Franco Repetto: le radici antiche della contemporaneità

Ecco un testo di Marco Grassano sulla mostra di prossima apertura dello scultore Franco Repetto, che dal 30 settembre al 30 ottobre potrà essere visitata presso lo Studio Ghiglione (Palazzo Doria, Piazza San Matteo 6Br), a Genova.

“Franco Repetto: le radici antiche della contemporaneità”

Assai opportunamente Emilia Marasco ha accostato l’intero percorso artistico di Franco Repetto alla tragedia greca. I forti elmi achei della sua precedente produzione richiamano, infatti, molte concitate scene belliche dell’Iliade (il ciclo epico è ormai riconosciuto come origine della successiva fioritura dei “tragici magni” Eschilo, Sofocle ed Euripide), molte drammatiche figure di eroi, ma anche l’episodio umanissimo e tenerissimo del canto VI, nel quale Ettore saluta, con un presagio di morte imminente, il figlioletto (“Si piegò il bambino contro il petto della bella nutrice, gridando impaurito alla vista del padre, atterrito dal bronzo, dal pennacchio dell’elmo che sulla cima vedeva ondeggiare, tremendo; Ettore glorioso si tolse dal capo l’elmo splendente, deponendolo a terra; poi prese tra le braccia il figlio, lo baciò…”). Ugualmente, un richiamo al teatro ellenico arcaico è ravvisabile nelle attuali strutture repettiane in movimento, silenti o sonore, che presentano rimandi a macchine sceniche dell’epoca, quali l’esostra o l’ecciclema.
I riferimenti, più o meno espliciti, di Repetto sono però assai più ampi, e toccano ambiti della cultura, della storia, della scienza e persino del fumetto di qualità.
Titoli come “Elichelmo”, “Modulelmo” o “Strutturelmo” hanno un sapore nettamente donchisciottesco (tra gli episodi più comici del grande romanzo spagnolo vi è quello in cui il Cavaliere dalla Triste Figura incrocia un barbiere in viaggio che, per ripararsi dalla pioggia, si era messo in testa la propria bacinella di ottone e, scambiando l’improprio copricapo per il famigerato Elmo di Mambrino, se ne impossessa; verso la fine del libro, i due si rincontrano: il barbiere reclama la bacinella e il Cavaliere difende il suo bizzarro elmo, così il prudente Sancho Panza, per non sbilanciarsi, definisce l’oggetto conteso “bacinelmo”).
Pur mantenendo legami tra le soluzioni plastiche adottate, col tempo l’ambito di ricerca si è venuto modificando, ma non ha perso la ricchezza delle allusioni (e il fatto che siano magari inconsce non toglie loro importanza). Strutture oscillanti come il “Descrittore di spazio” o “Andate e ritorni” possono essere accostate al celebre Pendolo di Foucault, ideato per dimostrare la rotazione terrestre (strumento visibile a Parigi e, in copia, nell’ingresso del Museo delle Scienze realizzato da Santiago Calatrava a Valencia). Opere come “Corridoio prospettico”, oltre a suggerire una metafisica meta da raggiungere per angustam viam, fanno fisicamente pensare all’aligero copricapo del sorridente Asterix, mentre “Uno come l’altro” la si direbbe sobria parodia, in scala ridotta, dell’automobile dei Flinstone, costretta a una dondolante immobilità.
Connotati da molteplici rimandi testuali e contestuali sono anche gli intensissimi “disegni”, che Repetto ha coltivato parallelamente alla produzione plastica (uso le virgolette perché essi sono, in qualche modo, materici o in rilievo, essendo stati realizzati incidendo con un flessibile un pannello di legno: il tratto nero corrisponde alla bruciatura causata dal disco rovente). “Verso blu” e “Riflessi d’arancio” evocano un cielo notturno sopra e in fondo a due muraglioni che parrebbero alludere al Labirinto di Creta. “Meandro 1” e “Meandro 2” rendono l’angosciosa sensazione di un cunicolo di miniera, coi brutali segni del flessibile che ricreano efficacemente le scabrosità della roccia spaccata dal piccone (e qui viene in mente Germinal di Zola). In “Ambito rosso” pare configurata una ribalta teatrale che – come in una “contaminazione” o sovrapposizione onirica – presenta, al contempo, caratteristiche di letto a castello: da prigione o da campo di concentramento, ambienti di segregazione cui fanno pure riferimento il cammino obbligato di “Senza alternativa” e i reticolati di “Verso una luce” (come evitare, qui, un accostamento a Primo Levi?).
Alcuni disegni, come “Raggi lontani”, offrono, quale sollievo a un ambito chiuso, una luminosa, rasserenante via di uscita quasi raggiunta; “Scendere in cava” applica una deformazione, anche qui di sapore onirico, al percorso coatto già esaminato.
Certe sculture fisse tagliano lo spazio, o lo delimitano, o lo organizzano in rapporti interni. Altre (“In tempestate securitas”) paiono irradiarlo, suscitando l’idea di una prosecuzione rettilinea infinita, come quella della luce. L’apparente meridiana di “Studio per installazione” è stretta all’interno di un recipiente-involucro che, di fatto, le impedirebbe di funzionare, se mai venisse collocata al sole.
In questa personale, l’artista propone una serie di opere mai esposte a Genova, a cominciare dai già citati “Descrittore di spazio” e “Corridoio prospettico”. Ma ad accogliere il visitatore è la pendula, perentoria indicazione di “Proprio qui”. Le oscillazioni bilanciate di “Spazio libero” appaiono nella duplice versione in marmo-ferro e in terracotta-legno. Una serie di opere, a cominciare da “Grande vano”, trasformano la liscia superficie della lamiera, grazie a un’accorta piegatura, in un suggerito accostamento di volumi. È ancora la lamiera a fingere pareti e separés in “Spazio vuoto”. Una serie di grafiche tridimensionali (non lontane dalla concezione architettonica del sopra menzionato Calatrava, pur senza voler sfociare in bozzetti progettuali) si propongono come la traduzione volumetrica di un disegno; alcune di esse, se toccate, si muovono con una regolarità quasi ipnotica. “Strutture oscillanti” offre due lucide, identiche assi di legno inserite in millimetrico equilibrio su una curva base di travertino. Equilibri calcolatissimi caratterizzano anche altre due opere mobili, nelle quali la pietra è abbinata a tondi, corposi segmenti di ferro che la trapassano. Disponendo su una parete due trapezi in lamiera, accostati per la base minore, si ottiene l’illusione ottica di uno spazio in prospettiva. La coricata “Croce ai caduti in un angolo” si configura come la parte finale (o “la parte” tout court: in una frazione minimale di tempo, il moto tende alla stasi) di un movimento, e vuole essere dedicata anche “ai diseredati”, quegli “ultimi” di cui parla il Vangelo che troppo spesso vengono rimossi in un angolo, per terra. Insomma, in questo allestimento la collocazione spaziale assurge, simultaneamente, a segno, significante e significato.
Ma in realtà tutte le opere di Repetto, bi o tridimensionali che siano, intervengono in qualche modo sullo spazio, aiutano a visualizzarlo, a comprenderlo. Come insegna la fisica, i rapporti spaziali, per essere rilevati, richiedono un termine di raffronto esterno all’oggetto (al “corpo”) considerato: si è grandi o piccoli, vicini o lontani, sopra o sotto, in movimento o fermi rispetto sempre a qualcosa, mai in termini assoluti. In questo caso, l’elemento di paragone è costituito dall’osservatore-fruitore, coinvolto in prima persona, chiamato direttamente in causa, dall’artista, ad apportare il proprio bagaglio di percezioni, di nozioni, di emozioni, di esperienze. Esse est percipi, “esistere è essere percepito”, come sosteneva Berkeley.
I materiali di lavoro di Repetto sono, prevalentemente, quelli che hanno segnato le tappe dell’evoluzione della civiltà umana: oltre al legno e alle fibre vegetali, metallo (ferro, bronzo…) e pietra (in pietra sono realizzate anche opere dal titolo “fisiologico” come “Macchina ossea”). La pietra riveste, da sempre, una sorta di sacralità, di valenza simbolica (si pensi alla posa della “prima pietra” di un edificio), di proiezione nel tempo (dalle ere geologiche in cui è stata generata al futuro auspicato per ogni costruzione) che nessun cemento, sia esso calcestruzzo “architettonico” o il più volgare conglomerato di scorie, potrà mai offrire.
Indubbiamente, l’allestimento dello spazio è sempre un’operazione connessa alla presenza antropica: come osservava Leopardi nello Zibaldone, “una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che avrebbero naturalmente; in modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili, eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme, è cosa artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura”. Tuttavia, tra gli interventi umani i manufatti di pietra si inseriscono nel paesaggio con ben altra armonia rispetto a materiali, diciamo, più arbitrari o invadenti (si pensi alla diversa “compatibilità ambientale” che presentano, in una fascia d’ulivi, un muretto a secco e uno in calcestruzzo): ecco perché, a prescindere da ogni intento monumentale, o dal suo contrario, tra una scultura in sasso e una in cemento corre la stessa differenza che passa tra i fiori naturali e quelli artificiali.
Seguendo la complessa, intensa evoluzione artistica di Franco Repetto, tesa “a ricercare e praticare strade contemporanee avvalendosi di tecniche e espressioni antiche” (secondo quanto afferma egli stesso), riflettendo sul suo “utilizzare materiali umili ma nobili che comunicano sfaccettature umane spesso ormai solo sopite in ogni uomo” (idem), possiamo considerare positivamente quanto anche in lui la Physis, la Natura, per fortuna, finisca col prevalere.

Marco Grassano

Vigana di Dernice – Alessandria, agosto 2010

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.