Il Capitano Mario (XX)

di
Maria Frasson

(puntate precedenti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII, XIX)


LA RESISTENZA


Ebbe dunque inizio con l’8 settembre 1943, e fu un fatto nuovo, nato come conflitto ideologico in difesa della libertà e dei diritti della persona umana, quando il popolo si sentì solo nel vuoto e trovò nella Resistenza la sua grande forza morale, attraverso sofferenze mai prima sperimentate nella sua storia. Intanto gli Alleati procedevano sia pur lentamente attraverso la penisola verso il Nord per formare quella linea di sbarramento che si chiamò “linea gotica” contro i Tedeschi che durò – e non avrebbe dovuto durare tanto – quasi due anni. Si estendeva dal Piemonte e dall’Oltrepò pavese (che a noi interessava particolarmente) fino all’Emilia e Romagna e divideva l’Italia in due: lacerante divisione, le cui conseguenze – oltremodo drammatiche – si protrassero negativamente per anni e anni ancora. Forse ne risentiamo anche oggi.

Mussolini, liberato, ma non libero, fondò, per volere di Hitler, quella Repubblica di Salò che contribuì ulteriormente a dividere gli Italiani tra partigiani e fascisti, detti Repubblichini, complici della raccapricciante ferocia con cui i nazisti opprimevano specialmente l’alta Italia. Fantasma tragico e grottesco aleggiante sulle rovine del paese.



Così l’antifascismo, dapprima clandestino e diviso nei vari rivoli delle diverse ideologie, poi sentì la necessità di unirsi in un’azione comune, e si formarono i primi nuclei partigiani contro i Tedeschi. Era come di quei fiumi carsici che scorrono a lungo sotterranei, e sfociano ad un tratto prorompenti e impetuosi nell’immensità del mare. Per virtù di questi pochi uomini – come spesso avviene nella storia – era rimasta viva, a vantaggio di noi molti, la fede nella libertà che ci fu consegnata perché noi – giovani allora – dapprima ignari, poi gradualmente illuminati e coscienti, ne comprendessimo tutto il valore.

Alcuni avevano partecipato alla guerra di Spagna dalla parte dei repubblicani, altri avevano subito il carcere o il confino, altri ancora l’esilio, spesso pedinati e perseguitati da parte dei servizi segreti fascisti, come Piero Gobetti, i Rosselli e altri: primi martiri della libertà.

Noi avevamo amici che erano stati loro amici o discepoli, perché più giovani e si allargò in noi, per mezzo loro, la comprensione e la solidarietà negli ideali via via riconquistati e la nostra vita ne divenne spiritualmente arricchita dei valori più alti.


I nuclei di azione della Resistenza sorsero qua e là un po’ dappertutto: nelle valli piemontesi, come nell’Oltrepò pavese e fu dapprima guerriglia che assunse via via più vaste proporzioni fino a formare dei presidi come roccheforti. Così ad esempio nel Cuneese, a Varzi, e nell’Ossola dove fu fondata una vera repubblica. Le difficoltà erano molte e gravi, sopra tutto di approvvigionamento di viveri e di armi e in particolare di collegamento fra i gruppi.

Azioni di disturbo delle comunicazioni per rendere difficile la vita dei presidi tedeschi e azione di spionaggio e contro-spionaggio, tutte molto pericolose perché spesso soggette ai rastrellamenti implacabili del nemico.

La popolazione collaborava attivamente e spontaneamente a questa che fu la guerra di un popolo improvvisamente consapevole della propria forza morale come elemento determinante del proprio destino.

L’Italia aveva ritrovato se stessa.

Ognuno si sentì vincolato agli altri da un senso comune di solidarietà verso patrioti, ex-prigionieri di guerra, rifugiati politici, renitenti alla chiamata dell’esercito di Salò e li soccorse, nascose, aiutò con ogni mezzo. Non vanno dimenticate, sopra tutto insieme col clero, le donne partigiane, staffette: arrestate torturate condannate deportate, attive e instancabili nel soccorrere gli altri. Ci furono anche – non si possono negare – episodi di violenza cinica e inconsapevole, di viltà, di sopraffazione da parte dei partigiani.

Episodi inevitabili in ogni rivoluzione, in ogni guerra: ladrocini ruberie saccheggi, crimini spesso dettati dalle reazioni scomposte alle crudeli rappresaglie nazifasciste. Si tratta tuttavia fortunatamente di una minoranza. Era stato di guerra.


Il male è purtroppo connaturato col bene nell’animo umano ed è perciò pur sempre dura la lotta per vincerlo, specie perché spunta fuori da ogni parte: è opportuno comunque giudicare gli eventi a distanza, con quello spirito cristiano che sovrasta ogni miseria morale, senza mai perdere di mira gli esempi sublimi di pietà e di nobiltà del cuore.


All’Ospedale militare di Pavia


Mario, dopo il congedo di tre mesi dalla Grecia, rimase in patria e fu ripreso in forza all’inizio dell’autunno del fatidico 1943 e assegnato all’Ospedale militare di Pavia che occupava il piano terreno del grande palazzo del Collegio Borromeo. L’ospedale era diretto da un tenente-colonnello che, a distanza di qualche settimana fu ucciso in circostanze misteriose: probabilmente dai fascisti. Da chi non lo si seppe mai. Ma era prudente non indagare, perché risulta che fosse partigiano, chiamato “il colonnello Gigi”. In una raccolta di scritti di vari autori pubblicata dal Mercurio (mensile di politica arti e scienze): volume intitolato “Anche l’Italia ha vinto” (dicembre 1945 – N.16, Gianni Darsena editore), alla pag. 162, Enzo Boeri detto Giovanni, scrive, sui segreti del controspionaggio, che tra le varie organizzazioni “la più numerosa e la più efficiente era la cosiddetta OI 40, diretta dapprima dal ten. colonnello Gigi, poi dal “Capitano Mario”: era quello il suo nome di battaglia. La direzione dell’ospedale militare rimase affidata al “Capitano Mario”, già fin d’allora in un’atmosfera di sospetti e di paura, così che il Rettore del Collegio Borromeo, Don Angelini, il quale divenne da allora in poi uno dei nostri amici più cari, diede a Mario la chiave di un’uscita segreta per evadere in caso di pericolo e fuggire sulle montagne dell’Oltrepò.


“Il Capitano Mario”


Per grazia del Cielo non accadde nulla. Il Collegio Borromeo fu poi restituito alle sue funzioni e l’Ospedale militare fu trasferito in un’ala del Policlinico, sempre sotto la direzione del Capitano Mario. E lo seguì l’organizzazione segreta detta OI 40.

Nella nuova sede non erano molti, né molto gravi i degenti: ad essi Mario continuava a prestare assiduamente le sue cure con l’aiuto di validi infermieri guidati dall’amico partigiano Quartiroli. Ma non cessarono i pericoli, del resto ben motivati. Mario, che era entrato a far parte delle formazioni di “Giustizia e Libertà” del Partito d’Azione come capo dell’OI 40, si trovava ora in una posizione delicatissima e altrettanto difficile perché, essendo dirigente dell’Ospedale militare, era pur sempre ufficiale dell’Esercito, ora non più regio, ma identificato con l’esercito fascista della Repubblica di Salò, controllato dai tedeschi delle SS. Se fosse stato catturato, gli sarebbe spettata, a norma del codice militare, la fucilazione nella schiena.

Erano temute specialmente le SS (truppe poliziesche tedesche) che non risparmiavano a nessuno né la vita né le più crudeli torture. Tipico l’esempio di Boves, nel cuneese dove un buon numero di sbandati tra cui molti ufficiali ancora in divisa e con le armi si erano concentrati resistendo ai Tedeschi. Costoro assediarono il paese, lo incendiarono e bruciarono vivi 24 abitanti, compreso il parroco, con donne e bambini. Era il 19 settembre 1943: fu il primo olocausto, come già dissi, e altri ne seguirono.

Io vivevo tremando. E pregavo: non c’era altro scampo per noi che la fiducia nel buon Dio e nella sua infinita misericordia.


(continua…)

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