenditorialmente privatistica. In entrambi i casi si strumentalizzano gli esiti differenti tra scuole del Nord e del Sud: invece di attuare interventi compensativi, si opta per accentuare le diseguaglianze. Come si fa, ha detto Aprea,

a resistere alla gestione regionalista, ancorchè con abilitazioni di carattere nazionale, di fronte a certe varianze di risultato scolastico presenti a livello non di Nord e Sud ma addirittura di istituti vicini?

Entrambe le posizioni marcano un allontanamento drammatico dalla scuola della Repubblica, dalla scuola della Costituzione. Ma anche dal recentissimo rapporto della Fondazione Agnelli sulla nostra scuola. Un allontanamento che si va a sommare a quelli che saranno gli esiti della “riforma” Gelmini che – lo ricordo – nel momento in cui scrivo non è ancora stata pubblicata in GU, non avendo ricevuto il parere obbligatorio della Corte dei Conti, e pertanto non è giuridicamente valida.

Il che significa che abbiamo aperto e chiuso le iscrizioni su una scuola che non esiste; e che gli organici sono stati determinati in base ad ordinamenti privi di sostegno giuridico. Un processo di “semplificazione” e “razionalizzazione” (due termini taumaturgici nella visione del mondo marketing oriented di coloro che ci governano), che nulla ha a che fare con la scuola (che, essendo un organismo per sua stessa natura complesso, avrebbe, casomai, bisogno di essere complessificata per rispondere adeguatamente alle domande del “fuori”). E che prende le mosse da una legge (la 133/08, confluita in Finanziaria 2008) che taglia 7.5 miliardi di euro nel triennio 2009/11 con relativ0 taglio i 140.000 posti di lavoro tra docenti e Ata.

Rottura dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale
La cosiddetta “riforma” Gelmini istituzionalizza, rende sistema la divaricazione dei percorsi scolastici su base socio-economico-culturale, immobilizzando (contrariamente a quanto previsto dal dettato costituzionale, che individua nella scuola pubblica uno degli strumenti per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”) le condizioni di partenza di ogni studente: i licei per i “nati bene”; l’istruzione tecnico-professionale (guarda caso, la più massacrata) per gli altri.

L’obbligo di istruzione conseguito a scuola per i primi, per gli altri attraverso un sistema di partecipazione scuola-agenzie formative o addirittura nell’apprendistato; a significare, peraltro, che nella coscienza degli strateghi di viale Trastevere un anno di scuola è equivalente ad un anno di avviamento al lavoro. E, destinata alle fasce deboli della popolazione, tra i migranti, tra i diversabili – che statisticamente convergono nell’istruzione professionale – la garanzia di 20 variabili (tante quante sono le regioni italiane) di uno stesso segmento dell’istruzione superiore.

L’accerchiamento è centripeto rispetto all’aggressione al principio di unitarietà del sistema scolastico nazionale, nonché rispetto alla difesa dell’art. 3 della Costituzione. È proprio questo il punto: l’impressione è che sempre meno i grandi concetti organizzatori, i principi fondativi su cui i costituenti hanno basato la scrittura della Carta (i primi 11 articoli), da cui conseguono gli articoli seguenti e che determinano le idee guida di una nazione, i principi imprescindibili e inviolabili, siano di fatto stati metabolizzati nel Dna della nazione. La loro imprescindibilità nella pratica sembra quasi solo teorica e lo iato tra principi e politiche e azioni concrete diventa tanto più avvertibile quanto più si versa in un periodo di crisi, culturale, oltre che economica.

Siamo pur sempre – è bene ricordarlo – il Paese delle impronte digitali ai bambini rom, delle quote del 30% di migranti. Siamo il Paese delle continue violazioni al diritto al lavoro. Siamo il Paese di una cittadinanza differenziata a seconda dell’emergenza più o meno pressante di parole d’ordine come sicurezza, ordine, merito. Siamo il Paese che tenta di sopprimere per legge il pluralismo, lo ostacola nella pratica quotidiana. Il Paese dell’assuefazione alla evasione dalle procedure garantite dalla legge, dove le norme si inverano attraverso dichiarazioni e proclami di chi è per vocazione disposto e pronto a mettersi sull’attenti e battere i tacchi. Siamo distratti: dalla nostra storia, dal nostro futuro. Immersi in una quotidianità priva di respiro, in una logica suicida del giorno per giorno. E in questa distrazione ci stiamo lasciando sfuggire brandelli di civiltà e tranci di democrazia.

Revisioni e revisionismi
La manipolazione semantica ci lascia indifferenti. L’argomentazione più cara alla Lega che, come abbiamo visto, propone un reclutamento degli insegnanti direttamente determinato su albi regionali e una contrattualizzazione differenziata, è la disperantemente nota revisione del Titolo V della Costituzione, una delle responsabilità che il centrosinistra ha deciso di assumere in prima persona (insieme alla legge sulla parità scolastica e sull’autonomia) rispetto allo smantellamento della scuola pubblica e alla smobilitazione di una parte sostanziale di quei concetti organizzatori e principi fondanti di cui si diceva.

Insieme a Cota e Zaia, governatori del Piemonte e del Veneto, si è espresso Boni, capogruppo della Lega in Lombardia, avallando la richiesta di albi regionali appena avanzata dai leghisti friulani:

“Pieni poteri alle regioni per dare la precedenza agli insegnanti lombardi. La piena attuazione del federalismo si traduce nell’autonomia concessa alle regioni nelle diverse materie previste dalla stessa riforma federale e dalle modifiche introdotte al titolo V della Costituzione”.

Le trasgressioni costituzionali in un’affermazione del genere sono molteplici: l’art. 52 della Costituzione prevede l’accesso di tutti i cittadini a tutti gli uffici pubblici senza discriminazione. Per quanto riguarda la continuamente evocata revisione del Titolo V della Costituzione, così si è pronunciato l’avv. Mauceri (Per la scuola della Repubblica, che peraltro ha elaborato il ricorso avanzato al Tar del Lazio contro la circolare sulle iscrizioni, priva – come si è detto – di riferimenti di legge; un ricorso che hanno firmato 800 persone):

“La riforma del federalismo fiscale esplicitamente non prevede alcuna modifica per quanto attiene l’ordinamento scolastico; una legge ordinaria, del resto, non può incidere sull’assetto definito dalla Costituzione. La riforma del Titolo V va poi interpretata nell’ambito dei principi fondamentali della Costituzione. Le norme generali dell’istruzione sono stabilite dalla Stato, che garantisce uguaglianza ai cittadini sui diritti fondamentali, tra cui l’istruzione, e che realizza scuole statali – con personale, programmi, criteri di valutazione, obiettivi statali. Quindi la competenza che il Titolo V attribuisce alle regioni riguarda gli aspetti organizzativi della scuola e non quelli istitutivi”.

Considerando che le leggi su parità e autonomia scolastica furono licenziate dal centrosinistra; che l’idea delle scuole fondazioni era contenuta nel decreto Bersani del 2007; che la riforma del Titolo V della Costituzione, federalismo, regionalizzazione e sussidiarietà sono principi condivisi anche da chi dovrebbe opporsi alla deriva mercantilistica, aziendalista e privatistica configurata dalle proposte Aprea e Goisis, aggiungiamo un’ulteriore sfiduciata notazione al quadro sinora tracciato: la mancanza – per molti di noi – di una rappresentanza parlamentare che declini intransigenti parole di opposizione allo jihadismo mercantile e al localismo discriminatorio che si stanno insinuando nella scuola.
(Intervento pubblicato sul numero di luglio di Libero Pensiero)

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L’occhio del Lupo
Le donne nell’epoca Berlusconi

Nell’epoca Berlusconi le donne le vogliono zoccole o utili idiote; le seconde le piazzano spesso nella scuola. Hanno i loro padroni (scegliete voi: Tremonti Confindustria CL Bossi? – dal tappetto brianzolo a scender per li rami) ma Moratti e Gelmini e Aprea e Goisis una volta messe lì non schiodano, ci prendono gusto, ognuna vaneggiando e spacciando la sua “riforma epocale”. L’improntitudine non manca e la goffaggine intellettuale è conditio sine qua non. Nel dettaglio, Aprea e Goisis, non propriamente avvenenti anzi un tantino muscolari, lavorano fuori dalle scene mediatiche più affollate, Moratti e Gelmini una dopo l’altra hanno prestato invece i loro visini atteggiati a materna indulgenza alla grande impresa della neo-scuola aziendalista – la Moratti, mutando piglio appena eletta sindaco. Intanto, l’aspetto da suorina dice(va) agli italiani, distratti come sempre da tutt’altre questioni, che:
1) il “rinnovamento” non poteva essere che buono
2) che la scuola è ormai diventata solo una faccenda di femmine (più le utili idiote che le zoccole)
3) (e il cerchio si chiude) che solo gli infami sparano sulla croce rossa.

(Michele Lupo)

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La settimana scolastica
di Francesco Accattoli

Le notizie che rimbalzano da Adro continuano a tessere uno scenario sempre meno edificante: dopo essersi detto pronto a rimuovere i simboli leghisti dall’Istituto Gianfranco Miglio soltanto su ordine del senatur Umberto Bossi, il primo cittadino Oscar Lancini rincara la dose minacciando di togliere dalla mensa scolastica il menu alternativo alla carne di maiale – fatto salvo la presentazione di una precisa prescrizione medica – decretando così l’espulsione degli studenti musulmani dal luogo di ristoro.

Se le decisioni in quel di Adro rischiano di trasformarsi in tormentone mediatico da prima pagina, con la tendenza quindi al progressivo esaurimento, quello che rimane schiacciato dalla mole di polemiche che il comune lombardo trascina dietro di sé è il racconto della situazione vera, concreta della scuola italiana.

Il nuovo saggio di Girolamo di Michele, La Scuola è di tutti (Minimum Fax, pagg. 338, euro 15) chiarisce i percorsi evolutivi della scuola primaria italiana, dai fasti intellettuali ed operativi della didattica modulare degli anni ’90 – che di fatto avevano eliminato la distanza tra l’istruzione italiana e quella del resto d’Europa – alla distruzione di un modello vincente ad opera della “riforma Gelmini”.

Non ci sono attenuanti, l’impoverimento della scuola è evidente, se ne accorgono i docenti rimasti a casa, se ne accorgono i genitori ogni mattina, quando accompagnano i propri figli in scuole pubbliche – le private godono ancora di cieli limpidi ed arie celestiali – sempre più affollate di studenti e sempre meno di suppellettili e strumentazioni. E ai tagli feroci voluti dalla “riforma” ha fatto riferimento ancora una volta il Presidente della Repubblica Napolitano: “Se vogliamo che la scuola funzioni come un efficace motore di uguaglianza e come un fattore di crescita, bisogna che si irrobustisca” – commenta il Napolitano davanti a 1600 studenti giunti al Quirinale per la festa d’inizio d’anno scolastico – da questo processo di crescita dell’istruzione pubblica non possono essere esclusi i docenti: “per elevare la qualità dell’insegnamento – ha continuato il Presidente – occorre motivare gli insegnanti e chiedere, vero, che abbiano un’adeguata formazione, ma anche offrire loro validi strumenti formativi e di riqualificazione. E su questo, ovviamente, è necessario investire”.

Investimenti ed integrazione, due capisaldi del sistema formativo italiano, due pilastri che sono palesemente disattesi dalle scelte istituzionali. In settimana anche Famiglia Cristiana è intervenuta sulla questione dei tagli all’istruzione, segnale piuttosto allarmante per un Governo che negli anni passati aveva comunque goduto del consenso di buona parte del mondo cattolico.

Nell’articolo del settimanale Don Sciortino non usa mezze misure: “All’Italia sarebbe anche bastato rinunciare alla megacommessa di 131 cacciabombardieri che ci costerà 14 miliardi di euro. Nel frattempo le aule scolastiche cadono a pezzi” mentre – aggiunge il settimanale – restano senza lavoro migliaia di precari “sacrificati sull’altare di tagli fatti al buio”.

Eppure Romana Liuzzo e Donatella Marino di Panorama scrivono di un gran paradosso: gli studenti italiani hanno il più alto numero di docenti nonché il più cospicuo monte ore di lezione di tutta Europa eppure sono i meno preparati. Il settimanale di casa Mondadori rincara la dose riportando il Gelmini-pensiero secondo cui il 97 per cento del bilancio di Via Trastevere se ne va in stipendi, causando buchi di risorse da destinare ai poveri studenti. Ma di poveri – noi lo sappiamo bene e lo sa bene anche Emiliano Fittipaldi de L’Espresso – ci sono soltanto i docenti: vediamo come, “dati Ocse alla mano, i nostri insegnanti siano tra i meno pagati del mondo occidentale: i maestri elementari guadagnano, dopo 15 anni di anzianità, solo 31 mila dollari lordi (pari a 24 mila euro), poco più di mille euro al mese. Un po’ di più finisce nelle tasche dei professori di medie e licei. In Germania e Svizzera i colleghi guadagnano quasi il doppio, la Spagna viaggia su altri livelli e anche in Francia, stipendi d’ingresso bassi come i nostri crescono molto verso fine carriera.”.

Ma il parossismo tocca livelli assoluti quando, sempre stando alle parole di Giovanni Biondi riprese da Panorama, “non è automaticamente vero che più le classi sono numerose e meno s’impara, anzi avviene il contrario. La votazione media nei test Invalsi è stata più alta nelle classi con oltre 25 studenti e più bassa in quelle con meno di 15”. A questi livelli è davvero arduo replicare, quanti di voi – e di noi – abbiano avuto esperienze di docenza in classi di più di 25 alunni – fuorilegge per la Protezione Civile – sa perfettamente quale sia la difficoltà di fare didattica.

Sul degrado della scuola pubblica, sulle pezze ai pantaloni dei docenti italiani in settimana si è espresso anche il settimanale Gente che con lodevole zelo riporta una succulenta tabella che mette a confronto gli stipendi degli insegnanti in tutta Europa. La si legga e si mediti. E sempre a parziale – ci mancherebbe – confutazione della tesi sostenuta da Panorama sull’abbondanza di docenti per studenti, sia Gente che Repubblica.it parlano di classi vuote e di caos nelle nomine dei supplenti: a Milano, scrive Salvo Intravaia, le lezioni sono già iniziate eppure devono essere nominati ancora 2 mila e 400 insegnanti mentre a Roma, nel nuovo Liceo Musicale Farnesina, la preside Olga Olivieri rivela che mancano 4 insegnanti di musica su 12.

Per fortuna che sono stati chiariti i criteri per il reclutamento dei docenti, rivoluzionario sistema di formazione in linea con il clima da “riforma epocale”, per altro già criticato dagli addetti ai lavori (vedi ScuolaOggi) e non soltanto dai sindacati (FLC CGIL, CISL Scuola, Gilda).

Chiedo scusa ai colleghi universitari ai quali Repubblica.it ha dedicato due articoli molto interessanti sul nepotismo ancora imperante nelle Facoltà del Bel Paese e sull’UNICA 2010, conferenza che ospiterà a Roma 300 studenti stranieri provenienti da 35 facoltà europee per discutere di investimenti e strategie per l’istruzione universitaria del futuro prossimo, se soprassederò al racconto degli eventi, ma vorrei dedicare la chiusa ad un fenomeno a dir poco inquietante, visto anche la situazione della scuola secondaria italiana.

Si tratta di un’iniziativa rivolta ai ragazzi delle superiori della Lombardia, sotto il placet dei Ministri dell’Istruzione e della Difesa: “Allenati per la vita”, s’intitola, e l’obiettivo ufficiale del progetto è quello di “contrastare il bullismo grazie al lavoro di squadra”. Ma se si dà un’occhiata alle discipline curricolari si noterà che accanto a quelle più tradizionali compaiono cultura militare, armi e tiro, sopravvivenza in ambienti ostili, difesa nucleare, batteriologica e chimica, superamento ostacoli (vedi qui un resoconto). E il dubbio che qualcosa non quadri sorge improvviso.

Il tenente Paolo Montali, uno tra i responsabili del progetto che ha visto coinvolti più di 800 studenti, 38 scuole secondarie e 140 istruttori militari in congedo, respinge l’accusa di coloro che vedono nell’iniziativa un’occasione per invogliare i giovani alle cose militari, ed anzi sottolinea che “più che altro insegniamo a far parte di un gruppo e a fare le cose insieme. E riguardo all’uso delle armi, la prima cosa che cerchiamo di far passare è il rispetto primario delle regole. Su questo siamo intransigenti”. Ma se anche Famiglia Cristiana ha espresso un fortissimo dubbio sulla questione, la curiosità nasce spontanea: anche tra i docenti di armi e tiro ci saranno degli arrabbiatissimi precari storici?

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Appello alla MOBILITAZIONE il 29 settembre verso il NO GELMINI DAY dell’8 ottobre!

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Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Cub.

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Francesco Accattoli, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

14 pensieri su “Vivalascuola. Che scuola ci aspetta?

  1. Grazie per aver illustrato in maniera così ampia il panorama desolante. Sembra che solo su blog di buon senso e ampia coscienza come questo si prosegua con coerenza e coraggio l’opera di corretta informazione. Quanto all’educazione militare, ribadisco anche qui quello che ho scritto stamattina su “Cronache di Mutter Courage”: Molto meglio Sturmtruppen.

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  2. Interventi illuministici e di grande buon senso in un periodo oscuro come quello che stiamo vivendo. Ma ancora una volta sono impressionato dal carattere connivente e grottesco della “sinistra moderna” (leggi Pd) che in nome di una non ben chiara idea di modernizzazione (prima o poi saranno costretti a spiegarci di cosa si tratta…)approva gli albi regionali degli insegnanti (Bresso) e la deriva privatistica (Turco)delle scuole. Senza parlare dell’appoggio che diedero i piddini (non tutti ma alcuni sì) allo stesso disegno di legge Aprea. Della responsabilità dell’ex ministro Belrlinguer abbiamo già parlato. Il cerchio dunque si chiude. Tutta questa implosione è possibile perché non c’è difesa (intendo difesa parlamentare), oppure perché la difesa è solo sparsa…dispersa. E fa quasi ridere assistere alla sindrome bipolare del paese e delle sue televisioni che da una parte si accaniscono ad enfatizzare gli episodi del Risorgimento (col placet di Napolitano) e dall’altra non perdono occasione di gettare cacca sui “servizi pubblici”. Se poi volessimo chiederci quale sarà la nuova cultura della Lega allora non c’è che da riferirsisi a quel capolavoro di idiozia che è stato il film “Il Barbarossa” (finanziato dalla stesso partito di Bossi) col quale si intendeva promuovere la conoscenza della storia lombarda e dell’epoca dei liberi comuni. Un falso storico (A. da Giussano non è mai esistito) e per di più grossolano e insulso L’idea democratica del comune medioevale fa semplicemente sbellicare. Questa è la demagogia della Lega e fra un po’circolerà nelle scuole e non solo “lumbarde”. Mi vergogno di questo paese. Cerchiamo almeno di non violentare la storia

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  3. La mia partner è olandese e ha insegnato in Olanda e Nuova Zelanda. Arrivata in Italia è rimasta SHOCKATA dalla fatiscenza delle scuole e dalla paga degli insegnanti. E dire che l’idea che molti italiani amano dare di sé, soprattutto all’estero, è quella di provenire dalla “patria della cultura”.
    Mi domando come se ne esce…

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  4. se ne esce facendo quello che sino ad oggi non si è fatto:SI DISOBBEDISCE.In fondo è come essere in guerra,si è scavata una trincea da una parte i ricchi dall’altra tutti gli altri,senza differenza alcuna. La cultura sta al muro,pronta per essere giustiziata. Si deve decidere a chi dare retta:se a delle direttive che portano all’abbattimento della scuola e delle forme di conoscenza che in essa venogno praticate ancora,anche nella miseria in cui è stata rinchiusa,che non è miseria ideologica,oppure ci si lascia decimare.
    In guerra si deve decidere da che parte stare,si decide se fare i mercenari o difendere ciò in cui si crede.
    E’ ora di smettere di fare le cavie ed essere vivisezionati.Stanno prendendo le misure per vedere fino a che punto possono aprirci la pancia senza che nessuno sollevi un dito.f

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  5. ferni ha detto tutto. quando si arriva in fondo, e oltre, almeno lì sarebbe il caso di decidere da che parte stare. io per me mi sdraierei per terra, fermerei il traffico, farei una di quelle cose che hnno cambiato il mondo, dato la libertà ai popoli. ammetto che mi si para davanti lo spettro della diaz: e tuttavia ci vuole coraggio.

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  6. ma fatelo finalmente, @fernirosso, cominciate a disobbedire, o questi vostri annunci di guerra via web sono solo chiacchiere?

    @lucy, te l’ho visto scrivere tante volte, «tenetemi che rompo tutto», «ecco il mio nome, arrestatemi pure», e allora sdraiati per terra invece di fare commenti bombastici, ma sei almeno iscritta a un sindacato? indici almeno riunioni per organizzare questa benedetta resistenza? contribuisci almeno all’egregio lavoro informativo di viva la scuola?

    tutto ciò è ridicolo

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  7. ‘a ci’ e te che esci solo per dire esattamente questo ch’hai detto, e a me nello specifico, che ti sto sulle palle non ho capito perché (che poi chi sei?), quand’è che t’aggiorni? vedrai che in questa sezione verrà fuori qualcosa. di sicuro con quelli come te non solo la scuola non cambia, ma si contribuisce a diffonderne un’idea stantìa, in cui gli insegnanti sono dei ruba pane a tradimento ecc. ecc. credo che accada di peggio: qualificando come proclami delle semplici opinioni, che sono però operanti nel luogo in cui lavoro, ti collochi precisamente in quella fascia molto ampia di persone che stanno a guardare. non sanno un tubo di quello che accade, ma sanno criticare, cioè, criticare: pija’ pe c…
    se è importante sapere se contribuisco a vivalascuola: ebbene sì, contribuisco. poco, ma ho già dato e mi sono impegnata, per quello che so/posso fare a farlo in maniera più precisa quest’anno. c’è il mio nome in questa puntata: e non mi rompere.

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  8. Sarebbe bene che certe affermazioni sulle persone fossero fatte solo se basate su una conoscenza documentata, altrimenti si rischia di dire senza sapere: in questo caso senza neppure aver letto i nomi della redazione di vivalascuola.

    Il mondo della scuola è vasto, tutti in una certa fascia di età ne fanno parte, e all’interno c’è anche chi difende ciò in cui crede.

    Semmai il problema è che certe cose non dovrebbero riguardare solo chi lavora nella scuola, ma tutti, visto che tutti ne sono coinvolti.

    E c’è da chiedersi perché la maggioranza degli italiani rimane indifferente a ciò che succede in questi giorni: cose come l’educazione militare per gli studenti o tutte le trovate della mensa scolastica di Adro o quella dell’assessore all’istruzione di Chieri (“via i disabili dalle scuole”!): queste cose, più che di sinistra o di destra, sono infime.

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  9. giorgio: no no sono di destra, di destra all’italiana, xenofoba, razzista, qualunquista. di destra furbetta, che strizza l’occhio a persone che parlano giusto per dare aria ai polmoni, per sentito dire, ed esprime un sentire
    da basse vie viscerali e riproduttive. di destra che ci dà il cordoglio mesi sulla casetta in monteca’, intanto gli ‘tagliani guardano da un’altra parte e quell’altro si compra i depu…tati per farsi un regalo il giorno del suo compleanno, di destra che dopo i proclami a destra e a destra, vota la fiducia.
    le majalate e le trombonate peggiori sulla scuola sono di destra: avvantaggiate da un logoramento iniziato da berlinguer e da altre cosette che penso e che dirò, così faccio contento anche il cicci.
    dimentichi tra le bellezze di questa amministrazione il blocco degli scatti, l’istituzione non si sa di quale organo che deciderà chi lavora e chi no per stabilire a chi dare i soldi risparmiati dai fannulloni che ci sono a priori, soprattutto nella scuola. ne vedremo delle belle. e vuoi che non si possa nemmeno azzardare l’ipotesi di una civil disobedience?
    io mi devo intanto sfogare, sennò scoppio. oppure, ci’, se ti viene voglia di strozzare uno, invece di dire lo strozzerei, lo garroti direttamente? attenzione che se non lo strozzi, sei incoerente.
    prima delle rivoluzioni si sono scritti e detti milioni di parole.

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  10. ogni giorno, in qualunque luogo, sono con nome e cognome difronte alle responsabilità che mi assumo:COMPLETAMENTE. E quando scrivo ciò che penso, ciò che difendo in consiglio, ciò per cui mi espongo quando discuto, non lancio un sasso e poi mi ritiro. DIRE CON CHIAREZZA la propria presa di posizione non significa armarsi di un coltello per piantarlo tra le costole di qalcuno. Disobbedire è anche promuovere una cultura diversa da quella che stanno seminando, è dire cosa significhi manipolare i cervelli,trasformandoli in poltiglia, è insegnare a non demandare a nessuno la propria responsabilità. Stendersi per terra, ubriacarsi per un gesto eclatante non abbatte le montagne, la pioggia e la neve disfano anche i graniti e questo deve fare la scuola, disfare il granito dell’ottusità,dell’imbecillità di scelte politiche che non sanno guardare a nessun domani. Non ho ancora sentitto un discorso di programma, solo frasi senza contenuto anche oggi, in parlamento. Non ho nulla da applaudire. La scuola deve fare i suoi programmi,le scelte di indirizzo e mandare alle fiamme le scelte ridicole che dimostrano solo l’ignoranza di legislatori che non conoscono di cosa sia composta la sostanza di ogni percorso formativo. Deve cambiare,sì,deve proprio cambiare direzione e non formare ingranaggi di un laboratorio che produce la carta straccia di banco-note fesse.ferni

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  11. E’ un brutto momento per la scuola:risorse scarse ma sopratutto la scarsa voglia di novita’ e di fare delle cose nuove.C’è una gran voglia di non sentire parlare i ragazzi in un ambiente che gira e rigira e’ pagato anche da loro e di cui loro sono i padroni .C’è una gran voglia di ordine ,di silenzio che sa di cimitero ,che sa di futuro che non cambiera’ grazie alla scuola ma bensi tramite altri canali che la scuola non intercetta piu’ ormai .
    Questo progetto di mettere insieme l’istruzione e la difesa poi e’ il colmo,invece di parlare del significato delle nostre spedizioni intrenazionali che fanno piu’ errori che inserimento della pace e intercultura.
    Discutere e i ministri da mettere insieme semmai sono quelli del produttivita’ e delle scoperte .
    Non e’ un buon momento,ma non per questo ci buttiamo giu’ .
    La nostra motivazione e’ alta,quindi lascia ben sperare per il futuro .
    a.todesco

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