È una piccola città

Il campanello stava suonando ma io li avevo visti scendere dalla macchina già diversi minuti prima. Dall’inizio della mattinata mi tenevo in equilibrio col mento appoggiato al davanzale e un modellino di Hot Wheels tra le mani ad aspettare che arrivassero.
Mia madre non usciva dalla cucina che erano ore, il forno non aveva smesso un istante di funzionare, i fornelli di bruciare, gli aspiratori di aspirare, pareva la cena di gala di due ambasciatori.
Loro discutevano mentre camminavano. Sorridevano e annuivano e si scambiavano pacche sulle spalle. E intanto camminavano. Vestivano entrambi jeans chiari e camicie colorate.
Al secondo squillo di campanello mia madre aveva detto “qualcuno vada ad aprire.”
Ed era andato mio padre. Eccoli, allora. Il fratello più giovane di mia madre e il suo amico. Attraversare il corridoio e affacciarsi alla porta della cucina e dire “siamo arrivati.”

Era molto tempo che non rivedevo mio zio. Mia sorella più piccola lo conosceva a malapena. Era tornato in città solo per pochi giorni e solo di passaggio.
Fin da quando ero bambino la gente alle volte parlava di mio zio. Parlava di quello che era e parlava di quello che faceva anche se nessuno sapeva esattamente di cosa.
“È insegnante” diceva ogni volta mamma. Ma anche mamma sapeva che era ad altro che la gente si riferiva, quando parlava di ciò che lo zio faceva.
Il suo amico invece non l’aveva visto nessuno prima d’allora. Mamma ci aveva spiegato che era un clarinettista. Mamma aveva detto che faceva parte di una grande orchestra, e che magari a fine serata avrebbe suonato qualcosa anche per noi.
Li avevo visti arrivare con in mano borse da negozio e piccoli pacchi, ma niente clarinetto. Ne ero rimasto deluso.
A me avevano portato una postazione d’astronomia con touch screen per ragazzini dai dieci ai tredici anni – mi ero chiesto come facesse lo zio a sapere che mi piacevano le stelle, “forse mamma lo ha avvertito” avevo pensato. Lui mi aveva risposto che lo sapeva perché a undici anni tutti i ragazzini sono affascinati dallo spazio – mentre a mia sorella era toccato un gioco-interattivo per costruire modelli di vestiti per bambole.
“Questi, qui da voi non si trovano ancora” aveva detto consegnandoci i regali.
“Carlo” lo aveva chiamato mio padre, “vieni che facciamo un brindisi.”
Io e mia sorella avevamo guardato nostro zio e il suo amico Anthony andare in soggiorno e alzare i bicchieri e sorridere.
“Benvenuti” aveva detto mia madre con il tono della voce più alto del normale.

Com’erano finiti sull’argomento due ore dopo non lo ricordo. Ricordo però che sia io che mia sorella eravamo rimasti in silenzio ad ascoltarli con l’impressione che tutti (tutti tranne Anthony naturalmente, che non capiva l’italiano e non aveva fatto altro che annuire e sorridere) si fossero d’un tratto dimenticati della nostra presenza.
Lo zio aveva detto “per questa ragione me ne sono andato.”
Già da tempo gli antipasti appartenevano alla cronaca della serata e si apprestavano proprio in quel momento a divenire ‘storia’. Stavamo per consegnare agli archivi anche l’agnello arrosto, specialità di famiglia.
“È un piccolo paese” aveva detto papà, “lo sai”.
“È più di un paese” aveva detto lo zio, “è una città. Piccola, ma città”
“Qualcuno vuole altre patate al forno?” li aveva interrotti mamma.
“La verità è che da queste parti tutti cercano sempre di non affrontare il nocciolo delle questioni. Tutti si dedicano a girarci attorno” aveva continuato zio Carlo. “E così ogni cosa si trascina per anni…”
Mamma era tornata a distribuire cibo.
“… ed è anche per questo che la gente è così ignorante. Guai ad aprirsi al mondo. Tutti chiusi nel loro orticello, a ristrutturare la terza casa. Che poi è l’unica cosa che davvero possiedono insieme alla macchina.”
“Momento” aveva detto papà, “non mi pare che le cose stiano esattamente così”.
“Anthony?” aveva detto mamma, “più potetos?” Aiutandosi con le mani a indicare l’atto di mangiare.
“Ma sì che le cose stanno così” aveva insistito zio Carlo. “L’Italia sta diventando senza accorgersene un paese del secondo mondo. Possibile che nessuno lo voglia ammettere?”
Anthony non la smetteva di osservare con timore le patate. Sorrideva a mamma e intanto lanciava occhiate allo zio, in cerca di un aiuto che non voleva arrivare.
Chini sul piatto, io e mia sorella sembravamo rifugiati in attesa del rimpatrio.
“Se si dà retta a quello che scrivono i giornali…” aveva detto papà pulendosi la bocca. Ma zio Carlo non lo aveva lasciato finire.
“È esattamente per questo che te lo dico. Se dessi retta ai giornali direi che siamo la sesta, o la settima, o l’ottava potenza mondiale. Direi che siamo una delle più forti economie del mondo. La verità è che siamo arretrati e il gap è ampio. Soprattutto la società, Mario. La società italiana si è imbarbarita. Mentalità chiusa, stagnante.”
“La crisi ha attaccato tutte le economie…” aveva detto mio padre.
Mio padre sosteneva che il Paese stava affrontando un periodo difficile e che una volta superato il momento ci sarebbe stata la ripresa. Sosteneva che eravamo una nazione ricca, fatta di città d’arte e di cultura. La società italiana era solo provata dagli eventi. Zio Carlo non concordava. Zio Carlo diceva che l’Italia non produceva più alcuna cultura, “neppure culinaria”, e che eravamo la retroguardia dei paesi sviluppati. Sosteneva che c’erano scelte che davano risultati a corto termine, e altre che davano risultati a lungo termine, e che l’Italia aveva sempre optato per quelle a breve termine.
“Te lo dico io quello che è successo” aveva detto. “Negli anni settanta, quando dovevamo decidere su cosa investire veramente il futuro della nazione, abbiamo scelto l’edilizia. Alcuni paesi si sono buttati sull’elettronica e sulla ricerca. Cose che pagano nella distanza. Noi invece abbiamo scelto il cemento. Costruire per poi rivendere. E per poi costruire di nuovo. Abbiamo così cominciato a divorare l’unica ricchezza che davvero  ci restava, il territorio. Siamo il primo Paese al mondo produttore di cemento, lo sai? E il secondo consumatore dopo la Cina. Il cemento è il settore che trascina l’economia, dicono alcuni. La verità è che l’unica cosa che l’edilizia ha creato in Italia negli ultimi quarant’anni sono milioni di metri cubi di proprietà da lasciare vuoti o da riempire in un secondo tempo con alta tecnologia estera. Schermi ultrapiatti in cui vedere film con effetti speciali stranieri, giochi per i nostri figli che qualcun altro ha pensato e realizzato. Così alcuni paesi crescono e si rinnovano. Altri invece ristagnano.” Si era preso una pausa e aveva finalmentoe lanciato un’occhiata di supporto ad Anthony. “Qui è tutto fermo da decenni. Prendi questa cittadina. Era più viva e dinamica negli anni settanta di adesso. Su questo sei d’accordo? La gente in quegli anni perlomeno ancora sperava.”
Mio padre taceva. Vedevo mamma osservare le patate. C’erano ancora l’insalata, i formaggi, la frutta, il gelato, il caffé, il lemoncello. Anthony non aveva capito nulla ma pareva contento di essere rimasto escluso dalla conversazione.
Papà a questo punto aveva introdotto la carta “porto turistico”. Era ciò di cui tutti stavano parlando. Il grande progetto per rilanciare l’economia della città.
“Che idea originale” aveva detto zio Carlo. “In tutta Italia non stanno facendo altro: proporre porti turistici. Gettare un altro po’ di cemento nel mediterraneo. Mancano le scuole, mancano i fondi per le biblioteche e la connessione internet. Nessuno legge i libri, il settore della ricerca è scomparso, l’università barcolla, niente risorse da investire nella medicina, nell’elettronica, nell’industria, anche cinematografica, quella praticamente non esiste più… E noi cosa facciamo? Costruiamo porti turistici. Progetti da milioni di euro. Più porti, più edilizia, più cemento.”
Zio Carlo aveva scosso la testa.
“Politica politica politica” si era intromessa mamma. “Non ci vediamo da secoli e siamo di nuovo finiti a parlare di cosa non funziona. Sono stufa. Possiamo cambiare argomento? Mi dicevi che Anthony suonerà nella filarmonica di Chicago, che bella opportunità.”
“Scusa” aveva detto lo zio, rivolgendosi ancora a mio padre. “Se ne parlo con tanto ardore è perché l’Italia mi sta a cuore. E mi dispiace vederla sempre peggio ogni volta che torno.”
“Per carità” aveva detto papà, “c’è ancora libertà di parola in questo paese”. Ma sul finire la voce gli si era chiusa in gola.
“Almeno tra queste mura” aveva detto zio Carlo, “di sicuro c’è. È come per Anthony” aveva ripreso rivolgendosi a mia madre, “a Chicago suona nella filarmonica, io insegno in un liceo, abbiamo una vita normale, come tutti. Dove viviamo hai sempre la sensazione che ogni cosa sia possible. Si crede nel valore della diversità. Ma alle volte mi domando che vita avrei fatto se fossi rimasto qua. E non lo dico perché non vi rispetto, lo sai. Da queste parti la gente fatica a vedere oltre il perimetro del proprio appartamento.”
“Questo te lo concedo” aveva detto mio padre. “Però non credo sia facilissimo neanche là.” Ma mio padre in America non c’era mai stato. Per mio padre l’America era solo quello che si vedeva in televisione. “Mi ricordo quel film bellissimo, come si intitolava?”
“Filadelfia” aveva detto mamma.
“Appunto” aveva detto zio Carlo. “Philadelphia l’hanno girato a Philadelphia, non a Roma. Te lo immagini Philadelphia girato a Roma? Una società aperta produce domande e cerca soluzioni. Era il 1993. Cosa si diceva da queste parti nel 1993?”
“Ci sarà stato qualche processo per corruzione” aveva detto mamma distribuendo le posate per il contorno. Lo si vedeva da come era intervenuta che aveva rinunciato a stare sulle difensive.
“Mani pulite” aveva detto papà.
“Appunto” aveva ripetuto zio Carlo, “e oggi?”
“Oggi mani ancora più sporche” aveva detto mamma scomparendo in cucina, “e l’integrazione è un sogno in cui nessuno davvero crede.”

Mamma e zio Carlo erano rimasti a lungo a chiacchierare sul balcone mentre Anthony discuteva con qualcuno in inglese al cellulare. Papà ci aveva portato in camera a dormire.
“Perché tu e lo zio stavate litigando?” aveva chiesto mia sorella da sotto le coperte.
“Non stavamo litigando, stavamo discutendo.”
“Perché stavate discutendo?”
Papà aveva riflettuto. “Zio Carlo viene da un Paese dove le cose funzionano diversamente che qua.”
“È un bene o un male?”
“Dipende.”
“E da cosa?”
“Da quello che vuoi.”
“Perché, lo zio cosa vuole?”
Papà aveva preso tempo. “Credo che lo zio voglia vivere la sua vita, amore mio, come tutti. Allo zio piacciono i teatri, i cinema, vuole uscire la sera e andare nei posti dove trova persone a cui piacciono le stesse cose che piacciono a lui. Questa città è troppo piccola per lo zio.”
“Se ieri c’era poteva venire al cinema con noi” aveva risposto mia sorella.
Papà aveva sorriso. “Forse” aveva detto spegnendo la luce e augurandoci la buona notte.
Pochi minuti dopo, nel buio, avevo detto a mia sorella “Elena, zio Carlo è gay.”
Ma lei già stava dormendo.
Papà aveva raggiunto mamma in cucina. Sentivo Anthony e lo zio in terrazzo a discutere, il tintinnio dei bicchieri a intrecciarsi col sussurrare delle voci.
Chissà com’era lo spazio visto da Chicago, mi era venuto da pensare.
Il giorno dopo sarebbero ripartiti entrambi per l’America.

2 pensieri su “È una piccola città

  1. ti viene in mente, matteo, che sarà di questi due bambini? (a proposito di nonne e nipotine)

    “Per carità. C’è libertà di pensiero in questo paese” aveva risposto papà. Ma sul finire la voce gli si era chiusa in gola. Aveva lasciato che le ultime parole gli scorressero sul margine della frase, come in una deriva”.

    ecco, se diciamo una cosa come quella che dice il signor mario, mentiamo sapendo di mentire. arriverà il momento in cui la libertà formale, già trapassata in apparente, da apparente diventerà esplicitamente nulla. conserveremo la libertà di consumare, di affacciarci a balconi su viali mefitici, di battere il cranio su qualche massicciata sommersa, andando al mare, d’estate.

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