Vivalascuola. Responsabilità docente

Solidarietà al prof. Francesco Mele, censurato per avere difeso le competenze del Collegio dei docenti dalle prevaricazioni del Dirigente scolastico e aver proposto, assieme alla maggioranza dei componenti il collegio, la votazione di una mozione di critica ai provvedimenti Gelmini /Tremonti che stanno distruggendo la scuola pubblica (firma).

Care maestre e cari maestri… Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è questo: NON SENTITEVI MAI DA SOLE E DA SOLI! Prima di tutto ci sono i bambini e le bambine, che devono essere nonostante tutto al centro del vostro lavoro e non finiranno mai di sorprendervi. Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese: che ha alla sua base un testo fondamentale e ricchissimo, la Costituzione, che può essere il vostro primo strumento di lavoro. (Mario Lodi)

Ciapà coe bombe
di Lucia Tosi

La scuola io la vedo così, ciapàda coe bombe
Come tutti, credo, quelli che hanno un interesse per le lingue del nostro paese, o almeno per il dialetto della loro terra, “terra” che spesso coincide con una città, un paesello, perché venti chilometri più in là già quel dialetto cambia, suona diversamente, mi chiedo spesso il senso e la provenienza di certe espressioni, mentre mi incuriosiscono sempre i suoni, il tono, l’enfasi delle diverse parlate.

Per esempio tra Venezia e la cintura certe “e” e certe “o” si chiudono e si aprono, cosicché è veneziano chi pronuncia vóvo (uovo), caréga (sedia), è di terraferma se dice vòvo, carèga. A Venezia si dice “mìa mama”, a volte “mià mama”, dipende da dove mettiamo la mamma nel discorso. A Mestre e dintorni “me màma”: punto, e uno capisce subito che sei campagnolo. I campagnoli stanno di là dal Ponte della Libertà, al di là del quale, è risaputo, xe tuto come Mestre, tutti campagnoli salvo mià zia Maria, poaréta, che stava a Castèo e che ghe gà tocà ‘ndar star a Marghera, ma ea gà setantasinque ani, in gamba più de mi, che ti ea vedessi.

Quando parla la Ine(s), nipote della Maria, il mio alter ego pratico, di buon senso, è un po’ difficile fermarmi. Ma questa è un’altra storia e non è della Ine(s) che volevo parlare (che poi la Ines da noi è Ine, a Roma Ines(se): chi troppo e chi troppo poco, anche nei dialetti). Neanche di Roma e del dialetto romanesco volevo parlare.

Penso a certe espressioni dialettali strausate che improvvisamente mi si parano davanti con una densità, quasi con una fisicità, sorprendenti. Ciapà (ciapàda) coe bombe. Tradotto letteralmente in italiano: “preso con le bombe”. Non so se, o meglio, non credo che esista l’esatto corrispettivo italiano o che sia accettabile e comprensibile la traduzione letterale. Qualche buontempone si diletta a tradurre certe espressioni caratteristiche veneziane addirittura in inglese. Questa suonerebbe più o meno “taken with the bombs”, e questa è un’altra: “ti va in serca de note?” (lett: stai cercando di/la notte?), che vorrebbe dire “stai cercando al buio?” oppure “stai cercando il buio? (in senso metaforico)” pronunciata, si badi bene, con accento e cadenza di gondoliere: “are you looking for the night?” quando qualcuno si sta, o ci sta, inutilmente e pericolosamente complicando la vita.

Ciapà coe bombe: si può supporre che dipenda da almeno un paio di possibilità. Chi si prende con le bombe? Il pesce. Perché el pesse se ciàpa (ciapàr: prendere): non: go pescà tre go (go: gozzo), ma: go ciapà tre go. Go ciapà el primo premio, ma se ti ciàpi un gol non hai vinto, hai perso. Questo come in italiano. L’altra possibilità è che ciapàr voglia dire, come anche dice, “ridurre a”, “in certe condizioni”. Varda come che ti xe ciapà!: guarda come sei ridotto!

Dal che deriva che ciapà coe bombe significherebbe: pescato, tirato fuori dall’acqua violentemente, di frodo (e conseguentemente fatto morire), o ridotto in condizioni come uno che sia stato bombardato. In entrambi i casi intendiamo un individuo male in arnese, con l’affanno, la preoccupazione, tallonato da mille impegni contrastanti, in stato confusionale, rintronato, senza casa, ferito, lacero, impoverito, devastato. Morto.

Ecco, la scuola io la vedo così, ciapàda coe bombe: ferita, in affanno, una povera perseguitata. Bombardata da anni e anni di cattiva pubblicità, immiserita, ridotta all’elemosina, oppure in un bunker ad aspettare che passi. Tirata come un pesce fuori dall’acqua a forza di bombe (leggi e leggine) da pescatori (legislatori e furbetti) di frodo, tanto che mi piacerebbe poter dire alla Gelmini “old woman (ohu, vècia!) are you looking for the night?” con la faccia truce di una teppa (coatto) veneziana.

Con l’aqua ala gola
Penso a tutto questo e a molto altro, come sempre per soprassalti, con, in più, un certo languorino, che non so se è di testa, di cuore o di pancia, vista l’ora, in quest’aula nient’ affatto sorda e grigia, ma di un bel giallo solare, con le sue poltroncine nuove, il suo schermo gigante, il tavolone di ciliegio per il nobile consesso (preside, ops, dirigente scolastico e collaboratori). Ma non è un collegio docenti, anche se i molti colleghi farebbero pensare ad una riunione di collegio: è un’assemblea sindacale d’istituto. Wow! Che succede? Succede che l’aqua xe rivàda al… ala gola e tuti impara a nuàr! (“l’acqua è arrivata alla gola e tutti imparano a nuotare“: ma ne esiste una versione più saporosa). Che lo spettro di mia madre si aggiri fino a queste aule? Questo direbbe la vegliarda che dentro di me risuona con la sua aspra saggezza, il suo realismo feroce.

Oh, la Paola! Una delle nostre due RSU. Ora, uno immagina una RSU con i baffi, bruttarella, pora donna, con due spalle da corazziere, intenta il più del tempo a contrattare e a puntualizzare questioni antipaticissime, per lo meno per me sarebbero tali, con la dirigenza. A fare da tramite tra noi e le organizzazioni sindacali. Macché! La Paola è una donna bellissima, intelligentissima, coraggiosissima. Non per niente ce la siamo scelta. So che non dovrei pensare ad un rospo quando penso a qualche funzione sgradevole svolta da una donna: ma potrò essere politicamente scorretta dentro di me, o devo chiedere il permesso per ogni luogo comune, ogni scemenza che mi frulla? Paola intanto espone con la sua solita grazia e la sua determinazione le intenzioni circa il nuovo anno scolastico.

Se siamo dove siamo la colpa è nostra
Generalmente le questioni tecniche mi sfuggono, sempre più spesso devo andare a cercarmi appunti, devo chiedere lumi alla mia vicina, sempre la stessa, presenza angelica e rassicurante ad ogni riunione che Dio mi manda. Ma stavolta no. Tempo venti secondi chiedo la parola e non mi importa che si pensi che sono precipitosa. So anche che quello che dirò è una premessa generale che verrà aggirata, smontata, ma che in sintesi contiene tutto quello che penso, con tutta l’urgenza del caso e della situazione da ciapài coe bombe:

Prima che cominciamo ad analizzare i singoli punti all’ o.d.g., vorrei tanto che nel fare le nostre proposte per una volta mettessimo da parte le singole individualità, vorrei che non pensassimo ad altro che a mandare un messaggio forte e chiaro, vorrei che la piantassimo di fare gli eroi, che ci sentissimo dei lavoratori, finalmente. Se siamo dove siamo in buona misura è colpa nostra. Abbiamo incollato addosso un retaggio culturale per il quale ci trasciniamo questa pericolosa aura di missionari o schiavi: ché questo erano gli insegnanti in antico, schiavi e poi religiosi. Siamo lavoratori né più né meno come i braccianti, i metalmeccanici, e oggi ancor di più dovremmo percepirlo perché siamo, come tutti, licenziabili. Vorrei che finalmente agissimo al di là dello sciopero, qui, in concreto, perché alcuni di noi mancano all’appello quest’anno, pur avendo svolto un egregio lavoro l’anno scorso e negli anni precedenti, sbattuti chissà dove, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore…

(strozzatura della voce, attorno silenzio di tomba). Pausa. Gioco d’anticipo:

Per esempio io sono dell’idea di non accompagnare i ragazzi in gita, perché ci si rimette di tasca, nel senso propriamente monetario del termine, nonostante le responsabilità siano aumentate negli anni. Una bella botta al turismo languente tra febbraio e aprile non dovrebbe passare inosservata.

Il Gatto e la Volpe
Eccoli là. Ho detto due cose e mentre le dicevo li vedevo con la coda dell’occhio. Quando arrivai qui me li indicarono come il Gatto e la Volpe. Data la disparità d’altezza e di corporatura, mi chiedo ancor oggi se si voleva intendere Gatto e Volpe in senso morale – qualche volta mi hanno dato effettivamente motivo di pensarli come un po’ furbetti, ammanigliati con le presidenze, bazzicatori tenaci di uffici che io frequento per decenza una volta l’anno sì e no, idraulici provetti nel deviare le acque ai loro mulini, produttivi compilatori di carte contenenti progetti, disponibili a fungere da “funzione obiettivo” tanto  quanto io sono destinata a figuracce o a essere obiettivo e basta: cioè bersaglio di frecce, dirigenziali, generalmente – o Gatto e Volpe dal punto di vista somatico, passando per il film di Comencini, vale a dire Franco e Ciccio. Probabilmente entrambe le opzioni. L’alto e smilzo coi baffi freme, ma il piccoletto lo batte sul tempo e sta già miagolando fuori le sue perplessità:

Colleghi, io capisco la posizione espressa dalla collega di Lettere, ma ho qualche dubbio sull’efficacia. E poi mi spiace venir meno ad un momento didattico importante quale è il viaggio di istruzione (strano che non dica essenziale, irrinunciabile). Quando gli autobus scioperano il disagio che provocano può andarmi bene un giorno e mi sento solidale, ma poi come utente, mica mi va più tanto bene se lo sciopero perdura. Perciò farei attenzione a colpire i ragazzi in una cosa a cui tengono molto.

?

I ragazzi! Poverini, copriamoli, che non prendano freddo! Ma: si può? Ci scambiamo velocemente degli sguardi tra lo sconsolato e l’ironico. Riccardo non sorride affatto, neanche Andrea. Paola è brava, fa parlare tutti. Si vanno accumulando opinioni come la mia, qualcuno anzi suggerisce di non permettere nemmeno le uscite per il teatro. Quello no!, vorrei dire, mi punge tremendamente il cuore, ma me lo tengo per me e faccio segno che no, neanche per il teatro s’uscirà più. Anche le semplici uscite di ore, tutto, tutto, via, basta. E via le ore di supplenza extra, che quelle io vado dicendo da anni, non da mo’,  che sono da crumiro, e le attività aggiuntive, basta, basta, buttiamo via tutto, solo classe, solo frontalità, il minimo indispensabile, marce basse e via. A dire il vero escludere le ore extracurricolari è da stupidi perché quei soldi lì non li vediamo più e a Brunetta, Tremonti e co. gli facciamo solo un piacere. E la questione del 30% di fannulloni, o 50%, a prescindere, a cui non daranno gli scatti?

Dice una collega giovane:

Che poi, far funzionare tutto come sempre, quando non facciamo che parlare, e tutti lo sanno, di tagli e tagli e tagli, non è come indurre le famiglie a credere che, se oggi si fa ugualmente tutto con quattro centesimi, prima evidentemente eravamo strapagati, tipo gita in perfetto stile craxiano, e allora hanno ragione i Tremonti e le Gelmini a tagliare?

E’ questa la scuola che vuoi lasciarti alle spalle?
La Volpe, con la soavità che gli è propria, qualche colpettino di tosse, dice che l’efficacia si raggiunge agendo non come singolo Istituto, ma a livello territoriale, meglio regionale, se non si riesce a livello nazionale, cosa che sarebbe auspicabile. Ma come parla forbito! Puìto, propio. Sono quindici anni che lo sento parlare così benino, si vede l’abitudine a dire le cose in pubblico, a saggiare gli umori della platea. Ha fatto politica, il collega.

Mettiamo ai voti. Al voto, al voto! Ma il baffettino non ha concluso:

Io per sentirmi vincolato da queste proposte vorrei verificare prima l’adesione… è possibile che le RSU contattino altre scuole, come siamo messi a livello di… non so, dico io, sapete, mi parrebbe più opportuno… e poi, scusa collega – odio quando mi chiamano collega – io non mi sento affatto un bracciante, eh, proprio no… e neanche un metalmeccanico…

Eccolo, eccolo! Sento una cavalcata di Valchirie che mi monta dentro, una carica di Sioux, di carabinieri a Piazza di Siena, sento distintamente le sirene dei pompieri, le sirene dell’acqua alta, quelle delle fabbriche di Marghera quando fuoriescono i gas, vedo Enrico Toti a quota 85 che lancia la stampella oltre le linee nemiche, senza chiedersi se altri stanno gettando stampelle altrove, Pietro Micca e la sua miccia corta, perché non c’è tempo, non ci sono se e non ci sono ma, à la guerre comme à la guerre, cari i miei francesi.

Ecco il punto: la responsabilità
Mi alzo, avanzo, avanzo verso di lui con lo spirto guerrier ch’entro mi rugge. Mi sento di fare così, di essere poco diplomatica, scorretta, nient’ affatto possibilista, questa è un’assemblea sindacale, se passerà come infuocata, tanto meglio:

Sono i comportamenti come il tuo, i se, i ma, i distinguo, la “mia” didattica, i ragazzi, ma io tengo alla mia libertà, se permetti, tutte le cose pseudodemocratiche e sceme che piazziamo sempre davanti all’azione, all’essere un tutt’uno, dove persino un bambino capirebbe che uniti non sempre si vince, ma si prendono almeno un po’ di botte per uno, sono questi dubbi ad averci portato qui. Io mi sento responsabile, sì, responsabile, per questi colleghi giovani e bravi che forse l’anno prossimo perderanno il posto, per quelli che se ne sono andati altrove, peggio ancora per chi non ha trovato uno straccio di incarico. E’ questa, dimmi, è questa la scuola che vuoi lasciarti alle spalle? Una scuola di individualisti, come tutto è diventato  individualista e codardo in questo paese?

Non se la sente più di ribattere, il collega prossimo alla pensione (sì: ma quando?); azzarda un… ma cosa vuoi da me: un pezzo di cuore? che resta sommerso da un applauso scrosciante.

Ecco il tema: la responsabilità. Gli insegnanti – quanti! – del tipo Cicero pro domo sua, i pusillanimi, le signore della buona borghesia che vent’anni anni fa occupavano il mio posto, mogli di avvocati, primari, commercialisti, che al ritorno dalle vacanze di Natale mostravano l’anellino nuovo comprato, se permetti, con la mia tredicesima, io stessa, che rintuzzavo la rabbia che mi facevano venire certi discorsi, io stessa che mai avrei creduto, e da un po’ mi tocca credere all’incredibile, tutto in una volta, l’orrore di una scuola a remengo, ciapàda coe bombe, tutti tutti siamo direttamente responsabili. Anche Quintiliano: mi ha rotto anche lui, con il suo Sumat igitur ante omnia magister parentis erga discipulos suos animum. Padri e madri un fico secco, ce li hanno i genitori, i ragazzi. Basta missionari, basta schiavi.

Epilogo con votazione finale
(in cui gatti volpi pasionarie stampelle micce sirene belle donne bravi e meno bravi prof. giovani e meno giovani di belle speranze e senza speranza padri madri studenti schiavi e ciceroni convengono su quanto segue):

L’Assemblea dei Docenti (42 presenti) riunitasi in data 23 Settembre 2010 – si confronta e riflette sulle mutate condizioni in cui studenti, docenti e personale ATA si trovano ad operare nell’anno scolastico appena iniziato, vale a dire:
la crescita del numero di studenti per classe ( da un minimo di 27 a un massimo di 30 per le prime – minimo 22 e nessun tetto massimo per le altre classi) perciò molto al di sopra del tetto previsto dalle norme di sicurezza e cioè di 25+1
la riduzione oraria delle lezioni di circa il 10%, che di conseguenza sottrae tempo scuola determinando un inevitabile impoverimento dell’offerta formativa
il taglio dei fondi per le supplenze e di fatto, l’eliminazione del fondi per il recupero delle insufficienze, che dovrà quindi far capo al FIS, fondo d’istituto.
Rileva inoltre che coloro i quali sono chiamati a garantire il funzionamento dell’istituzione scolastica malgrado quanto sopra – vale a dire docenti di ruolo e precari e personale ATA – subiscono come lavoratori un trattamento iniquo e penalizzante: espulsione in massa dei precari, blocco del contratto di lavoro, a cui si aggiunge quello degli scatti di anzianità per un triennio (produrrà i suoi effetti anche negli anni futuri: per esempio 40 anni di anzianità verranno calcolati come 37).
Per questo l’assemblea dei docenti ritiene suo preciso dovere, oltre che diritto, far conoscere alle studentesse, agli studenti e ai genitori la straordinaria difficoltà in cui la scuola versa all’inizio dell’anno scolastico 2010/11 e la forte preoccupazione che tale situazione di criticità determini un ridimensionamento degli obiettivi educativi e didattici. Convinti che l’investimento sulla progettualità, l’innovazione e la professionalità siano garanzie di una società civile equa e democratica, i Docenti esprimono una netta condanna delle scelte fatte con la Riforma Gelmini e gli altri interventi normativi in materia di pubblico impiego. Si decide quindi di ricorrere al blocco dei viaggi d’istruzione, visite guidate e delle uscite didattiche (spettacoli teatrali, musei, mostre) allo scopo di dare maggior eco al disagio in cui quotidianamente gli operatori della scuola si trovano a lavorare. *
Si decide inoltre di non accettare ore eccedenti l’orario di cattedra – rivolte alle supplenze dei colleghi assenti – come forma di solidarietà nei confronti di coloro che hanno perso il posto di lavoro e per impiegare più proficuamente le esigue risorse a disposizione.
Infine i Docenti intendono misurare il proprio impegno didattico nell’ambito dei Progetti extracurricolari sulle risorse effettivamente disponibili (FIS), ponendo fine a quel lavoro volontaristico e non riconosciuto economicamente che finora hanno portato avanti malgrado le difficoltà e l’indifferenza della società civile.
Votata all’unanimità
*UNICA DEROGA: i viaggi d’istruzione già approvati dai Consigli di Classe e già pagati dagli studenti.

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Per fortuna c’è qualcuno che dice no
di Marina Boscaino

La riforma del sistema di reclutamento degli insegnanti – prevista e promessa da Gelmini – sarà una partita sulla quale occorrerà vigilare in maniera intransigente. Perché vogliono fedelissimi, inquadrati, acritici, monolitici sostenitori di quel Pensiero Unico che garantisce il rassicurante capolavoro di quella tragica idea di società che vorrebbero concretizzare e che – pezzo dopo pezzo, arretramento della democrazia dopo arretramento della democrazia – stanno mettendo a punto. Ci vogliono persino dimentichi delle più elementari garanzie di pluralismo, sonnolenti e tolleranti complici delle mille piccole e grandi deviazioni dalle pratiche democratiche.
(continua qui)

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Il Codice di comportamento del pubblico dipendente nella scuola statale: un rischio grave per la libertà d’insegnamento
di Francesco Mele

La circolare Limina (27 aprile), le successive azioni messe in atto dal Direttore regionale, con l’ispezione al Meucci del 3 e 12 maggio, le argomentazioni contenute nella relazione ispettiva depositata, le successive dichiarazioni di Limina sia nella risposta all’esposto degli otto docenti del Meucci sia successivamente nella conferenza stampa di inizio anno scolastico, trovano fondamento normativo, a suo avviso, nel Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni (vedi tali documenti qui).

Ma cosa dice il codice che possa interessare Limina nel 2010?

“Salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione. Il dipendente tiene informato il dirigente dell’ufficio dei propri rapporti con gli organi di stampa.”

E ancora:

… (il dipendente) si impegna ad evitare situazioni e comportamenti che possano nuocere agli interessi o all’immagine della pubblica amministrazione…”;

su questi due passi basa la sua circolare del 27 aprile che contiene inoltre minacce di sanzioni per gli inadempienti. Per farlo però, cita norme contrattuali riferite al personale ATA visto che l’art. 91 del CCNL 2006-2009 comparto scuola, ha rinviato ad apposita sequenza contrattuale la definizione delle norme disciplinari per i docenti, per i quali valgono ancora quelle previste dal TU del ’94.

Ecco allora che nella mia ricostruzione storica, vengo a conoscenza che l’esistenza del codice, e in particolare la formulazione di questi passaggi citati, è dovuta a provvedimenti di almeno quattro governi di centrosinistra, col benestare delle OOSS sindacali rappresentative; se a questo aggiungete che il mio preside è di area PD capite bene che comincio ad essere un po’ preoccupato.

Allora mi chiedo, ha senso che qui e in tutti questi giorni sulla stampa e nelle varie occasioni mediatiche, parliamo di democrazia nelle scuole, di libertà di espressione, di libertà di insegnamento, senza impegnarci a rimuovere ostacoli come questi che rappresentano veri e propri macigni sulla strada della concreta realizzazione di tali principi costituzionali?
(continua qui)

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L’occhio del Lupo
Ghe pensi lù

Arriva la notizia di un film dagli Stati Uniti, Aspettando Superman. E’ un film sulla scuola. Fra l’altro, come ci racconta Federico Rampini su la Repubblica, ne emerge che “fra i 30 paesi più sviluppati, gli Usa figurano al 25esimo posto nell’apprendimento scolastico della matematica, al 21esimo nelle scienze. Il 69% dei suoi alunni di terza media non sa leggere e scrivere in modo adeguato. Il 68% è insufficiente in matematica. In California (cioè lo Stato più ricco degli Usa) il 20% dei liceali lascia la scuola senza neppure ottenere il diploma di maturità. La percentuale di abbandono scolastico prima della maturità sale al 26% tra gli ispanici, al 35% fra i neri“.
Come pensano di risolvere la faccenda?
Aspettando Superman.
Noi, malpensanti, sospettavamo che l’America un tempo tanto vagheggiata nei palazzi del potere italico non fosse quella del MoMA o del Greenwich Village di Albert Ayler. Che quella sopra descritta piacesse molto di più. Difatti vi si sono ispirati, e i risultati si vedono.
Per non dire che Superman noi ce l’abbiamo da un pezzo.
Fa e disfa.
Ghe pensi lù.
(michele lupo)

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La settimana scolastica
di Francesco Accattoli

Una settimana effervescente, in cui le tante voci che si rincorrono nei corridoi di tutte le scuole di ordine e grado si sono unite in un coro solidale. La settimana di volta nella protesta che da settimane sta ponendo uno di fronte all’altro il Miur e i protagonisti del mondo dell’istruzione.

Cominciamo dall’università. I colleghi ricercatori del CNRU hanno ufficializzato la loro protesta contro il DDL sull’università e la manovra finanziaria dell’on. Tremonti mediante una lettera dai toni chiari e risoluti apparsa nel sito del coordinamento lo scorso 1 ottobre. Si legge nella lettera rivolta a studenti e genitori:

“I tagli al finanziamento dell’Università già da tempo hanno messo in crisi questo sistema e i “ricercatori” si sono sacrificati negli anni, svolgendo un compito che permettesse di mantenere la qualità e la quantità dell’offerta formativa e cioè della didattica.

Questo significa che molti tra quelli che chiamate “professori” e che hanno insegnato corsi, hanno fatto esami, hanno assistito gli studenti nelle loro tesi e che hanno raccolto i dubbi e le frustrazioni durante i vostri anni d’università non sono veri “professori”, ma “ricercatori”, gente che per dovere deve fare ricerca e non “insegnare” e “fare lezione”. Questo significa che per fare ciò che permette agli studenti di imparare, superare gli esami e diventare “dottori”, il ricercatore deve scegliere tra il proprio dovere e l’interesse dell’università e degli studenti. Sì, perché solo facendo ricerca e pubblicandola un ricercatore può incrementare il suo punteggio per fare “carriera” e diventare “professore” di ruolo. La didattica che permette di mantenere l’offerta formativa e agli studenti di laurearsi, non è utile per superare un concorso e per progredire nella propria carriera. Tutto questo sembra incredibile, quasi verrebbe da ridere, se non fosse che molti giovani ricercatori guadagnano 1.250 euro al mese, si bloccano gli scatti di anzianità, si riduce la tredicesima e via di questo passo.”

La conseguenza di tale scelta sarà l’impossibilità di attivare gran parte dei corsi triennali, così come accadrà presso la Facoltà di Medicina di Palermo, una prospettiva da incubo, come la definisce il sito di la Repubblica, che comporterà un calo quantitativo e qualitativo dell’offerta formativa in gran parte degli atenei italiani.

E dire che in settimana anche il presidente del CRUI, la conferenza dei rettori dell’università italiane, Enrico Leva si era espresso con toni per lo meno di perplessità in relazione alle scelte del Governo in materia di strategie economiche per il mondo dell’università:

La calendarizzazione in Aula per il 14 ottobre del DDL di riforma dell’Università, alla vigilia cioè dell’inizio della Sessione di Bilancio” – scrive Leva – “se confermata, equivale molto probabilmente, nella situazione politica che stiamo attraversando, alla rottamazione anticipata del provvedimento.

Sulla protesta presentata dai ricercatori, si era dichiarato in settimana Domenico Pantaleo, segretario nazionale della FLC-CGIL, definendo come “atto intimidatorio” l’iniziativa della Commissione di Garanzia nei servizi pubblici essenziali.

La data del 14 ottobre ritorna anche nei proclami dei Giovani Democratici e della Rete Universitaria Nazionale, intenzionati ad autoconvocare il CNSU, a fronte di quello che risulta essere un enorme paradosso: risalgono allo scorso mese di maggio le elezioni per il nuovo Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari e sino ad oggi il Ministro ne ha rimandato l’“insediamento”, prerogativa necessaria affinché il Consiglio possa iniziare i suoi lavori. Il busillis di una dilazione così evidente – come riferisce Manuel Massimo di Repubblica.it – sta nell’incapacità dei rappresentati del PDL e di CL di trovarsi d’accordo nella scelta del candidato a presidente, fatto questo che, secondo Massimo, spianerebbe la strada al rappresentante dell’UDI, lista del centro sinistra.

Immobilismo e proteste, dall’università ai giovani studenti in piazza che si uniscono al coro dei ricercatori e dei docenti degli atenei, dei precari e delle associazioni dei genitori dei disabili, e riempiono le piazze e le strade di numerose città italiane. Che cosa è accaduto venerdì 8 ottobre? Ciò che il ministro Gelmini s’è affrettata a liquidare con un pensiero che sa di slogan preconfezionato:

La protesta di oggi però mi pare riproporre vecchi slogan di chi vuole mantenere lo status quo, di chi è aprioristicamente contro qualsiasi tipo di cambiamento e crede di usare la scuola come luogo di indottrinamento politico della sinistra

E’ solo l’antipasto di una serie di iniziative e scioperi che nelle prossime settimane vedranno coinvolti la FLC, il 15 ottobre i Cobas, l’Anief. Inoltre Retescuole lancia un appello alla mobilitazione di tutto il mondo della scuola per partecipare alla manifestazione di Roma del 16 ottobre insieme alle lavoratrici e ai lavoratori metalmeccanici e per costruire un percorso comune in difesa dei diritti.

Stando alle cifre, sono stati almeno 300 mila gli studenti e i precari che hanno protestato contro la “riforma” – oramai davvero epocale – della Gelmini, un corteo unico che ha attraversato decine di città italiane.

Se a Milano tra i motivi della protesta sono comparsi anche precisi riferimenti alle scuole militari, a Roma in prima fila davanti al Ministero di via Trastevere ci sono stati anche gli studenti disabili che hanno denunciato, assieme a genitori di altri alunni disabili, la loro futura condizione di emarginazione nella scuola della Riforma.

E se gli slogan degli studenti e degli operatori della conoscenza sono stati liquidati con il solito riferimento al monopolio della cultura da parte della sinistra italiana, non può certo essere tacciata di veterocomunismo la decisione del Consiglio di Stato di respingere il ricorso del Miur e riconfermare di fatto l’illegittimità dei Decreti ministeriali che hanno ridotto l’orario di funzionamento delle classi non riformate degli istituti tecnici e professionali, decisione che ha fatto chiedere a gran voce le dimissioni del Ministro da parte di Francesco Mele.

Ora si attendono nuovi pronunciamenti: il prossimo 12 ottobre, infatti, il Consiglio di Stato si pronuncerà sul ricorso contro la sentenza con cui il TAR del LAZIO (Sezione Terza Bis), lo scorso 3 marzo, aveva respinto i ricorsi presentati contro il Piano Programmatico e contro i Regolamenti sul Primo Ciclo d’Istruzione (D.P.R. n.89/09) e sulla razionalizzazione della rete scolastica (D.P.R. n. 81/09).

A proposti di istituti professionali, di formazione e di obbligo di istruzione, il ministro Gelmini e il presidente della Regione Lombardia Formigoni hanno siglato un accordo secondo cui l’apprendistato costituirà percorso valido per l’assolvimento dell’obbligo di istruzione, violando la norma che stabilisce, per il contratto da apprendista, il limite a 16 anni: questo vuol dire che gli studenti, dopo il ciclo delle medie inferiori, potranno assolvere l’obbligo di istruzione non soltanto a scuola o nei centri di formazione professionale, ma anche nelle imprese locali.

Due notizie in conclusione. La prima di puro grottesco italiano: la Provincia di Barletta, Andria e Trani, al prezzo di 69,80 euro (Iva esclusa) ha messo a disposizione di sponsor privati le suppellettili delle sue scuole. Le aziende potranno pubblicizzare la propria attività su una placca sistemata sugli arredi in cambio della somma stabilita. Il bando è stato pubblicato sul sito della Provincia e l’assessore provinciale Camero chiosa: “La scuola non è un incidente di percorso per le famiglie e deve poterle coinvolgere in modo diretto. E quale occasione migliore di potersi sponsorizzare un banco? Ma in questa fase ci rivolgiamo alle aziende.” e poi precisa: “è una idea compatibile con la pubblica amministrazione in una visione moderna della stessa. Sicuramente non ci saranno controindicazioni.

La seconda no: 51 anni, collaboratore scolastico, quattro figli, senza lavoro, minaccia il suicidio dal quarto piano dell’USP di Palermo. Per fortuna non l’ha fatto.
Buona settimana scolastica.

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Tutti i materiali sulla “riforma” delle Superiori qui.

Per chi se lo fosse perso: Presa diretta, La scuola fallita qui.

Guide alla scuola della Gelmini qui.

Le circolari e i decreti ministeriali sugli organici qui.

Una sintesi dei provvedimenti del Governo sulla scuola qui.

Un manuale di resistenza alla scuola della Gelmini qui.

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Dove trovare il Coordinamento Precari Scuola: qui; Movimento Scuola Precaria qui.

Il sito del Coordinamento Nazionale Docenti di Laboratorio qui.

Cosa fanno gli insegnanti: vedi i siti di ReteScuole, Cgil, Cobas, Cub.

Spazi in rete sulla scuola qui.

(Vivalascuola è curata da Francesco Accattoli, Alessandro Cartoni, Michele Lupo, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

9 pensieri su “Vivalascuola. Responsabilità docente

  1. La lettera di Mele mi ha colpito molto, come anche la sua proposta di revisione del codice di comportamento del dipendente pubblico, proposta che trovo efficace e democratica, checché ne pensi il Pd. Quello che inquieta davvero in tutta la “brutta faccenda” relativa al suo richiamo è questo iterativo ricorrere della necessità della salvaguardia della “immagine della amministrazione”. Come se il problema dell’amministrazione fosse innanzitutto quello di spendersi per non “far brutta figura”. (Ma non ha di meglio da fare l’amministrazione?) E come se la brutta figura, l’attentato all’immagine stessa potesse venire dai “nemici interni” (leggasi dipendenti, soprattutto insegnanti).
    Quando en passant si notava che questa è una tipica ossessione da stato totalitario, non si può che assentire, aggiungendo che il sale di tali provvedimenti, l’antidoto alla critica legittima, consiste nel rilancio della gerarchizzazione, nella pratica della delazione, e nell’uso del ricatto e della minaccia verbale, tutte cose che ormai conosciamo bene. Credo che in fondo si stia parlando di “violenza”, quella stessa violenza che diffusasi prima nei rapporti di lavoro privatistico adesso si riversa nel pubblico in nome di una oscura e minacciosa “rivoluzione copernicana” (brunettiana?). La butterei giù così: quando i padroni del vapore sono gente di fabbrica allora è il clima della fabbrica che tendono a realizzare ovunque. Allora se le fabbriche stanno scomparendo, non scompare però il loro stile che si riversa su tutta la società. Allora all’insegnante bisogna far capire che è più “operaio” (senza nulla togliere alla dignità di chi si fa il mazzo alla catena)che intellettuale, che è più dipendente che cittadino, che gli conviene il silenzio piuttosto che la parola, che obbedire è meglio che dissentire… In nome di parole magiche e vuote come la modernizzazione, la qualità, il servizio, l’efficacia e l’efficienza si vuole, di fatto, realizzare la liquidazione della scuola pubblica come palestra di cittandinanza, critica, pluralismo e democrazia. Se colpiamo gli adulti anche i piccoli verranno su “preformati” pronti ad indossare i panni dei dipendenti e dei clienti. Senza esagerare, trovo che queste “nuove prospettive” disciplinari abbiano davvero punti di tangenza con i protocolli di comportamento del Fronte del lavoro del Terzo Reich e con lo stile dello Stato Corporativo di eredità fascista. Niente di nuovo sotto il sole. Ma a tutto questo bisogna, come indica il rifiuto di Lucia e dei suoi colleghi, contrapporre un fermo NO.

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  2. Grazie Lucia, un pezzo di straordinaria verità e di grande incitamento al coraggio per noi giovani docenti precari.
    La settimana scorsa ho assistito alla “tratta” delle mete per le gite scolastiche, ovviamente mi sono rifiutato in tutti i casi di dare la mia disponibilità come accompagnatore.

    PS: dai noi si dice “perché voi andà a cercà i giorni che non è pari?” (perchè vuoi andare a cercare i giorni che non sono pari? – nel senso di comodi e positivi, al contrario di quelli dispari…)

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  3. spassoso, puntuale e molto “appuntito” l’intervento di Lucia Tosi, che sembra saltare tra i le pavimentazioni a “scalon” delle calli, callette, fondamenta di una città che a leggerla fornisce anche una buona dose di umorismo e arguzia, come ci fa presente il dialetto di Lucia. Ne sono un esempio i nomi che si leggono su rettangoli di calce che si trovano a circa 2 metri d’altezza e che sono chiamati “nizioleti” (piccoli lenzuoli). La via, le calli, sono diventate introvabili all’interno della scuola, ormai diventata come una città murata, che contiene appestati che non vogliono avere scambi o che non devono avere scambi con gli altri mondi.Il fatto è che, ormai, sembra che nessuno riesca a sollevare la testa, per disamore, per una ha sempre lo stesso denominatore o moltiplicatore comune:nessuno bada alla richieste del mondo docente, alle riflessioni, alle indicazioni. Tutto è incernierato sulla produzione. Nulla di ciò che si fa a scuola sembra interessare i politici il mondo del lavoro.Siamo, tutti noi insegnanti, un mondo che sembra pesare, che non produce diretta-mente!Ma questo significa solo che non sanno leggere.Condivido la proposta di Lucia, non fa male un senso spartano che delinei gli ambiti e non faccia sì che gli insegnanti,tanto sono educatori (!) finiscano con l’assumersi tutti i ruoli di tutti gli altri che invece li scansano.f

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  4. Il codice di comportamento del pubblico dipendente nella scuola statale, ok ragazzi, la crescita del numero di studenti per classe ecchessaràmai, la riduzione oraria delle lezioni e vabbè, i soldi (le elemosine) stornati dalle scuole verso le forze armate eccetera… (l’ultima non mi hanno proprio creduto) non so, sarà che sono sfigato, mi sarà capitata la scuola più fessa d’Italia ma su una quarantina di persone, da me, più della metà in questi giorni si va domandando “ma perché tutti questi scioperi?”

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  5. Sull’argomento posto da Lucia segnalo questo:

    “Nel nostro Paese il valore del Turismo Scolastico si aggira intorno a 375 milioni di euro (dato 2009 del Touring Club Italiano). La protesta di così tanti docenti quindi non vuole essere “… una dichiarazione di guerra al mondo del turismo ma un’accorata richiesta di attenzione rivolta ad altri settori del Paese, per un bene comune quale la Pubblica Istruzione sempre più maltrattata e depauperata.” come ha scritto la prof.ssa Sabina Poggio, docente del Liceo Statale G. Bruno di Albenga, in un articolo pubblicato su IVG.IT “Viaggio nel futuro senza futuro”… Far comprendere ai nostri studenti, ai nostri ragazzi, ai nostri figli, che trovare forme di protesta e di resistenza democratiche e civili per difendere la scuola, i posti di lavoro e i salari, comporta anche dei sacrifici dovrebbe rappresentare uno dei nuclei fondanti della formazione di un futuro cittadino” (vedi qui).

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  6. la rinuncia ai viaggi degli insegnanti, relativamente al mancato pagamento da parte del ministero o della scuola per i viaggi all’estero, che costano molto e segnano in modo considerevole una barriera di censo tra le famiglie abbienti e quelle che non lo sono,indica anche che gli insegnanti NON VOGLIONO farsi pagare il viaggio dalle famiglie, già in considerevole disagio per altri problemi, e d’altre parte non si vede come dovrebbe essere a carico dell’utente un costo che non gli spetta ma è a carico completo dell’ente per cui si offre lavora e chiede l’espetamento della mansione di insegnante,ma anche di accompagnatore,guida, intrattenitore, guardiano,medico, factotum…,sempre allo stesso prezzo e sempre con una irrisoria copertura assicurativa.Altro problema grave in caso di “nefasto” avvenimento durante le gite, che finisce con dare all’insegnate il carico dei danni per ciò che non poteva prevedere o vedere e viene chiamata incuria. E’ ora di finirla. f

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  7. l’unanimità sulle gite e altro non è una diga. o se sembrava una diga, essa ha molti buchini destinati a diventare delle falle. i tarli delle dighe sono al lavoro: essi coltivano l’arte del distinguo, e non demordono, oppure mordono, alle spalle, i colleghi, “certi” colleghi. come in una corte medievale, i malparlieri hanno spesso la meglio.
    alla prossima assemblea sindacale e al prossimo collegio anfibi e mimetica, casco e scudo antisommossa, pare.
    la guerra dei poveri: ci sono riusciti.

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