Danilo Mandolini “Radici e rami” Edizioni l’Obliquo,2007, pag.90, euro 11,00.

di Linnio Accorroni

Come in una giocoleria ribalda del riflesso e del rovescio, come in una sfilata circolare dei rimandi e delle reiterazioni, delle allusioni e dei rispecchiamenti: leggere questo “Radici e rami” di Danilo Mandolini, poeta della Marca anconitana, classe 1965, giunto alla sua sesta raccolta, significa sospendere la tradizionale nozione di tempo in progress- passato, presente, futuro- per recuperarne un’altra, caratterizzata da una temporalità speculare ed avvolgente, tramata da recuperi, riprese, riflessi: “ È una pena lunga l’affanno degli anni/ quella che solo si sente e nulla ci spiega,/ quella che altrove compone deliri e certezze;/ che fa gridare ai morti di non essere tali/ e ai vivi di qui, di non voler mai morire” . Ma così avviene anche per la reiterazione di titoli della prima sezione eponima che, a distanza di poche pagine, si replicano, con qualche decisivo scarto linguistico, aprendosi così alla rappresentazione di scenari assai differenti: “Dimorare presente” e “Dimorare Futuro”; “Argine contiguo dell’esistere” e “Argine discosto dell’esistere”. Una piccola gemma spicca, a parer mio, di luce propria in questa giostra di sorprendenti specularità: “ Guardo mio padre guardarmi,/ negli occhi parlarmi. / Guardo mio figlio guardarmi,/ negli occhi ascoltarmi” . Poi, mutata da impercettibili, decisive variazioni, questa splendida quartina che testimonia il senso di un’impressionante agnizione familiare, si replicherà, mutata ed uguale, più avanti, in una specie di imperfetta mimesi ecolalica:“ Guardo mio figlio parlarmi, / negli occhi guardarmi./ Guardo mio padre ascoltarmi, / negli occhi parlarmi”. Per questo, non ci si sorprende più di tanto se, nelle note post-ergo, l’autore cita alcuni versi tratti da una magistrale poesia di Borges che, sin dal titolo, celebra uno degli archetipi più famosi nell’imaginifico bric à brac del grande argentino: “Gli specchi”. Questa congiuntura borgesiana innesca un ricordo della sua infanzia ( “Il mio stupore di quando, bambino, osservavo la mia stessa immagine riverberata da uno specchio”). Ma del resto, anche senza voler scomodare Borges: “ Non sono forse le radici, poi per un albero, il riflesso nascosto dei rami?”. Specchi, immagini, riflessi, radici, rami: una congerie di oggetto-feticcio, oltre al borgesiano specchio, si affoltano in questa compiuta silloge della maturità: i simulacri della trasparenza ed opacità ( finestre, vetri,) ritornano con ossessiva frequenza, privati però di ogni ridondanza narcisistica, di ogni tentazione voyeuristica. Oggetti attraverso cui misurare, come una clessidra che filtra polvere di vetro, la misura di un tempo che non passa, ma raddoppia. Piace la quieta colloquialità di questi versi che indicano un approccio piano e meditato all’esistere, una delicata misura del colloquio e dell’incontro, una piccola musique de chambre intessuta da corsivi e parentesi che hanno la stessa delicata urgenza di ‘a-parte’ bisbigliati sottovoce: un cerchio luminoso e trasparente di incidenze e luoghi, di stati d’animo e di persone, di incontri e vicende. Tra queste spiccano le liriche presenti nella sezione dedicata alla morte del padre: qui brani di lettere familiari spedite da posti lontani ed intrisi di una melanconia quieta, di un pathos quasi elegiaco che sembrano già contenere in nuce la premonizione della filiale sensiblerie, si alternano alla cronaca in versi di una progressiva decadenza fisica che non impedisce però il commovente tentativo di avviare un dialogo che pare impossibile : “(il figlio che insegna al padre a leggere e scrivere)// Ripete le parole che gli dico, / legge a voce alta e senza ritmo,/ scrive con le dita che gli tremano/ frasi che dell’essere raccontano/ il muoversi in noi come la sabbia/ di mattini, di nuovo tempo che verrà.// Tredici anni e non ero già più figlio;/ un po’ padre, un po’madre ero anch’io”.

Un pensiero su “Danilo Mandolini “Radici e rami” Edizioni l’Obliquo,2007, pag.90, euro 11,00.

  1. parlando con il suo autore giorni fa dicevo di quanto questo libro mi abbia colpito per la compatezza, per il rigore metrico, per la luce blu della sua interiorità, e, al tempo stesso, come in questi elementi, in modo insospettato, emerga una sorta di ribellione al mondo, all’intrattabile indistizione del mondo – in quelli che qui linnio chiama versi di “quieta colloquialità” e di meditazione (che sono certo tali), io vedo anche una grande forza, che invece di esplodere crea sistema: il ritmo qui mi sembra sovversione a ciò che è rimasto non capito.

    che resta, ahimé, non risolvibile, ma assume la dignità altissima della cura, del pensato, del bene.

    penso, per esempio, alla sezione dove appare il conto alla rovescia, che è quasi l’applicazione di una forza che serva a controllare il magmatico. vi trovo traccia del tentativo di prosciugare la confusione per registrarne la struttura primaria: l’albero di radici e rami speculari, che a vederlo lo puoi rovesciare, e ritrovarti radice di chi ti ha generato, che a sua volta diviene tuo rametto e germoglio, e ritrovare tuo figlio, a ritroso, radice di te e dell’altro.

    sono molto contenta di aver incontrato questo libro.

    un saluto caro,
    renata

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