24. Nuova epica

da qui

Il 16 giugno 1904 è il giorno in cui si svolge l’azione dell’Ulisse. Joyce è in vena di confidenze, si sente a suo agio con i due:
Ci sono autori che fanno risorgere generi sepolti condendoli in salsa simbolica, opere pseudo storiche o pseudo religiose, tendenti al giallo ma soprattutto al gradimento del mercato. Io ho concentrato tutto in un giorno: per un romanzo bastano poche ore ben valorizzate; quello che conta è il viaggio, l’esperienza sempre nuova dell’incontro, rappresentato in miti intramontabili da tradurre nel linguaggio della propria epoca. Le coordinate classiche si sparigliano nel caos di rivoluzioni culturali e antropologiche, nell’entropia che divora ogni certezza e apre all’ignoto. Nello scenario inedito ogni elemento appare in primo piano, le gerarchie subiscono smottamenti imprevedibili: tutto è imprescindibile e privo di significato nello stesso tempo. S’impone un metodo di catalogazione rinnovato, un sistema che si giustifichi in se stesso e non per ragioni trascendenti o tradizioni indiscusse. Più avanza il crollo delle certezze antiche, più urge un disegno preciso e minuzioso in cui riprodurre la realtà, al punto che, se questa esplodesse, si potrebbe ricostruire esattamente, frammento per frammento. L’unica epica possibile, oggi, è l’eroismo al contrario della perdita delle strutture forti. Ma quello che conta non l’ho ancora detto.
Giulio fa un gesto con la mano, come a chiedere una tregua:
Devo andare, ho un appuntamento sopra un monte.
Un monte? La domanda si perde nel trambusto scatenato nella sala: quattro personaggi con tute beige e una specie di zaino di metallo fanno irruzione sparando un raggio laser con cui catturano l’immagine di Joyce, che viene inghiottito lasciandosi dietro una traccia di perplessità invincibile. Leopoldo resta solo: nell’aria si libra un biglietto bianco che atterra lentamente in un movimento a spirale. Lui si avvicina, ancora sotto shock, raccoglie il foglietto e lo legge scandendo le parole: Ricco Barocco – Scuola di scrittura.

19 pensieri su “24. Nuova epica

  1. bellissimo il contrasto fra la profondità del discorso di Joyce e l’irruzuione comica dei ghostbusters letterari un climax rovesciato fino all’apice negativo “Ricco Barocco”

    standing ovation, fabry!

    un abbraccio

    f&r

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  2. Niente male come colpo di scena l’arrivo dei moderni GhostBusters-AchiappaVisioni !
    Il foglietto bianco che svolazza prima di atterrare ricorda la piuma all’inizio del film “Forrest Gump” (quante citazioni cinematografiche, Fabry: del resto è una passione che condividevi con Domma).

    Peccato che Giulio da Padova abbia interrotto il discorso di Joyce prima che arrivasse al nòcciolo della questione…ma quando la montagna chiama, l’uomo del monte non può tirarsi indietro 🙂
    Forrest avrebbe detto: “stupido è chi lo stupido fa”.

    Adesso sarà il turno di Baricco?

    Un abbraccio e al prossimo post,
    Titti

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  3. A me questi GhostBusters ruba-sogni ricordano un po’ la trama di “1984” di Orwell… speriamo che L. non venga accusato di psicoreato!!!
    Approfitto di questo spazio per fare “uso privato del mezzo pubblico” e mando un saluto affettuoso a Titti e Rushide (si scrive così? scusa se sbaglio…): spero di rivedervi presto!

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  4. Tutto mi sarei aspettato tranne gli acchiappafantasmi:)
    Ma veniamo al sodo:
    “Quello che conta e’ il viaggio” dice Joyce.
    Pessoa gli risponderebbe: “Il viaggio sono i viaggiatori”.
    Joyce consiglia “Un disegno preciso e minuzioso…ricostruire esattamente” proprio come quello che nella sua opera egli ha tracciato di Dublino, che – se distrutta – potrebbe essere ricostruita minuziosamente

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  5. (seguito del commento postato incompleto, forse anch’esso inghiottito dai GB?!)

    …frammento per frammento.
    Giulio va sul Montedidio di Erri De Luca?
    Ricco Barocco e’ forse un “Esercizio di Stile” alla Raymond Queneau?
    Sempre sorprendente il suo non-romanzo (fino a dimostrazione contraria), don Fabrizio! Ci piace 🙂 Ora passo al prossimo post.

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  6. “… più del viaggio, viaggiare”
    Scrivere un libro in fondo è come partire per un grande viaggio nel come si fa letteratura, almeno quella buona,in se stessi e nella propria creatività. Lo scoglio è partire, l’incubo del foglio bianco come se, pronti per andare, si avesse la sensazione di aver dimenticato qualcosa ma non si sa bene cosa.
    Scrivere è un’avventura meravigliosa e che il romanzo si svolga in un giorno o in una vita, ciò che importa è l’emozione eterna che lascia e questo Joyce lo sa. Giulio forse è colto in contropiede e nasce il dubbio che fare teoria poi non corrisponda al segno profondo da lasciare nel lettore? Chissà, ma forse un’incertezza lo assale e nasce dal confronto con chi la rivoluzione “romanziera” l’ha già fatta, ed è scritta nella storia.
    Un’altra tappa di un viaggio avvincente il cui percorso nasce ogni giorno sulle ceneri di ciò che c’è e come l’araba fenice è pronto a rinascere, e nella creatività e guizzo di chi scrive, sperando di cogliere sempre il lettore avvinto e fedele nella lettura. Ma è una speranza o una certezza? Oserei dire: Buona la seconda:-)
    SM

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  7. “l’anastrofe” dell’eroismo al contrario, nel romanzo come nella vita 😉

    Le scuole di scrittura fioriscono sempre più (fino ad arrivare a quella dal nome sarcastico-surreale Ricco Barocco) ma senza riuscire ad accattivarsi il favore del nostro Leopoldo.
    E pensare che sono tentata dal frequentarne una gratuita, di 12 incontri, che prevede però l’iscrizione unatantum (euro 65) ad una associazione che fornisce anche sconti a musei, teatri etc… Ne ho letto di recente la pubblicità su Avvenire.

    A proposito di viaggio/viaggiare…Ehi, Rashide, nel tuo peregrinare, in quale parte del mondo ti trovi adesso?
    Un caro saluto a tutti (in particolare a M&C: come faccio a rintracciarti al di là del blog?).
    Titti

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  8. Titti, cerchiamoci domenica alle h.11:30 per scambiarci i recapiti… se non puoi sappi che Paolo M. e Fabio R. hanno i ns. numeri: chiamaci! E cmq spero che questo sia l’inizio di una storia nuova nella quale ci saranno tante altre occasioni di verdersi.
    un bacio M&C

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  9. Fabry, ma io avrei fretta di avere un tuo parere: chiudono le iscrizioni! 😉 Altrove mi sembra di aver letto il giudizio negativo di Alfonso. Apriamo un dibattito sull’utilita’ delle scuole di scrittura: servono o no? Secondo me – oltre al leggere molto – lo scambio di idee, le critiche costruttive, un po’ di tecnica per affinare le proprie capacita’ di certo aiutano (ovviamente bisogna affidarsi ad insegnanti validi, non a improvvisatori attenti piu’ al soldo). Che ne pensano gli altri del blog?
    Buona domenica a tutti,
    Titti

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  10. Io non sono una scrittrice (ho iniziato una volta a scrivere un romanzo, ma non l’ho mai finito!) ma provo comunque a dare la mia opinione… Titti, io la penso un po’ come te: per scrivere credo che sia necessario prima di tutto aver letto molto, soprattutto i classici, e poi non guasta anche studiare in qualche scuola valida. Conoscere più cose aiuta a scegliere. L’importante però è non omologarsi perchè si rischia di fare la fine dei libri di Faletti, (che tra l’altro ho anche letto): letto uno li hai letti tutti! Fondamentale è riuscire a rimanere se stessi, attingendo soprattutto dalle proprie esperienze e dai propri sentimenti: in questo senso bisogna essere “autodidatta”.

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  11. Cara M&C, siamo concordi ma non per questo omologate 😉
    Se Fabrizio avesse tempo per fare anche una scuola di scrittura creativa avrebbe gia’ due iscritte!
    Ora che ci siamo ritrovate, insieme ne vedremo delle belle…da autodidatte ovviamente 🙂 Saluti anche a tuo marito.
    Un abbraccio a Fabrizio che ha consentito questo incontro.
    Titti

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  12. E non saremmo sicuramente le sole Titti perchè, don Fabrizio, la tua si che sarebbe una scuola di scrittura valida…
    Grazie di tutto ed un abbraccio anche da parte mia.
    Mariacristina

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  13. La scuola di don Fabrizio sarebbe gettonatissima, perché sicuramente valida, ma anche perché egli ha già un suo vasto pubblico alla sua lectio divina e lì si nascondono tanti aspiranti scrittori/poeti (poi chi lo è o diventerà davvero, non saprei dire).
    Da sempre si scrive perché è un bisogno e la scrittura fa bene.
    Per non uscire dal tag del romanzo, ci sono molti romanzi di formazione (tra i classici e non) nati proprio da questo bisogno.
    Ad esempio, J.D.Salinger ammise che “Il giovane Holden” era “una specie di autobiografia” e spiegò: “la mia adolescenza fu molto simile a quella del ragazzo del libro…. è stato un grande sollievo parlarne alla gente.” (Anche se alcuni ne furono scandalizzati, il suo romanzo è tuttora popolarissimo, specialmente negli Stati Uniti, dove è considerato una perfetta descrizione dell’angoscia adolescenziale. È piuttosto facile trovarlo nella lista delle letture obbligatorie per gli studenti delle scuole superiori. Devo ammettere di averlo letto già più che ventenne; in compenso, mio padre lo ha letto quest’anno, avendolo trovato spesso citato a causa della scomparsa dell’autore.)
    E’ anche vero – come qualcuno disse – che è meglio non scrivere ed avere se stessi, piuttosto che scrivere e non avere se stessi 😉
    Infatti, dopo aver raggiunto una grande notorietà proprio grazie a “Il giovane Holden”, Salinger si rinchiuse gradualmente in se stesso.
    E’ un miracolo riuscire a bilanciare l’isolamento-raccoglimento dello scrittore con l’apertura e il contatto con la vita che travolge con le sue implicazioni a volte complesse. Ma noi crediamo nei miracoli, e don Fabrizio li compie riuscendo a scrivere anche sul suo blog, facendosi in quattro fra i suoi mille impegni, che assolve con tutto se stesso, senza mai scadere di qualità.
    Fabry, adesso però riposati un po’!
    Un abbraccio,
    Titti

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