ROMANZO D’AMORE, per ricordare Michele Perriera

Dedico questa pagina alla memoria dello scrittore e regista Michele Perriera (nella foto) scomparso a 73 anni, nell’ospedale Giglio di Cefalù, l’11 settembre scorso.
Perriera ha fondato e diretto la scuola di teatro Teate’s di Palermo. Era stato tra i fondatori del gruppo ‘63. Dal 1994 ha diretto la collana di teatro della casa editrice “Sellerio”. Lo scrittore, considerato il drammaturgo dell’anima, se n’e’ andato dopo una lunga malattia che lo aveva allontanato dal teatro.
Pubblico, di seguito, un bell’articolo scritto da Domenico Calcaterra (che ringrazio) in merito a una delle opere principali di Perriera: “Romanzo d’amore”.
Massimo Maugeri
* * *

“Romanzo d’amore” di Michele Perriera: la scrittura come tragico sigillo di fiducia

di Domenico Calcaterra

«La scrittura è la mia casa, la mia isola, la mia civiltà, il mio continente», basterebbe questo frammento a compendiare (nel giro breve d’una frase) il senso preciso, il peso specifico e la carica totalizzante di un’opera, atipica nel panorama letterario degli ultimi decenni, come “Romanzo d’amore” di Michele Perriera (Sellerio, 2002). Presentata come monumentale «autobiografia teatrale» in tre libri (per un totale di oltre 1200 pagine), la si potrebbe considerare con voluta forzatura come neospecie tutta postmoderna di “opera mondo”, variante aggiornata e singolare di romanzo assoluto che salda, in maniera travolgente e visionaria, bildung e weltanschauung, apprendistato e conseguente idea del mondo (colta nel suo farsi, nel gorgo di un dinamico sviluppo).
Autobiografia in forma di romanzo (s’è detto) che reca in sé il fascino e l’adamantina bellezza delle pure forme di una immensa e fluviale cattedrale di scrittura, costruita per innesti, esponenziale contaminazione di generi e paradigmi: ripasso di memoria, autobiografia intellettuale, diario intimo ed epistolario, reperto saggistico e di passione civile; effusione lirica, visionaria ricognizione d’un tempo e tuffo nei suoi falsi miti, rotta ostinata tra gli inganni più biechi della storia… Tutti praticati con un peculiare tocco che rende omogeneo, assimilabile ad un’unica voce, il dettato dello scrittore. Viaggio, questo, compiuto sempre sotto la radiosa insegna di una mai accantonata del tutto fiducia nel possibile, proprio dove più s’annaspa, più forte è lo scoraggiamento, più dura la cognizione del dolore.
Offrendosi alla rilettura, al rimuginio sulla pagina, “Romanzo d’amore” s’impone come luminosa bibbia per chi abbia pazienza e voglia d’accostarsi all’opera di uno degli intellettuali più lucidi e nel contempo isolati che la cultura italiana del secondo Novecento abbia conosciuto.
Senza dubbio, Perriera mette in scena sé stesso: il teatro è quello della memoria, la scena quella del suo cervello, perennemente assediato da tragiche e magnifiche ossessioni. Firmando la regia d’un percorso tripartito, d’una progressiva rivelazione che l’accompagna dall’apparizione mitica sino alla conoscenza: passando per l’accendersi di una passione che sostanzia ogni svolta, ne costituisce il fiato, la carne, l’ossatura. Compiendo, infine, il miracolo di tradurre il racconto autobiografico in romanzo corale, se afferma:

«(…) tutto quello che sono stato e che sono è l’esito di un concerto in cui, assieme alla mia, si possono ascoltare le voci di un intero universo del quale sono insieme il figlio, l’esule e l’amante. »

E come altrettanto prezioso antecedente, quasi in funzione di preannuncio, di svelamento di quelle coordinate strabiche (all’esatto incrocio tra immaginazione e realtà) che sarebbero sfociate poi in quella «speciale devozione laica» di uno stile sempre giocato sulla drammatica coesistenza di rarefatta armonia e incandescente urgenza espressiva, si pone quel saggio fondamentale che introduce e dà il titolo al libro “La spola infinita” (Sellerio, 1995), metafora del trascorrere senza soluzione di continuità dalla vita alla scrittura e da essa alla vita; portando il mondo sulla pagina per esorcizzarne mostruosità, rivelarne inattese epifanie, fintanto che lo scrittore (novello sciamano) sia in grado di ricrearlo, renderlo accettabile, con il coraggio e la forza della parola. Disposizione sperimentata pure in quel testo, tutto sommato complementare a RA, costituito dalle “note ai margini” in forma di diario che è Con quelle idee da canguro (Sellerio, 1997).
Alludo ad una intenzione di scrittura che, prendendo in prestito le parole di Freud, si potrebbe dire:

«mira (…) a destare in noi lo stesso atteggiamento emotivo, la stessa costellazione mentale che ha prodotto in lui [nell’artista, n.d.r.] l’impeto creativo. »

Storia di un’anima e dei suoi passages attraverso le epoche cruciali di un secolo – il Novecento, depurato dal belletto di ideologismi e atomiche eccitazioni – in “Romanzo d’amore” è possibile spiare l’autore, coglierlo in flagrante, mentre è intento nello sforzo ammiccante e smisurato di narrare (con dedizione) sé stesso come “sconosciuto”; impegnato a rivendicare una più nitida carica di autenticità al vissuto, riconoscere il valore d’incessante autoagnizione nel processo di scrittura, riprendendo l’aristotelica certezza che non possa darsi vita alla rappresentazione o al racconto, senza una fabula che ne faccia da cassa di risonanza, cristallino contenitore. Non stupisca pertanto (sia detto di passaggio) il curvare di Perriera, nella sua più recente produzione letteraria, verso soluzioni di scrittura che (come avremo modo di approfondire altrove) paiono senza dubbio riconducibili a una simile prospettiva, informati da una medesima esigenza: si pensi alla sua trilogia fanta-gialla di “A presto” (1994), “Delirium cordis” (1995), “Finirà questa malìa” (2004) o ancora al suo ultimo racconto lungo “La casa” (Sellerio, 2007).
Lo spirito che lo dispone a un atteggiamento di disperante fiducia nella letteratura, sembra trovare infine giustificazione nel radicarsi del saldo convincimento che essa s’imponga come linea di rottura, discesa all’originaria “ferita” e insieme “balsamo”, temerario passaggio al limite, luogo dove alla fine lo strappo si ricuce, si offre inaspettato, meno sfumato il senso; cura e antidoto da cui ripartire per una ancora praticabile e mai sacrificata idea di riscatto. Cammino d’autochiarificazione dunque, work in progress che tende quasi a postulare l’impossibile consegnarsi a uno statuto gnoseologico che non si profili se non come anarchico e libertario esercizio: inesausta energia conoscitiva che erompe come «danza propiziatrice» a riguadagnare un centro, l’agitarsi d’una inattesa e spiazzante rinascita.
L’oggetto d’amore privilegiato a cui Perriera allude sin dal titolo, è certamente il teatro; si può ben dire che il mondo stesso, la vita, si presentino agli occhi dello scrittore anzitutto in forma di “teatro”, come infinita narrazione di una messinscena. Gli interi Mémoires perrieriani sono attraversati dall’urgente smania di portare alla luce (chiarire a sé stesso) l’autentica essenza del suo “fare teatro”, sviscerarne la radice prima, ricostruire quasi l’ontogenesi di una poetica che non concede spazio alcuno alle abbindolanti seduzioni dell’ovvio, più che mai persuaso (guardando alla lezione del teatro classico), che

«il teatro nacque non per guardare in alto ma per guardare in fondo, per disseppellire le maschere della verità coperte dalla storia. Non nacque per celebrare il principe e il suo trono; non nacque per porre in alto la prospettiva della verità, ma per scavarla in basso, per aprire il baratro della vita e della morte. Ecco perché il teatro disseppellisce i morti. Ecco perché è il luogo della nascita. »

È un teatro che mette con forza in relazione «ciò che sta al di qua con ciò che sta al di là delle grate», che esibisce la prigione e l’eversione fantastica e tremenda della fuga, la falla che allenta le maglie di un sistema di vita che si agghinda con la seduzione dell’essere il migliore, il più desiderabile, l’unico possibile; che scruta mettendo a nudo colpa e innocenza, l’incubo e il grido disperato, l’S.O.S. lanciato per la vita.
Condizione emblematica che si avvita su un paradigma scenico non di rado giocato su di un ‘personaggio-prototipo’ che agisce (o si prova ad agire), sempre più ingolfato, colto al limite tra «claustrofobia» e «claustrolalia»: ridotto a pura cifra di un sé stesso che si offre hic et nunc nella sola possibilità d’esistenza concessa sulla scena, e che reca in sé il marchio di quella «speciale rigidità» cui Perriera affida al massimo grado il segno di una siffatta tragica concezione.
Si tratta comunque e sempre – nella coesistenza tra vittima e carnefice, assassino e innocente, ordine ed eversione – del manifestarsi d’una polarità sfocata, per biologica essenza ambigua: ventiquattresima invisibile coppia cromosomica dell’animale uomo, che ne determina il modo di stare al mondo; X e Y che in potenza possono (in qualsiasi momento) impazzire, scambiarsi di posto e rispecchiarsi nell’altro, nel proprio naturale contraltare. Scomodo carattere ereditario che, non solo nel teatro ma in tutta la sua opera, Perriera ha voluto raccontare senza ipocrisie. Personaggio, quello perrieriano, la cui attendibilità non va mai osservata né sub specie della verosimiglianza né risolvendola solamente in pura ‘entità finzionale’: piuttosto (come spesso accade quando si ha a che fare con una letteratura che rabbiosa intenda flirtare più con la “verità” che con la pedissequa ripetizione del reale), i personaggi usciti dalla penna di Perriera sembrano indicare possibilità necessarie, abbozzi d’improbabili destini, la cui partita è giocata più sul piano dell’identità che dei fatti concreti. Assunto verificabile tanto per la sua scrittura teatrale quanto per quella romanzesca: teatro e vocazione al racconto che appaiono legati a refe doppio. Coinvolti in un processo di vicendevole contaminazione, tale da indurre l’autore (più o meno consapevolmente) a ibridarne di continuo le forme, in modo che l’uno contenga e contempli nel suo sviluppo l’altro. Processo infine che, nell’ultimo tempo della sua scrittura, si è venuto via via associando ad un puro intento di «risacralizzazione del linguaggio», capace di riguadagnare ad esso nitore, prefigurandosi come ascensione ad un orizzonte di chiarezza che non rinunci nel contempo al farsi di un discorso ancora filosofico e letterario. Un incedere rapsodico e più arioso della prosa, senza che per questo venga snaturato il seme originario e fecondo né del suo teatro né della sua narrativa. Parentela (tra teatro e costruzione romanzesca) che si innesca anche sul piano dell’insistita ricerca del simbolo, vero e proprio trait d’union, che accomuna l’intero universo perrieriano. Si pensi, in “Romanzo d’amore”, alla persecutoria e allucinata comparsa, ovunque, di ‘topi’ e ‘topini’ (io vedo topi dappertutto) che assilla lo scrittore: correlativo, in superficie, dello svicolare di un potere fagocitante e oppressivo (capace di fiaccare la coscienza, invilire lo spirito, imbrigliare la mente dell’individuo); più in profondità, totem inconscio di un’incombenza perenne, di ciò che perturba, corrode, disgrega. Il richiamo al mondo animale è un’altra delle invarianti che ci è data di cogliere nel fitto bosco di segni della sua letteratura, tant’è che dalle sue opere è possibile estrapolare una sorta di bestiario metaforico, attraverso il quale Perriera sembra voglia alludere alla somma delle ossessioni personali e collettive. Cedendo all’azzardo di raccontarsi senza riserve, riponendo nella scrittura un’estrema fiducia come imperdibile occasione conoscitiva, personale “patto d’esistenza” stretto con il mondo, egli stesso spiega:

«Cerco negli animali l’essenza che mi sfugge nell’uomo. Essi non nascondono l’evidenza del mondo. Essi dicono ciò che nell’uomo è troppo implicito o troppo ipocrita. Non intellettualizzano la misteriosa insidia dell’essere al mondo. (…) Madre di tutti i nostri enigmi, la bestia rivela il fondo vuoto della nostra parola, ne disegna i contorni, ne traccia il destino. Come sibilla muta. »

È un simbolismo che aspira a una qualità più elevata, proprio per quel carattere misterioso e sfuggente, non risolvibile in una forma univoca, ma che lascia spazio all’elaborazione intellettuale, all’allegorizzazione aperta del lettore. Fiducia nell’attitudine di quest’ultimo di instaurare (errando) una prossimità al testo in grado di penetrare quasi magicamente la carica di significanza che risiede nello scarto tra il linguaggio e il senso.
Se l’amore dichiarato è quello per la poesia del teatro, in Romanzo d’amore Michele Perriera ribadisce e rivendica la scelta coerente di contrabbandare da sempre le sue visionarie provocazioni nel paradiso ottuso di Palermo, radicato a una città alla quale lo lega un destino di coriacea resistenza, la volontà di rimanere “periferico”, reagire alle tentazioni del successo e della fuga dal caos (la gigantesca e magnifica voragine che essa rappresenta), rinunciando a fissare altra dimora, altro cielo sotto il quale dar vita alle sue ossessioni. Il Romanzo può leggersi anche, da questa angolazione, come la storia di un rapporto mai facile fra lo scrittore e la sua città; isolato scoglio da dove (da oltre quarant’anni) gioca le sue carte, particolare punto d’osservazione che nelle intenzioni dell’autore è eletto a “centro” della propria esperienza esistenziale e intellettuale. C’è quasi una poetica della segregazione che lega lo scrittore alla città nella quale dice di vivere, ormai da tempo, da «separato in casa»: condizione che paradossalmente produce una distanza, guadagna una lucidità ulteriore.
Non è da sottovalutare se tutta la letteratura siciliana può essere sondata e interpretata a partire dai molteplici ed esemplari casi del maturare di una polare dicotomia d’atteggiamenti nei confronti dell’Isola, che di fatto consente di issare un discrimine tra due nutrite schiere di autori siciliani, tale da poter assumere (siffatta duplicità) a criterio riassuntivo, contrappunto di significative esperienze culturali: alla letteratura degli scrittori che potremmo definire della “distanza fisica”, dell’esilio (si pensi, come ultimo caso esemplare, a Vincenzo Consolo), fa da contraltare (nell’alveo della storia letteraria siciliana otto-novecentesca) la letteratura degli stanziali che, pur non volendo mai abbandonare la propria terra, hanno saputo praticare una letteratura della “distanza logica”, vittoriosi sull’enorme rischio dell’abbaglio, sulle infide seduzioni connesse al nido. Michele Perriera è ascrivibile al novero di quest’ultimi, in compagnia dei vari Sciascia e Bufalino, del poeta Lucio Piccolo (per citarne solo alcuni), i quali hanno saputo eleggere l’Isola a spelonca da cui mettere a punto un loro particolare sguardo sulle ferite e le cose del mondo. Mi sia concessa tale digressione, con l’intento preciso di smentire l’idea diffusa che la fuga, l’emigrazione verso lidi di presupposto progresso, sia l’unico viatico d’emancipazione possibile per chi ha avuto la ventura di nascere in una terra di particolare e complessa storia come la Sicilia.
Per Michele Perriera, dunque, solo rimanendo nella sua Palermo è stato possibile avere piena misura, penetrare nella crisi intellettuale e nello smarrimento odierno. Crisi di cui la città è appena una cellula e che pure si mostra (sotto metafora, nelle sue opere) come modello, scandalosa epitome: il cui carattere di paradigmaticità assegnatovi dallo scrittore, emerge compiutamente nella trilogia romanzesca a sfondo fantascientifico (vera e propria svolta nella narrativa dell’autore), che assume a scenario una ‘Palermo-universo’, claustrofobica e concentrazionaria, ingombrante metafora di una realtà sempre più straniata.
Un tratto di novità che s’è venuto sempre più delineando per coerenza di visione nelle scritture perrieriane dell’ultimo decennio, è l’avvertita necessità del pensiero di un Dio, il presupporne l’indispensabile discorso da parte dello scrittore; tratto che, anche in “Romanzo d’amore”, appare evidente. Ma è un sentimento religioso che si dispiega e si realizza in quanto mancanza, languore e deserto insieme: onesto amore di questa assenza. Del resto, già in una nota di qualche anno addietro, riflettendo in punta di penna sulla funzione originaria del teatro, lo scrittore palermitano postillava:

«Presentificare il dio: era questo (…) lo scopo originario del teatro. Presentificare il senso nascosto. Renderlo tangibile. Un teatro della profondità, non è mai, infatti, del tutto ateo. E io stesso non vorrei, non saprei, non so dire di essere ateo. Del resto vivo, a mio modo, come se un Dio esistesse. (…) E comunque, riconosco che probabilmente Dio non esiste, ma forse è proprio per questo che talvolta lo amo perdutamente. In un certo senso, credo in un Dio che non esiste. E gli sono fedele. E credo nel suo giudizio universale. »

È chiaro già il seme di una poetica che si pone oltre la semplice sfera del recupero della ritualità catartica del teatro classico e che mira a riguadagnare il senso forte di una tensione che potremmo definire “ascetica”. Ed è il tuffo nel buco nero di questa seducente e rischiosa teologia per sottrazione, per assenza, mai data però del tutto per scontata, che alimenta una religiosità che si riconnette (per conseguenza) al resistere prepotente di una fede laica e terrestre, che riparte proprio dal vuoto di Dio, o meglio dall’amore per la perdurante (nonostante tutto) idea di un Dio nella desolazione del Nulla. Non è casuale che in Romanzo d’amore riacciuffi, sulla medesima falsariga di concetto, l’idea dell’attesa di un Dio che non viene:

«Beh, un Dio che non viene non è male (…) Godot è proprio questo: un dio che non esiste e di cui tuttavia non puoi fare a meno. Il fatto che, nel fondo di noi stessi, noi aspettiamo sempre qualcosa che non c’è, ci spinge a crearlo, capisci? O a tentare di crearlo. Prendi Cristo, per esempio. Fosse o non fosse il figlio di Dio, che cosa credi che facesse? Si è lasciato ammazzare ingiustamente, ci è venuto a mancare, per farci sentire la mancanza della sua dolcezza. Milioni di uomini hanno fatto cadere l’intero impero romano nel nome di quella inconsolabile mancanza.»

Lo stesso atteggiamento di Cristo, viene rivissuto da Perriera come “insegnamento laico”, straordinario insuperabile monito di una esemplarità etica da cui il mondo è da troppo tempo orfano, digiuno: è il Cristo che caccia i mercanti dal tempio di Gerusalemme, quello che più piace allo scrittore; quello che incarna meglio l’essenza di una tenera utopia, in quanto la sua vocazione è inscindibilmente legata alla terra.
Ma è di sicuro in quel cesellato gioiello di sapienza che è l’azione teatrale in tre giorni di Ritorno (Sellerio, 2003), il ritratto più sconcertante e poetico del Dio di Perriera. Un Dio che ha ceduto al libero arbitrio dell’uomo, un Dio che – scalzato dai miraggi del Tempo e delle sue nevrastenie – ha perso il suo posto; che ha visto ridotto il suo paradiso, infestato dalle ipocrisie e dalle abbaglianti seduzioni del Male, a un fiume eterno che scorre dalla morte all’altra vita e a una valle (dell’Eterna Visione) che ne è la meta. Un Dio che esiste, solo nella misura in cui gli uomini si ricordano cosa egli rappresenti veramente: la nostalgia dell’eterno, la sete di giustizia. Un Dio, infine, che fugge dal Paradiso per trovare scampo sulla terra, sicuro che tra rovine e macerie, resista ancora qualche barlume di tenerezza. E c’è un brano che sintetizza in modo mirabile l’essenza di questo Dio fragile e fuggiasco:

«Io non rappresento che la voce eterna del possibile: la qualità del mondo. E poiché il possibile non sarà mai veramente vinto – fin quando non sarà cancellato l’intero universo – io ne sarò sempre la voce, segreta per quanto possa essere o nascosta o solo rammentata. E finché ci sarà anche un uomo solo che voglia strappare al silenzio la propria miseria o anche solo un animale o una pietra, sarà la vostra stessa tracotanza a rifondare, nei più deboli, il bisogno di eterno e di ciò che ne proviene: il libero giudizio. »

Ancora una volta il rosario del possibile, si candida a manifesto riassuntivo, messaggio spendibile oltre la pagina, sintesi di tutta la parabola scrittoria dell’autore. La stessa volontà, il medesimo pervicace afflato induce il Dio di Ritorno a resistere, rimanere sulla scena, passare indenne tra le delusioni della storia: così anche il Dio di Perriera, entrato in crisi, senza più certezze, assediato dal dubbio, scalzato dalla logica abbagliante e morbosa del commercio, come la sua creatura un tempo più perfetta (l’uomo), vacilla; nei giorni di più cupo abbandono riscopre il comandamento più genuino, l’aprirsi senza riserve, dalla sua malsicura zattera, a una sfavillante scandalosa speranza. Un credo che si coagula attorno ad una laicità ossimoricamente trascendente, venata da una limpidezza metafisica.
Il santuario di Perriera è l’affascinante complessità del reale, depurato da ogni sigillo d’infamia o impostura: un nero vitale entusiasmo che lo dispone costituzionalmente a mai desistere agli urti, le macchinazioni del potere, le congiure striscianti, gli ammutinamenti covati nell’ombra; a diffidare dai comandamenti di Caino, svelarne la logica perversa, gli invitanti adescamenti. È, la sua, una letteratura che, muovendo da uno stile visionario, s’effonde in forza di pensiero; inesauribile e germinante perorazione, esercitata con stringente urgenza: al di là del dato espressivo, dietro ogni pagina, campeggia sempre la riflessione filosofica, il luminoso pensamento contrapposto alla poetica negativa di una oramai irredimibile e irreversibile condizione umana. Emerge il gusto della continua scoperta di una ‘eticità’ che sia alternativa al marasma, capace di richiamare l’individuo verso nuovi approdi, riaccendere il candido sole dell’utopia. Questa preminente qualità fa di Perriera uno scrittore politico, ma della specie più rara e preziosa: lo straordinario interprete dell’impegno con la scrittura, oltre le catene e le aride ingessature imposte dall’ideologia, convinto che esso (l’impegno) debba contemplare in sé pure la sua stessa “distrazione”; atteggiamento che spesso, specie in passato, gli è costato il macroscopico fraintendimento di una critica ideologizzata, perlopiù miope e immiserita da griglie interpretative obsolete e stantie, e che ha finito per tacciare lo scrittore di “conservatorismo borghese”.
Nell’offrire con istintiva grazia, nel leggero costruirsi del senso, il «discutibile buchè delle sue ossessioni» ; nel professare apertamente l’incommensurabile atto d’amore verso il teatro e la vita, Michele Perriera in “Romanzo d’amore” (accettando di scommettere una volta ancora sull’animale uomo), mette a nudo e fa vibrare le due corde che da sempre coesistono e s’intrecciano nelle sue scritture, contaminandosi reciprocamente in un’infinita contro danza: la corda “visionaria” e quella “etica”, il sogno e la concretezza, il volo riuscito della fantasia e la sete di verità e giustizia.

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