“Non è un paese per vecchie” di Loredana Lipperini

Recensione lunga per un libro che non esito a definire importante. Primo per il tema che affronta. Secondo per le idee che veicola. C’è poi un terzo punto che lo proietta direttamente oltre la categoria dell’importante in quella del gran bel libro, ed è il modo in cui è scritto e concepito, estremamente moderno e vigoroso. Ma andiamo con ordine.

I. Il libro parla della condizione degli anziani e in particolare di quella delle donne anziane – le vecchie – senza eufemismi o vezzeggiativi: sono le vecchie del titolo, escluse tra gli esclusi in una realtà sociale crudele. Perché se è vero che si comincia a essere vecchi quando la società non riconosce più la tua esistenza come persona, è altrettanto vero che per l’uomo ultracinquantenne ci sono ancora molte chance di successo e visibilità, di riconoscimento di vita, più che per la donna della stessa età. Si contano sulle dita di una mano le “grandi vecchie” alle quali è concesso comparire in televisione per meriti eccezionali, vedi Rita Levi Montalcini e Margherita Hack. Ma quante altre? Nessuna. Il ruolo che l’impietosa società giovanilistica appiattita sul presente, ma anche il bagaglio popolare, riserva all’anziana è quello di dolce nonnina, o di maga/strega, o di signora eccentrica, o di zitella inacidita. Più in là non si va. Ultimamente si sono messe in luce anche le “coguare”, adepte della voga del toy-boy, ma sempre viste con l’occhio dello scandalo, della “notizia”, della più o meno velata disapprovazione, quando invece il maturo signore affermato che si accompagna con una ventenne non desta alcuna meraviglia. E non tragga in inganno lo specchietto per le allodole del canone di giovinezza perenne sbandierato da media e pubblicità, perché non corrisponde ai fatti.
La condizione dei vecchi e delle vecchie in Italia è analizzata a partire dal luogo che loro spetta in un immaginario nazionale che si rivela alquanto astioso. In realtà, se si esamina con calma la situazione, si vede subito che i vecchi sono la parte più debole della società, le prime vittime di uno sfacelo in atto. Eppure la percezione comune, che emerge per esempio girando in rete, è di un illividito rancore verso i vecchi, accusati in pratica di paralizzare il Paese succhiando ai giovani spazio con la loro inamovibilità dai “posti”, e denaro con il pozzo senza fondo delle pensioni, che probabilmente – per colpa dei vecchi! – gli attuali giovani in futuro non riceveranno. Insomma, dei parassiti inutili, grotteschi e dannosi che non si capisce perché non si sbrighino a togliere il disturbo. Dà i brividi per esempio seguire con l’autrice l’elenco dei gruppi dedicati all’odio per i vecchi sui social network. Un capro espiatorio per atrocità gratuite, risate maligne e voglia di sfogarsi nel territorio incontrollato del web, in un esercizio di crudeltà mostruosa, peraltro speculare alla leziosità dei gentili vecchietti rimbambiti e delle nonnine brave a fare il bucato propalati dalle immagini televisive. Lipperini è bravissima a esporre la questione della rappresentazione della vecchiaia in tutte le sue facce, dagli aspetti pubblici a quelli psichici, disegnando totem e tabù di questo momento maltrattato e sfalsato dell’esistenza con tratti da saggista di alta classe.
Ma poi c’è la realtà dei vecchi. Non quella simbolica, esibita a suon di pregiudizi e di idiozie patetiche: eh no, quella vera, che meno la si vede meglio è, in un Paese governato da forze politiche che cavalcano con sconfortante successo elettorale non solo il disprezzo per la solidarietà umana, ma anche l’incapacità di pensare e di realizzare un vivere comune minimamente lungimirante.
Perché l’Italia si avvia a diventare un paese dall’età anagrafica sempre più alta. E i vecchi saremo noi fra nemmeno troppo tempo. Relegarli in un limbo di triste orrore significa tagliare le gambe prima di tutto a noi stessi. Ma per ragionare su questo punto, occorre avere il coraggio di spalancare gli occhi sull’orrore. Anche qui, non si tratta di metafora né di cose dell’anima: orrore puro, come quello dei peggiori film. Sono convinta che non sia un caso che le pagine centrali del libro siano occupate dalla spaventosa descrizione della Baggina, l’enorme inferno degradato dei vecchi di Milano, nome ufficiale Pio Albergo Trivulzio: un terrificante mondo a sé, una di quelle istituzioni totali che fa comodo alle coscienze dimenticare, quelle zolle pubbliche di vita mostruosa scordate dalla coscienza collettiva come un incubo: una sorte che le Case di Riposo per anziani condividono attualmente – credo – solo con i Centri di Identificazione ed Espulsione per gli immigrati e gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Vero è che nelle nostre città anche i vecchi “liberi” sono calpestati da tante cose: ci sono le malattie, la pensione minima che non basta a vivere, la solitudine, la depressione, la negazione della personalità… L’autrice ce ne fornisce dati e testimonianze. Ma tutte insieme queste tristi cose non bastano a pareggiare il piatto della bilancia con quel pezzo di inferno in terra che noi milanesi chiamiamo Baggina, e che può a buon diritto fare da emblema estremo di una condizione tanto bestiale nella realtà quanto mistificata nella comunicazione di ogni giorno.

II. Per la filosofia, le idee di fondo, le conclusioni del libro, il “messaggio”, si esprime talmente bene l’autrice stessa nell’ultima pagina del libro che mi basta ricopiare. Non ho nulla da aggiungere.
“Perché la vecchiaia può essere un’altra cosa. In un’intervista del 16 ottobre 2009, a Parla con me, José Saramago pronunciò forse la frase più bella sull’ultima parte della vita: ‘Anche se non si può applicare questo pensiero a qualsiasi persona, io penso che più si è vecchi più si diventa liberi, e più si diventa liberi più si diventa radicali’.
Certo, restano irrisolti i grandi problemi. Per farlo, ci son tre livelli.
Il primo è il livello culturale e individuale che richiede rispetto, age neutrality, fuga dagli stereotipi. I vecchi non ‘sono’ e non devono ‘essere’ come televisione, giornali, libri chiedono loro di essere. I vecchi sono persone, ognuna fiera della propria unicissima individualità.
Poi c’è il secondo livello, quello sociale. Ed è il più duro. Perché dei vecchi non ci si occupa. Ci si occupa forse dei bambini, ma i vecchi non hanno futuro, non ha senso preoccuparsene. Non ci sono altre parole per denunciare la necessità e l’urgenza della questione se non quelle di Simone de Beauvoir: ‘La vecchiaia denuncia il fallimento di tutta la nostra civiltà. La società non si cura dell’individuo che nella misura in cui esso renda. Quando si sia compreso qual è la condizione dei vecchi, non ci si può più accontentare di esigere una politica della vecchiaia più generosa, un aumento delle pensioni, alloggi sani, divertimenti organizzati. E’ tutto il sistema che è in questione, e l’alternativa non può che essere radicale: cambiare la vita’.
C’è un terzo livello, dunque, che è quello dell’utopia. Cambiare la vita. Farà scrollare le spalle a parecchie persone, ma è esattamente di questo che abbiamo bisogno.
Ora.”

III. Non è un paese per vecchie mi ha colpito per la modernità del suo impianto. Si sente che il discorso dell’autrice si costituisce in modo dinamico sia attraverso la riflessione su documenti e testimonianze, sia raccogliendo ad ampio raggio idee ed opinioni dalla collettività, con un occhio di riguardo alla parte più fluente della comunicazione attuale, ossia il web. Di questa pratica la Lipperini è maestra, nonché essa stessa protagonista in quanto padrona di casa di un blog molto autorevole e frequentato. E forse grazie a questo il libro riprende in modo veramente fresco e convincente la specificità delle rete di intrecciare parole, sguardi, quotidianità, in modo da restituire un quadro scritto davvero aderente alla realtà delle persone. Insomma, è un libro vero, un saggio impeccabile, che ha fatto propria le lezione del web senza scimmiottarlo, ma metabolizzandola. Senza contare che la possibilità di interagire fra individui tramite lo strumento così potente che è la rete è esplicitamente indicata dall’autrice come mezzo possibile per restituire alla vecchiaia il senso di autenticità esistenziale e sociale che deve avere – sia come parte a tutti gli effetti della vita, sia come ruolo di custode della memoria.
Provo a citare qualche dettaglio a titolo di esempio, anche se quel che conta è l’insieme, il risultato della composizione dei tanti dettagli. L’impianto, per l’appunto.
I paragrafi non sono indicati da titoli ma sono separati da frasi in neretto corsivo messe a mo’ di citazioni, a blocchetto con una riga bianca sopra e una sotto. Sono in maggioranza prese dal web: commenti di bloggers, battute, nomi di gruppi di Facebook, definizioni di Wikipedia; oppure sono frasi di grandi scrittori, battute di film, stralci di pubblicità, stronzate di Berlusconi e altro. Si compone così un sottotesto interpolatorio a patchwork, senza commenti, crudamente espressivo e immediato.
Mi è poi piaciuto molto il capitolo dedicato alla morte, compagna nera della vecchiaia, che è un indicibile dei nostri giorni se non come spettacolarizzazione e business ed esorcizzazioni varie, proprio come la vecchiaia. In particolare mi ha sorpreso – e come sono felice, io rotta a tutto, quando mi imbatto in qualcosa che davvero non mi aspettavo! – la parte dedicata a una forma terminale della musica Heavy Metal, il Death Metal. Una musica che guarda la morte in modo estremo alla ricerca della consapevolezza totale, che fa abbastanza paura, e che nel nucleo del problema, nel senso ultimo della cosa, non differisce poi tanto dal farsi un giro a occhi spalancati – magari con le palpebre tenute su da un’apparecchiatura tipo Arancia Meccanica – al Pio Albergo Trivulzio.

Sintesi finale: un libro senza barriere per sradicare le barriere mentali e sociali attorno alla condizione esistenziale naturale, inevitabile e importante della vecchiaia, in funzione dell’utopia rivoluzionaria di migliorare il mondo. Leggetelo.

12 pensieri su ““Non è un paese per vecchie” di Loredana Lipperini

  1. Pingback: Kataweb.it - Blog - Lipperatura di Loredana Lipperini » Blog Archive » NON E’ UN PAESE PER VECCHIE

  2. “E forse grazie a questo il libro riprende in modo veramente fresco e convincente la specificità delle rete di intrecciare parole, sguardi, quotidianità, in modo da restituire un quadro scritto davvero aderente alla realtà delle persone. Insomma, è un libro vero, un saggio impeccabile, che ha fatto propria le lezione del web senza scimmiottarlo, ma metabolizzandola.”

    Ottimo. Un saluto Anna.

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  3. Grazie, Anna, per la tua lettura del libro, che voglio conoscere…condivisibile in ogni parola, per chi ne ha fatto esperienza, o visionato, dal vivo della sua storia, le mille facce: un monito a passare dal rincrescimento e vergogna all’amore, al disfare le pareti che dividono, erette dal nostro ammalato, inesistente dimensione della società –
    Maria Pia Q

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  4. Mi capita di rado di non riuscire ad arrivare in fondo ad un post.
    In questo caso sono coinvolta a vario titolo ed era una impresa eroica, senza nulla togliere alla validità della scrittura e a chi scrive.
    Visti anche i miei 55 anni nei quali ( con mio marito in pensione) mi sono ritirata n campagna per non sentirmi inutilem,un’analisi sui vecchi l’ho dovuta compiere giocoforza.
    Ma cerco di essere obiettiva nonostante possa vantare vari “primati”.
    Vivo al Sud, in un Sud dove il matriarcato è forte e lo si rintraccia in tanti dettagli.
    Vivo ora in una fetta di Sud (del salernitano) “sdoganato” agli assassini (non si era ancora ucciso un sindaco:l’ultimo è stato assassinato nel ’93 a Pagani), ma dove rumeni coltivano la terra di piccoli appezzamenti senza sfruttamenti e violenze.
    L’anello debole della catena è la desertificaizone umana: i giovani costretti a fare la valigia, stavolta non di cartone, e una caterva di vecchi.
    La vecchiaia qui è vissuta, ahimè, nelle pareti domestiche. A scapito delle donne.
    Spesso abbandondate se vivi in città piccole come Salerno, che avrà pure la “leadership” per lo smaltimento dei rifiuti, ma diverse magagne.
    Ne so qualcosa con una madre in Alzheimer e una suocera di 90 anni che ha appena perduto il figlio.
    Rimanere vivi a 55 anni, credetemi e senza retorica, è una “Parigi Dakar” nella quale devi vincere per forza, pena l’essere trascinati in un gorgo.
    Non son capace di sintesi e me ne scuso.
    Spero di non essere andata troppo in Ot.
    Buona giornata a tutti

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  5. Non sei vecchia a 55 anni. Potrai considerarti tale quando avrai almeno vent’anni in più.
    Comprendo che la tua difficile situazione, per di più senza aiuti, ti fa sentire sulle spalle un peso così gravoso che la tua età ancora giovanile ti appare molto più avanzata.
    Anche nelle città del Nord la condizione non è molto più rosea. O si possiede tanto denaro da pagare la retta mensile altissima di “case di riposo per anziani” che non siano come il Pio Albergo Trivulzio già nominato sopra, oppure si deve fare tutto da soli a casa propria, confidando sul volontariato per qualche ora d’aiuto, ma nulla più. A meno che non si ricorra alle “badanti” che riportano al solito problema del denaro.
    Un cordiale saluto
    Giorgina Busca Gernetti

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  6. Un libro importante quello della Lipperini. Purtroppo è uscito adesso, altrimenti sicuramente ne avrei parlato nel mio libro sulla filosofia della chirurgia estetica. Inoltre, come è stato notato, è scritto davvero bene.

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  7. Grazie a tutti gli intervenuti: sono cose di cui ci sarebbe da parlare in continuazione, è un argomento senza fondo perché intreccia vita ed esistenza, nazione e individuo, pratica sociale e filosofia. Perciò mi fa piacere se la mia nota ha suscitato interesse per il libro.
    Ariemma: molto interessante il tema del tuo libro! Ci dici qualcosa?

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