Vivalascuola. Professione: precario

I precari sono solo zavorra senza qualità?

“Avete trasformato la scuola in un enorme ammortizzatore sociale, assumendo 200 mila precari senza curarvi della qualità degli insegnanti e dell’insegnamento”

(il presidente del consiglio, on. Silvio Berlusconi, nella sua replica al Senato, rivolto all’opposizione).

La preparazione degli insegnanti attualmente iscritti nelle Graduatorie ad Esaurimento è spesso molto elevata avendo, circa la metà di loro, frequentato una specializzazione post laurea di due anni. In buona sostanza, i “precari” hanno 5+2 o 3+2+2 anni di studi universitari alle spalle orientati all’insegnamento. Un insegnante di sostegno ha studiato all’università almeno 5+2+1=8 anni (quasi come un medico) e negli ultimi tre, assieme ai corsi, ha svolto un tirocinio a scuola in contesti appositamente selezionati, cosa che gli ha consentito di essere “pronto subito”. (Paolo Fasce)

Ma perché vuoi fare il professore?
di Francesco Accattoli

… Meglio una fabbrichetta modello Marche
Ricordo che durante il mio tirocinio a scuola, negli anni della SSIS, una ragazzina di quindici anni mi disse: “Ma perché vuoi fare il professore? Guadagni una miseria e aspetti per anni prima d’entrare col posto fisso”. Io le risposi che senza cultura il mondo sarebbe finito di lì a breve – lo dissi per impressionarla – e che il lavoro dei professori è indispensabile per la crescita della società.

Ovviamente non m’aspettavo che capisse il senso vero delle mie parole, il padre aveva una fabbrichetta secondo il modello marchigiano e veniva a prendere la figlia a scuola con un SUV piuttosto vistoso, lasciando il motore ben acceso.

Le parole di quella ragazzina mi sono rimaste in testa per tutto questo tempo: a soli 15 anni aveva in mente un quadro piuttosto veritiero – non suo ovviamente, ne avrà sentito parlare a casa – della situazione dei docenti statali.

Quello che non aveva potuto calcolare era l’avvento del Governo Berlusconi e del duo Gelmini-Tremonti, capaci di dar vita alla più grande devastazione dell’istruzione pubblica dal Dopoguerra ad oggi.

E’ sparita la gavetta
Quello che nelle parole della mia studentessa, così come in quelle dei nostri genitori, dei colleghi più grandi o degli amici, era identificato come “gavetta”, come periodo di avvicinamento al posto fisso, oggi non esiste più. E’ assolutamente errato parlare di “gavetta” o apprendistato per i docenti precari, giacché la gavetta prevede prima o poi una regolarizzazione, cosa che, nelle parole del Ministro, viene delineata con contorni piuttosto sfumati.

In questi tempi magri mi sono ritrovato a riflettere sulla nostra condizione di docenti con tanto punteggio e pochissime prospettive. E a mio vedere gli aspetti più deprimenti, con forti punte di squallore, del fenomeno precariato non sono ascrivibili solo a ragioni politiche, istituzionali, ma devono essere rinvenuti nei suoi risvolti più propriamente umani.

Da neofita delle graduatorie mi accontentavo un poco di tutto, come tutti aspiravo ai posti su congedo per maternità, ma quelli solitamente erano riservati ai colleghi più anziani che militavano all’interno delle scuole della provincia da molto più tempo di me. Ora che dovrei aver colmato quel gap – sono al sesto anno di insegnamento e mi accingo a superare i cento punti in graduatoria – mi ritrovo, a causa dei tagli voluti dalla “riforma”, a dover rifare affidamento sulle disgrazie altrui più che sulla nomina dell’ufficio scolastico – di cui avevo beneficiato negli ultimi tre anni.

Depressione e squallore
Dico appositamente “disgrazie” e non lieti eventi, perché in tali situazioni di emergenza lavorativa le maternità conclamate, quelle già visibili il giorno delle nomine, quelle che le colleghe non si schermiscono di condividere pubblicamente con i loro colleghi di graduatoria, beh, quelle divengono, per questioni di precedenza, preda di coloro con più anni di servizio precario. E a noi, che in fondo abbiamo sei o sette anni di docenza alle spalle, non rimane che attendere che qualcuno si operi, finisca all’ospedale, abbia una gravidanza a rischio, si becchi un bell’esaurimento nervoso o passi a miglior vita. Sebbene possa sembrare esagerato, l’impatto emotivo, e ancor più quello morale, che tale situazione provoca sul lavoratore è devastante.

Trovandomi quest’anno in una delle alternative sopracitate, vivo la classe in modo assai differente rispetto agli anni precedenti, avverto fortemente il senso di riconoscenza nei confronti di un destino che a me ha regalato uno stipendio, per lo meno per qualche mese, mentre ad un collega ansia, paura, sofferenza.

E se infine dovessimo tenere in considerazione quel brevissimo – ma inevitabile – senso di godimento nell’apprendere di un’opportunità di lavoro anche in presenza di una disgrazia altrui, il quadro generale allora assumerebbe toni umanamente sconfortanti.

Il precariato malattia esantematica?
Eppure si pensa al precariato della scuola come una malattia esantematica, che si deve fare per dotare le difese immunitarie dei giusti anticorpi, e soprattutto – e sempre in quest’ottica – come ad un male che non tornerà più.

Privilegio di pochi eletti, agenzia di collocamento, ammortizzatore sociale, oggi anche gli insegnanti si mettono a scioperare: è questa la summa delle varie dicerie dell’italiano medio alle quali abbiamo, nostro malgrado, dovuto prestare occhio e orecchio in questi ultimi anni.

Ma se il giochino poi si rompe, se l’Istituzione pecca di eccessiva supponenza, il rischio è quello di affamare letteralmente migliaia di persone, tagliare le gambe a famiglie già ben strutturate, alle quali non si può provvedere con la social card.

E’ quello che è successo in Sicilia, e più generalmente nel Sud Italia, e non si possono colpevolizzare i colleghi del Meridione se hanno scelto di intraprendere la carriera dell’insegnamento in una terra povera di indotto industriale, di quella imprenditoria che nel Centro e soprattutto nel Nord ha saputo invogliare i giovani verso il settore privato.

Informare informare informare
Il mio è un racconto che parte da un punto di vista privilegiato e di questo devo rendere conto ai lettori in maniera leale, il mio essere marchigiano della provincia di Ancona non mi permette di alzare i toni e levare i pugni al cielo, la nostra regione nel tempo non ha subito quelle devastazioni che si sono verificate nel Sud.

Eppure, proprio negli ultimi due anni, anche noi sornioni marchigiani siamo entrati di diritto nella cronaca amara del taglio dei posti di lavoro. Ed allora anche la regione della piccola imprenditoria familiare ed operosa, della poesia e delle colline, della qualità della vita molto alta e rassicurante, ha conosciuto un momento di insofferenza e di smarrimento ed ha dovuto – contro la sua stessa natura accomodante – imbracciare le armi della protesta di piazza.

In questo clima è piuttosto facile abbandonarsi all’irrazionalità, al tratto più becero del dissenso, reazione assolutamente comprensibile per chi ha perso e perde qualcosa di più complesso del posto di lavoro. Nonostante ciò continuo a ritenere che il compito di noi docenti in questo preciso momento storico sia quello di non perdere il lume della ragione, o meglio del ragionamento, e spiegare ai nostri amici così come ai nostri detrattori in che maniera sta fallendo il progetto epocale della “riforma Gelmini”.

Uscire dal precariato valenza etica collettiva
Quello del lavoro è un diritto garantito dalla Costituzione, ma allo stesso tempo non è un diritto poter lavorare come docente, non c’è un’equazione matematica secondo cui chi si è laureato in lettere deve avere una cattedra. Questo ragionamento sarebbe accettabile in un Paese nel quale l’istruzione avesse una valenza formativa condivisa, un Paese in cui la docenza venisse percepita come un servizio imprescindibile e non come un privilegio accessorio fatto di poche ore, tante ferie e guadagno garantito.

Accanto al diritto al lavoro, ve n’è un altro anch’esso assicurato dalla Costituzione, e cioè quello all’istruzione. Nella “riforma Gelmini” non c’è nulla che sia riconducibile alla formazione e alla crescita dell’individuo.

Tagliare cattedre e posti di lavoro significa non istruire adeguatamente i nostri figli ed ecco allora che in quest’ottica diventa un diritto di tutti pretendere un numero di docenti necessario alla formazione degli alunni. Di conseguenza, pretendere di lavorare come docenti ed uscire dal precariato oggi assume più che mai una valenza etica collettiva, e non esclusivamente autoreferenziale.

Precariato della scuola = delegittimazione della cultura
I tagli vengono fatti per fare cassa e questo è anticostituzionale. Lo è in ragione dello scadimento della didattica, della fatiscenza delle strutture, dell’obsolescenza dei laboratori, delle tecnologie. Cosa può imparare un ragazzo in una classe di 35 alunni? Come può inserirsi uno straniero se mancano i mediatori linguistici o percorsi creati ad hoc? Per non parlare dei tagli al sostegno e al personale ATA.

Spesso viene denigrata la scuola pubblica perché permette a tutti – anche a chi non è adeguato – di entrare in classe e ricevere uno stipendio dallo Stato. Nella scuola privata questo non accadrebbe, si dice, altrimenti il docente fannullone verrebbe cacciato. Ciò che si paga, nella mentalità italiana, offre garanzie maggiori, perché si paga appunto e non è ammissibile alcuna ciarlataneria.

E invece noi precari sperimentiamo tutti gli anni sulla nostra pelle la vaghezza dell’istruzione privata, costretti da un sistema malato a pagare profumatamente per dei master per la didattica solo per acquisire punti da inserire in graduatoria, solo per tenere il passo degli altri colleghi, pur sapendo che in questa maniera quei punti serviranno a ben poco.

Quello dei master on line è uno scandalo sotto gli occhi di tutti, denunciato anche pubblicamente da trasmissioni televisive, una gabella che, pur nell’indigenza, siamo costretti a versare, eppure il Governo continua a tacere e a permettere che si prendano soldi dai precari senza offrire alcunché di accademicamente valido.

Non vi sono alternative, lo Stato deve garantire i diritti fondamentali della Costituzione. In Europa, in Francia, in Germania, le classi sono sì numerose, ma gestite in maniera collegiale, con due docenti per classe alla volta, con attività modulari, con laboratori che funzionano davvero.

Quello del precariato della scuola è solo una parte di quel fenomeno ben più amaro che dalla primaria arriva fino all’università: la delegittimazione del pensiero, della cultura, della conoscenza. Dove c’è conoscenza c’è spirito critico. E in questo senso il ripristino da parte della Gelmini dell’educazione civica – col nome di Cittadinanza e Costituzione – appare come un clamoroso autogol.

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Luoghi comuni sulla scuola e responsabilità dei media
di Paolo Fasce (*)

Le considerazioni espresse dal dott. Panebianco rispecchiano i luoghi comuni che, spesso in maniera meno elegante, emergono nelle discussioni riguardanti la scuola. Mi sia concesso esprimere qualche considerazione che mi viene evocata dalla lettura del suo recente articolo (per lo scrivente “rispondere ad articoli” è diventato un “genere letterario”; si veda qui).

Sul tema della qualità della scuola, occorre rilevare con forza che gli insegnanti precari non sono un problema da risolvere, ma sono la soluzione (per una dissertazione su “chi sono gli insegnanti precari” si veda un altro contributo dello scrivente su Nazione Indiana).

Se si parla di qualità, credo che non si possa prescindere dalla preparazione degli insegnanti che è alla base della professionalità docente. E la preparazione degli insegnanti attualmente iscritti nelle Graduatorie ad Esaurimento (GaE d’ora in poi) è spesso molto elevata avendo, circa la metà di loro, frequentato una specializzazione post laurea di due anni. In buona sostanza, i “precari” hanno 5+2 o 3+2+2 anni di studi universitari alle spalle orientati all’insegnamento. Un insegnante di sostegno ha studiato all’università almeno 5+2+1=8 anni (quasi come un medico) e negli ultimi tre, assieme ai corsi, ha svolto un tirocinio a scuola in contesti appositamente selezionati, cosa che gli ha consentito di essere “pronto subito”.

Tutti, sia gli insegnanti selezionati e formati dalle SSIS, sia quelli abilitati tramite concorso, che quelli abilitati ope legis, al fine di garantirsi posizioni utili in graduatoria, hanno generalmente conseguito titoli post laurea quali Master e Corsi di Perfezionamento universitari che portano gli anni di studio orientati alla professione insegnante a livelli indicibili e senza uguali in Europa e nel mondo. Non sono rari gli “espulsi dall’università”, cioè quei numerosi meritevoli che da quel contesto si sono riversati nella scuola, titolari quindi di dottorati, assegni di ricerca, incarichi di docenza presso gli atenei.

Sul tema della preparazione formale degli insegnanti (su quella collegata al “dovere” dell’aggiornamento, di fatto volontario, mentre il “diritto” è spesso boicottato, ma almeno normato, occorrerebbe aprire un nuovo capitolo) sarebbe interessante che il MIUR pubblicasse i seguenti dati: quanti, tra gli insegnanti attualmente in ruolo, hanno ottenuto l’abilitazione a seguito di un percorso selettivo (concorso o SSIS)? Si forniscano i dati organizzati con un istogramma per età anagrafica e anzianità di ruolo. Quanti l’hanno ottenuta ope legis. Si confronti questo dato con gli iscritti alle GaE e si lascino ai lettori senzienti le opportune considerazioni in merito.

La questione sollevata da Panebianco sui media è parimenti interessante. Gli opportuni approfondimenti sulla qualità dell’offerta formativa delle nostre scuole dovrebbero interessare l’opinione pubblica, ma non ci risulta che Otto e mezzo, L’infedele, In Onda, Anno Zero, Ballarò, Matrix, Exit, Le invasioni barbariche, Parla con me e altre trasmissioni d’approfondimento si siano mai soffermate significativamente su questi argomenti.

Di certo questo stato di cose non è responsabilità degli insegnanti precari, di certo non lo è della scuola o dei sindacati, ma lo è dei direttori di queste testate e del clima culturale “nazional popolare” che a scuola tutti i giorni gli insegnanti italiani sostanzialmente combattono (mi si conceda un inciso nel quale racconto un aneddoto: nei giorni scorsi ho invitato degli alunni a valutare serenamente l’ipotesi di togliermi dai loro contatti su Facebook al fine di sentirsi liberi di esprimersi come meglio li aggrada, ma di certo avrei provveduto a toglierli dai miei se nel prosieguo mi fossi ancora imbattuto in bestemmie gratuite; oggi sappiamo che genere di esempi vengano dall’alto). È utile segnalare che Report di Milena Gabanelli e Presa diretta di Riccardo Iacona quasi ogni anno dedicano una puntata alla scuola. Chapeau.

Sempre sul tema dei media, a supporto della tesi “ai media piace lo spettacolo, non l’approfondimento, ma non ne siamo certo responsabili noi uomini e donne di scuola”, si prenda atto del seguente aneddoto. Nel mese di settembre del 2009, in quanto portavoce del Comitato Precari Liguri della Scuola ho organizzato un’iniziativa dal titolo “i precari lavavetri”. Ci siamo prestati a questa spettacolarizzazione del disagio per attirare i media e i media sono venuti. In quell’occasione si sono presentate le telecamere di Ballarò, e quelle di alcune televisioni locali, le quali hanno ripreso l’iniziativa. Le giornaliste hanno fatto interviste, è stato costruito un pezzo per la trasmissione, ma la finestra temporale di attenzione che i media riservano alla scuola (settembre, quando si comincia, giugno, quando si chiude) si è esaurita senza che il pezzo riuscisse ad emergere in trasmissione, il servizio è diventato vecchio: né è stato trasmesso, né siamo stati inviatati ad approfondire il tema, se non molto più avanti quando Barbara Evola, precaria palermitana, ha potuto parlare cinque minuti verso la fine della trasmissione, in tardissima serata. Mea culpa, oppure sono le dinamiche dei media?

E veniamo al dibattito sulla qualità della scuola. Pensa il dott. Panebianco che i precari della scuola si siano esclusivamente dedicati alla difesa del posto di lavoro, oppure sono promotori di iniziative e proposte costruttive? È vera la seconda, ma i media ci riprendono solo se laviamo i vetri al semaforo, se ci mettiamo in mutande per strada, se saliamo sui tetti, se facciamo lo sciopero della fame.

Facciamo alcuni esempi di proposte nate in seno al mio piccolo comitato (ça va sans dire che non siamo stati invitati a discuterne in seno alla Commissione Cultura della Camera, né in seno all’omologa del Senato, né ci ha invitati la Ministra al MIUR, neanche delegando a qualche oscuro funzionario di basso rango; niente di niente).

Il Comitato Precari Liguri della Scuola ha incalzato il Governo con le “Sfide sul merito”. Se Nanni Moretti qualche anno fa diceva a D’Alema “di’ qualcosa di sinistra”, oggi potremmo dire alla Ministra Gelmini “fai qualcosa per il merito”.

Nella prima sfida sul merito il Comitato ha proposto l’istituzione di sperimentazioni provinciali che consentissero di sviluppare modelli organizzativi più attenti all’individualizzazione, come ci pare siano radicati nei paesi nordici.

Nella seconda “sfida sul merito” abbiamo proposto, non solo provocatoriamente, di consentire l’accesso ai “concorsi a preside” anche ai precari che avessero maturato il tempo di permanenza necessario nella scuola di Stato.

Nella terza sfida sul merito abbiamo proposto un incontro pubblico di approfondimento che coinvolgesse uno degli autori della ricerca della Fondazione Agnelli sulla Scuola in un dibattito con lo scrivente.

Nella quarta sfida sul merito abbiamo proposto un modello di contratto che preveda un impegno pomeridiano degli insegnanti che consenta di affrontare le problematiche degli “studenti semi-analfabeti” evocati dal dott. Panebianco.

Nella quinta sfida sul merito abbiamo incalzato il Governo sulla valorizzazione delle competenze linguistiche degli insegnanti (poi ripresa nella tematica dei concorsi a preside sui requisiti linguistici minimi dei medesimi).

In estrema sintesi, e col cuore in mano, gentile dott. Panebianco, noi ce la mettiamo tutta per tenere in piedi la baracca. Accusarci di mero sindacalismo è ingiusto perché siamo spesso distanti dal “primum vivere, deinde filosofare” nello spirito, nelle proposte, nel nostro quotidiano, molto spesso silenzioso e incastonato in una sorta di “ora et labora” del terzo millennio.

(*) Portavoce del Comitato Precari Liguri della Scuola, segretario dell’Ass.ne Naz.le Insegnanti di Matematica (ANIMat), insegnante, scrittore, saggista, ludologo, giornalista pubblicista, informatico e altro ancora (come si conviene a tutti quelli della sua generazione precaria), è co-curatore per Erickson di Pensieri sottobanco. La scuola raccontata alla mia gatta.

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Chi sono i precari?

Per Attilio Oliva di TreeLLLe “Sono coloro che hanno effettuato supplenze con incarichi a tempo determinato, annuali o brevi, in possesso di un semplice titolo di studio, cioè senza aver superato un esame selettivo equivalente all’ esame di Stato per l’ esercizio di certe professioni”. Lo stesso commenta: “Evidentemente «fare l’ insegnante» non è considerata una professione importante e delicata come quella del medico o dell’ avvocato“.

Una risposta gli arriva dal Comitato Scuola Precaria: “Il dottor Oliva, direttore di TreeLLLe, associazione vicina a Comunione e Liberazione, già Responsabile Scuola di Confindustria e membro della “Commissione per la deontologia professionale del personale docente” voluta dalla Moratti, “non può non sapere” che ciò che afferma è falso, attribuisce alla Scuola Statale i vizi che spesso fanno parte della cultura delle Scuola private, di quelle confessionali in particolare, laddove il reclutamento avviene per decisione insindacabile dei dirigenti e prescinde spesso dal possesso del titolo abilitante“.

Che precisa, in merito ai titoli: “Da quando, nel 1999, 12 anni fa, è stato indetto l’ultimo concorso per l’insegnamento, chi come noi ha scelto di insegnare ha dovuto:

1. Conseguire il semplice titolo di studio del quale parla l’autore, cioè una laurea in tutto simile alla Sua o a quella del Ministro;
2. Superare esami spesso molto selettivi, veri e propri concorsi, per acquisire il diritto a frequentare le Scuole per la Specializzazione all’Insegnamento, rigidamente a numero chiuso;
3. Frequentare (con obbligo e pagando per intero profumate rette) per due anni i corsi di Scienze dell’Educazione e dell’area specifica di insegnamento, tenuti da docenti universitari e esperti del settore (Dirigenti, docenti anziani, ecc…)
4. Superare i diversi esami universitari relativi ai corsi di cui sopra;
5. Svolgere un periodo di tirocinio all’interno delle scuole, affiancando un docente di ruolo e sotto la supervisione di un tutor, relazionando costantemente sulle attività svolte;
6. Presentare una tesi conclusiva del Corso di studi;
7. Sostenere la prova scritta dell’esame di Stato per l’insegnamento, quindi, se ammesso, sostenere la prova orale con commissione al completo.

Abbiamo quindi dovuto superare diversi livelli di selezione che hanno previsto, peraltro, molti di quegli elementi che il dottor Oliva presenta come proposte rivoluzionarie per “cambiare” il reclutamento: non solo l’esame di stato, ma anche tutoraggio, tirocinio, numero chiuso e specializzazione universitaria. Di più: molti di noi, prendendo sul serio gli inviti della Moratti ad una “formazione permanente”, hanno poi conseguito altre abilitazioni, la specializzazione per il sostegno e mille altri percorsi di formazione, investendo, oltre alle proprie energie e anni di vita, anche diverse migliaia di euro. Siamo entrati in graduatorie provinciali (non nazionali, come si dice erroneamente nell’articolo) e da lì ci han chiamato i provveditori a svolgere incarichi ogni anno diversi. Li abbiamo ricoperti con professionalità e sapendo che prima o poi sarebbe toccato anche a noi meritare una scuola tutta “nostra”, dove poter “costruire” per oltre un anno.

Nasciamo da una programmazione ministeriale, da un numero di posti non determinato da noi e che era evidentemente calcolato sulle esigenze della scuola per come era fino al 2008. Poi si è deciso di disegnare una scuola con meno ore, meno compresenze, meno sostegno, meno attività diverse dalla lezione frontale, meno laboratori… da allora molti di noi, non tutti, sono diventati una zavorra da scaricare. Non possono dirci: “arrivederci e grazie”, quindi ci scacciano a calci nel sedere e cercano di farci passare per ladri. Lo fanno stravolgendo la realtà e, che è più squallido, lo fanno sapendo di mentire”.

Chiarisce ulteriormente chi sono i precari Paolo Fasce: “Esistono due grandi categorie di insegnanti precari: gli abilitati e i non abilitati. I primi si dividono in tre tronconi, in grande parte sovrapposti. I “concorsisti”, i “sissini” e gli “ope legis”. I primi sono mediamente i più anziani (spesso ci si riferisce a loro con l’etichetta di “precari storici”), hanno infatti conseguito l’abilitazione in un durissimo concorso nazionale le cui date più recenti sono il 1999 e 1990. I secondi si sono abilitati a seguito di una selezione in ingresso alle Scuole di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario, dopo due anni di studi universitari post laurea orientati all’insegnamento della propria disciplina. I terzi, la stragrande maggioranza dei quali ha conseguito abilitazioni secondo i percorsi appena illustrati, sono quegli insegnanti che si sono abilitati a seguito di un “corso riservato”, soddisfacendo criteri di anzianità di servizio“.

Difatti un’inchiesta del settembre 2010 del Comitato Precari Scuola della provincia di Udine rileva che: “Solo 3 degli intervistati sono privi dell’abilitazione all’insegnamento acquisita secondo i percorsi previsti: quasi il 90% degli intervistati ha conseguito, dopo la laurea, l’abilitazione presso le Scuole di Specializzazione, mentre sono addirittura il 10% coloro che hanno conseguito l’abilitazione in occasione degli ultimi concorsi nazionali che si sono svolti (l’ultimo nel 1999). Quasi il 15% dei precari ha conseguito anche il titolo di dottore di ricerca, mentre un altro 6% ha conseguito, oltre all’abilitazione, altre specializzazioni (master, p.e.)“.

Altro punto: di chi la responsabilità del precariato?
Al ministro Gelmini risponde Pippo Frisone: 40 anni di ministri democristiani e 8 anni di governo Berlusconi.

A proposito del ministro: una delle sue bugie: quando la “manovra Gelmini” venne presentata, più di due anni fa, due cose il ministro ripeteva relativamente ai docenti. La prima: entro il 2011 un terzo di loro avrebbe ricevuto 7.000 € in più. La seconda: nessuno, assolutamente nessuno, avrebbe perso il proprio posto di lavoro.

E già che parliamo di lavoro: Giovanni Belardelli afferma: “non può essere la scuola ad affrontare un problema sociale grave come quello dei docenti in eterna attesa del posto, quasi fosse non il luogo in cui si insegna e si apprende, ma una grande agenzia di collocamento“.
… tanto banale quanto inutile, commentano alcuni docenti di ReteScuole: gli aerei servono a viaggiare via cielo, come le navi via mare e i treni via terra, servono a trasportare persone e merci, mica a dare lavoro ai dipendenti Alitalia, agli operai dei cantieri di Castellammare o ai ferrotranvieri? Eppure mai nessuno è giunto a teorizzare che poco importa se il personale dei trasporti perde il lavoro.

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L’occhio del Lupo
Un’intervista precaria

Daria, che avrebbe fatto volentieri a meno della rima, è precaria. Per andare e tornare dalla scuola in cui lavora, tutti i giorni si fa trecento chilometri. Sveglia alle cinque del mattino, partenza da Pratola Peligna, provincia de L’Aquila, bella traversata delle montagne abruzzesi (che belle son belle, chi lo nega), arrivo in classe in una scuola media della provincia romana prima della campanella, alle otto.
– Quest’anno sono stata fortunata – dice –, perché mi è capitata la stessa scuola dell’anno scorso. Mi ero trovata bene. Ti dà l’illusione di un punto fermo nella vita, almeno quello. Anche se…
– Anche se?
– Seguo tre ragazzi, cui hanno assegnato, per le solite ragioni di Tremonti, che è il vero Ministro dell’Istruzione, poche ore ciascuno. Per tre patologie diverse, ovvio, e necessità differenti.
– La tua è una giornata impegnativa.
– Per le quattro del pomeriggio se tutto va bene sono di nuovo a casa.
– Al netto di consigli e riunioni varie, immagino.
– Già. Sto sul sostegno. A parte collegi e consigli di classe, devi considerare le riunioni fra di noi, i GLH, gli incontri con gli AEC, e agli stessi genitori dei ragazzi sfortunati che molto contano su di te, una parola in più non mi sento di negargliela.
– Dunque la giornata si allunga.
– Capita di tornare a casa alle nove di sera.
– D’inverno, suppongo che in Abruzzo il freddo sia una cosa seria.
Annuisce, sorridendo.
– Com’è la situazione nella tua regione?
– Disperata, direi. Dopo il terremoto, l’assenza di opportunità occupazionali ha riguardato tutti gli ambiti, non solo la scuola
– Conosci altre persone con questo genere di difficoltà?
– Non poche. Anche amici che fanno più chilometri di quelli che faccio io. Altri che lavorano su spezzoni di cattedra in scuole o addirittura in comuni diversi. Un preside l’anno scorso ha chiesto a un mio amico bloccato dalla neve una “documentazione ufficiale sulle condizioni meteo in autostrada”.
Evito di commentare.
– Poi ci sono quelli che hanno messo su famiglia, hanno dei bambini. Per loro è tutto più complicato. Qualcuno è costretto a stabilirsi in un’altra regione per tutto l’anno. E lo stipendio basta appena a coprire le spese.
– Sostentamento economico a parte, ne vale la pena?
– Evitiamo la retorica stucchevole. E’ difficile ragionare mettendo da parte la questione economica. Però, faccio questo mestiere con passione, è un lavoro che ha un senso, un’importanza credo cruciale. Cerco di dare il meglio di me stessa. “Fortunatamente”, si fa per dire, non ho figli, quindi non ho vincoli di orario, altrimenti, con queste condizioni, sarebbe molto difficile.
Meno male che questo è ancora un paese cattolico, dicono. Che la famiglia eccetera eccetera. La butto lì, quasi fra me e me. Daria non si fa pregare.
– Non è vero che i ragazzi sono al centro di tutto, come dice la Gelmini. Vedo classi con trenta persone, con molta facilità si aggirano i limiti del numero di studenti in presenza di portatori di handicap. Peraltro, vedere riconosciuto il diritto al sostegno è sempre più difficile.
– Non credi che gli stessi genitori, questi nostri famigerati “italiani” di cui il governo si riempie la bocca, dovrebbero essere più attenti?
– Questa mattina ne ho visto uno in corridoio che se la prendeva con una collega perché in un’aula mancavano i banchi.
– E lei cosa gli ha risposto?
– Che era la prima a dispiacersene, ma non spetta agli insegnanti acquistare i banchi. Così gli ha detto di rivolgersi al dirigente. Che non c’era, perché gli hanno assegnato tre scuole contemporaneamente.
Le ho domandato se era al corrente di quali fossero, queste scuole. Ha detto di sì. Tutte nella provincia, niente scavallamento fuori regione (il preside mica è un insegnante semplice!). La prima, a quaranta chilometri dalla seconda. La seconda, a sessanta dalla terza.
Il governo del fare, se non si fosse capito.
(Michele Lupo)

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La settimana scolastica

La notizia della settimana è questa: il Consiglio di Stato conferma il provvedimento del Tar del Lazio respingendo il ricorso della Gelmini e chiede di “rideterminare l’orario complessivo annuale“. A lezioni iniziate, con gli organici già definiti, la riorganizzazione per gli istituti diventa un vero rompicapo.

Sul fronte dei precari, sentenza choc del giudice del lavoro di Siena: i supplenti di lungo corso vanno assunti, l’insegnante in questione per ben 6 volte di seguito era stata assunta a inizio anno e poi licenziata alla fine delle lezioni. In Italia sono in queste condizioni 180 mila precari della scuola.

Intanto viene resa nota un’altra sentenza: il Giudice del lavoro di Firenze condanna per comportamento antisindacale una Dirigente: le ore di compresenza/contemporaneità, in presenza di un progetto deliberato dal Collegio docenti e sottoscritto dalle controparti, NON possono essere usate per le supplenze brevi.

Tra le buone notizie è da segnalare una legge contro le discriminazioni verso i ragazzi dislessici (350.000) a scuola.

La vicenda di Adro ci riserva altre puntate. Il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, con una lettera fatta inviare nei giorni scorsi dal direttore dell’ufficio scolastico della Lombardia, ha chiesto al sindaco di Adro (Brescia) di “adoperarsi per la rimozione dal polo scolastico del simbolo” noto come il “Sole delle Alpi”. “Il capo dello Stato ha apprezzato il passo compiuto dal ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, invitando il sindaco di Adro a rimuovere quelle esibizioni”. Il sindaco risponde che è disponibile alla rimozione, che però costa troppo. Chi paga?

Per il resto, ancora notizie di carenze gravi scaricate sulle famiglie, mentre, nella settimana che comincia, l’8 ottobre sciopero della scuola che vede le adesioni con modalità diverse di FLC-CGILUnicobas, Unione degli Studenti.

Retescuole lancia un appello alla mobilitazione di tutto il mondo della scuola per partecipare alla manifestazione di Roma del 16 ottobre insieme alle lavoratrici ed ai lavoratori metalmeccanici e per costruire un percorso comune in difesa dei diritti.

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Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Cub.

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Francesco Accattoli, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

3 pensieri su “Vivalascuola. Professione: precario

  1. se i precari giustamente portestano,non è scontato che gli insegnanti di ruolo non siano a rischio di perdita cattedra e/o punti.Chi ,come me, per esempio, si è fatto praticamente 20 anni in ruolo in provincia diversa da quella di residenza, quando ottiene il trafserimento perde un monte di punti,tutti quelli della continuità didattica e si ritrova,nella graduatoria di istituto, sotto quelli che non hanno mai fatto più di 10 km, a volte solo 100 metri da casa,mentre tu ne hai accumulati a vagonate.E poi perdi la cattedra e devi, per costruire il monte ore, a quasi 6o anni,farti i viaggi dei giramonid,6 ore in un paese, 6 in altro e poi magari anche al serale.Se ti aggiungessero anche il recupero dei dieci minuti delle ore da 50 minuti,saresti pronto a prenderli con il bazuka.Personalmente percorrevo dai 200 a i 400 km al giorno (se la facevo per 4 volte, per motivi di famiglia, che lo stato dice essere porblemi tuoi)facevo 20 e anche 24 ore,( perchè la discplina che insegno prevedeva questo monte ore)oltre poi tutte le riunioni previste e obbligatorie.Se qualcuno mi chiede se ci guadagnavo non so proprio se risponderei sì, i costi sono costi, soprattutto quando viaggi con la tua auto, non avendo altri mezzi possibili. E poi insegni per sette ore e ne hai due di viaggio all’andata e due al ritorno, sempre pagate dalle tue tasche, lo stato non rimborsa. Non è dedizione?Non è dignità? Non è responsabilità non perdere nemmeno un giorno?

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  2. ma quante balle racconti ferni! dài, che siamo strapagati, che ci rimborsano tutte le spese di produzione, che scendiamo in ciabatte e bigodini nell’istituto di fronte a casa!
    mi dicono in famiglia: perché non vieni più vicina? uno, perché i ragazzi di campagna sono più gentili, due, perché ormai ho una storia, tre, perché mi faccio un anno ciabatte-bigodini e poi di km ne faccio minimo 60 andare 60 tornare – presente, ferni, la provincia di venezia? – fino alla pensione. che se continua così, è un problema fare 120 km al dì con il pannolone.

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  3. già è vero, sono tutte balle. Avevo un amore là, da quelle parti, in golena, nella bassa del PO,tra Mantova e il mare, nelle valli del fiume dove tutto acquista una misura diversa dalla speculazione.Lì basta una zanzara vera, non le false pulci di un governo amorfo, a farti sentire il peso di ciò che è vita,la misura del sistema, la filiera, non il filatoio di interessi privati anche del buongusto di non mostrare con platealità cosa significa vivere ancora il medioevo, con clientele, parentele al vertice del proprio impegno.Altro che comunità, altro che interessi comuni. Il ladrocinio perpetuato come sistema, questo è diventato forma di governo.

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