Paesaggio con poeti

di
Roberto Nassi


Diciassette per la precisione e provenienti da mezza Europa. Hanno vissuto insieme per una settimana (dal 12 al 19 settembre). Ognuno sembrava incarnare nell’aspetto, in tratti del carattere o in qualche posa un po’ del proprio stereotipo nazionale. Si sono letti, si sono tradotti a vicenda, la sera hanno parlato di poetica e di ex Jugoslavia, di progetti e di massimi sistemi, di vini e allitterazioni. Sono nate amicizie. Le diversità si sono rivelate un legame non meno delle affinità che si andavano scoprendo giorno per giorno, verso dopo verso, risata dopo risata. L’età soltanto un accidente o semmai uno scrigno di racconti, una risorgiva di vita vissuta e pronta farsi aneddoto e racconto di Sherazade a notte fonda, quando grappa e rakija bagnano l’ugola e si intrecciano corrispondenze.

Nel minuscolo borgo di Skocjan (S. Canziano, Slovenia) non hanno soltanto soggiornato in case restaurate in agriturismi. Hanno vissuto bensì questo borgo nella concentrazione del tempo, incontrandosi il mattino, ognuno proveniente dal proprio ostello, sul sagrato della chiesetta dagli interni settecentesco-veneziani, animandolo di voci (lassù, ci pensavano le rondini, in fervidi preparativi e prove di partenza), ogni sorta di inglese adattato e storpiato da bocche forestiere soprattutto, ma anche le lingue ritmiche delle poesie che i poeti leggono ad alta voce a beneficio degli amici e che sentiranno poi fiorire in altri idiomi altri linguaggi e tuttavia riconoscibili sempre per quei meandri tonali, quei ritorni di parole che la perizia del poeta-traduttore sa conservare a sua volta armonizzandone le forme con le venature proprie del legno con cui si esprime, la sua lingua cioè, la sua voce. Hanno vissuto il paesaggio andando alla ricerca di quel fiume misterioso che non si vede ma lo ha segnato di profondissime forre, creandosi la sua strada nel sottosuolo, scavando la roccia carsica e che si lascia incontrare proprio alle soglie dell’altro mondo, nelle profondità ammalianti delle grotte di san Canziano, quando ancora il suo nome è semplicemente, archetipicamente Reka (Fiume), mentre quando affiorerà alla luce, oltre il confine italiano, sarà Timavo.

Hanno incontrato il paesaggio, i poeti, come hanno incontrato se stessi, lavorando gomito a gomito, e, si vorrebbe dire, labbra-orecchio, orecchio-labbra. Scoperta! Si può tradurre persino da una lingua che non si sa (o non si sa abbastanza, pensavi). Ed è una gioia per le orecchie sentire quella poesia declinata in lingue differenti e diventata forse poesie differenti, senza avvertire il bisogno di sapere “che cosa vorrà dire questo verso, questa strofa”, esattamente come un pezzo di musica che dice e comunica piuttosto che significare.

Anche il pubblico di Lubiana, con cui il venerdì sera (17 settembre) i poeti hanno condiviso in una serie di pubbliche letture il frutto del loro lavoro, sembrava vederla allo stesso modo, allo stesso modo ascoltando poesie recitate in sloveno o in croato e poesie recitate in polacco finlandese olandese inglese o italiano, occhi chiusi e orecchie tese, come di fronte a riduzioni ora per piano solo ora per violini ora per fagotto di un medesimo spartito.

Il poeta sloveno Iztok Osojnik è stato un regista perfetto. Hana Kovač ha videointervistato i poeti uno ad uno: Ineke Holzhaus, Willem van Toorn (Olanda), Radharani Pernarčič, Tina Kozin, Tatjana Jamnik, Milan Jesih (Slovenia), Roberto Nassi (Italia), John Davies (Gran Bretagna), Knute Skinner (Irlanda), Paul Polansky (USA), Tahir Mujičič (Croazia), Vilja-Tuulia Huotarinen, Ville Hytönen (Finlandia), Agnieszka Bedkowska-Kopczyk (Polonia), Michal Kopczyk (Polonia), Irena Šťastná (Repubblica Ceca). Tamara ed Ervin, i padroni di casa, son diventati parte della grande famiglia. Paul Polansky, americano naturalizzato europeo, attualmente residente nel sud della Serbia, don Chisciotte che si batte per diritti umani che non esistono, come provocatoriamente afferma, o figlio di nessuno come la gente dimenticata a cui tenta di dar voce, ha reso testimonianza alla tragedia che si sta consumando da ormai un decennio in due campi rom del Kosovo allestiti dalle Nazioni Unite in un’area contaminata, in prossimità della più vasta miniera di piombo d’Europa. Se anche il lettore di questo articolo vuol saperne di più e provare ad aggiungere fiato a quella voce, l’invito è di leggere e firmare la petizione sottostante.

“SAVE LEAD-POISONED CHILDREN OF KOSOVO”
Please Sign This Petition
http://www.thepetitionsite.com/5/Save-Children-Dying-From-Lead-Poisoning

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